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ANALISI 27 Giugno Giu 2016 1836 27 giugno 2016

Spagna senza governo? «Il Psoe imiti Bersani»

La partita è nelle mani di Sánchez. Che deve far uscire Podemos allo scoperto. Come l'ex segretario del Pd col M5s. L'analisi di Galindo (Politikon) a Lettera43.

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L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Chi avrebbe mai detto che la strategia adottata nel 2013 da Pier Luigi Bersani in quel goffo faccia a faccia in streaming con il Movimento 5 stelle avrebbe potuto fare scuola?
Eppure, visto dalla Spagna impaludata in un'altra elezione senza maggioranza, il confronto tra Pd e M5s è la strada da seguire per costringere Podemos a decidere sul suo futuro.
IL FALLIMENTO DI PODEMOS. Il partito di Pablo Iglesias, alleato questa volta con Izquierda Unida in Unidos Podemos, sta ancora assorbendo la delusione cocente del risultato elettorale: 71 seggi conquistati (esattamente lo stesso numero del voto di dicembre quando si presentava da solo) e il sorpasso sul Partito socialista (Psoe) pronosticato da tutti i sondaggi e mai realizzato.
«Gli exit poll migliori per queste elezioni erano quelli delle elezioni passate», scherza Jorge Galindo, analista politico e fondatore del sito Politikon.es. Il Partido popular si è confermato la prima forza politica di Spagna, ma ancora una volta per arrivare alla maggioranza di 176 seggi, all'intramontabile Mariano Rajoy non basta il sostegno dei centristi di Albert Rivera.
LA PARTITA NELLE MANI DEL PSOE. Le possibilità di formare un esecutivo sono limitate: o i socialisti riescono a stringere un patto con Podemos e Ciudadanos o si astengono e permettono a Popolari e Ciudadanos di formare un governo di minoranza.
Altrimenti il Paese rischia di dover tornare alle elezioni per la terza volta in meno di un anno.
Insomma, anche se Rajoy avrà per primo il mandato per tentare di formare il governo, le carte sono in mano ai socialisti.
Per questo, spiega Galindo, «dovrebbero seguire la strada di Bersani».

«I socialisti rischiano di perdere la seconda occasione»

Il leader socialista Pedro Sanchez.

Il fallimento di Podemos, commenta il fondatore di Politikon, è il dato più difficile da interpretare, tanto che lo stesso responsabile dell'organizzazione Pablo Echenique ha ammesso con El Pais che nella riunione dell'esecutivo del partito c'erano «opinioni diverse», una visione «e il suo contrario».
«SCELTE STRATEGICHE CONTRADDITORIE». Secondo Galindo, però, più che l'effetto Brexit ha contato la scelta di allearsi con Izquierda Unida: «Una scelta opposta all'obiettivo che si era posto Podemos, e cioè attirare consensi nel centrosinistra. Inoltre, i giovani delle grandi regioni urbane non si sono mobilitati, probabilmente una fetta dell'elettorato degli indignados è rimasta delusa da una forza che ha smesso di rappresentare il cambio del sistema, ma ha cercato di presentarsi come un nuovo partito socialista».
Dopo, peraltro, aver rifiutato un accordo con il Psoe pochi mesi fa.
«Se i socialisti fossero intelligenti», spiega l'analista, «dovrebbero sfruttare queste contraddizioni».
IL RIFIUTO DI PODEMOS. A dicembre il partito socialista aveva prima trovato un accordo con Ciudadanos su abolizione delle province, depoliticizzazione della giustizia e liberalizzazione del lavoro.
A quel punto si era rivolto a Podemos che aveva rimandato l'accordo al mittente, accusando il Psoe di appiattirsi sulle politiche neoliberali.
«Il Psoe dovrebbe cambiare cornice», dice Galindo, «tentare un'intesa con Iglesias e compagni, che dovrebbero fare concessioni al centro e solo poi rivolgersi a Rivera».
In questo modo Podemos non potrebbe sottrarsi alle trattative e dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Nel caso in cui Podemos faccia fallire i negoziati, il centrosinistra farebbe governare Rajoy astenendosi, ma dimostrando di aver tentato il cambiamento. «È difficile, ma possibile», osserva, «e invece il Psoe sta ripetendo lo stesso errore».
Il partito è debole, spaccato in due, ha perso nelle sue roccaforti. E ora rischia di perdere la sua seconda occasione.

Twitter @GioFaggionato

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