Migranti 151023193022
SCENARIO 27 Giugno Giu 2016 1929 27 giugno 2016

Ue, così Juncker è stato messo all'angolo

I Paesi membri vogliono decidere sulla Brexit. E silenziano il capo dell'esecutivo. Che si limita a seguire la linea tedesca. La task force per Londra? Al Consiglio.

  • ...

da Bruxelles

Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.

Dopo il referendum britannico sulla Brexit, a Bruxelles c'è un'altra uscita che qualcuno sta organizzando in sordina, questa volta senza consultare i cittadini, ma che è comunque chiara a tutti.
Quella del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker.
Dopo mesi di silenzio, piccole comparse e ancora più rare dichiarazioni sulla decisione del Regno Unito di indire un referendum, scelta giustificata dai suoi portavoce con la volontà di non interferire in una questione nazionale, la Juncker-exit è iniziata la mattina del 24 giugno.
UN SILENZIO ASSORDANTE. Davanti all'esito del voto nel Regno Unito, tutti gli occhi erano puntati su Bruxelles e le dichiarazioni dei leader dell'Ue. Ma ad arrivare per ultima è stata proprio quella del suo massimo rappresentante: il presidente dell'esecutivo Ue è stato commissariato, congelato.
Mentre tutti i vari premier twittavano, rilasciavano dichiarazioni, parlavano in conferenza stampa, davano ai cittadini europei un segno della loro presenza, Juncker era chiuso nel suo ufficio al 13esimo piano di palazzo Berlaymont con il suo capo di gabinetto, il tedesco Martin Selmayr.
IN ATTESA DI BERLINO. «La decisione del suo entourage è stata quella di non farlo parlare subito, perchè sapevano che avrebbe detto qualcosa di forte», commenta con Lettera43.it una fonte della Commissione europea, «l'ordine era di aspettare prima un segnale da Berlino, capire quale linea seguire».
Risultato: è stato il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk a conquistare la scena mediatica e a fare la dichiarazione più importante: «Ciò che non uccide rafforza», ha detto, «per conto dei 27 leader, posso dire che siamo determinati a mantenere l'unità. Voglio rassicurare tutti che siamo preparati anche per questo scenario negativo».
Insieme a lui, anche il presidente dal parlamento europeo Martin Schulz ha commentato il voto britannico già alle 9 del mattino. E così i presidenti dei vari gruppi parlamentari.

Juncker concede interviste solo ai media tedeschi

In primo piano il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker: alle sue spalle il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Juncker è stato l'ultimo, è sceso a mezzogiorno nella sala stampa della Commissione con un foglio in mano. E ha iniziato a leggere.
Lui che parla sempre a braccio, in tedesco, francese e inglese, politico esperto e fine oratore, è stato costretto a leggere uno statement.
Ha risposto a solo due domande, senza pathos, senza grinta. Alla Bbc che gli chiedeva se la Brexit significava davvero la fine dell'Unione europea, si è limitato a dire: «No», ed è andato via scortato dal capo dei portavoce, il greco Margaritis Schinas. Da allora è uscito di scena.
LA LINEA ATTENDISTA. E non per caso, le sue prime dichiarazioni fuori dalla sala stampa di palazzo Berlaymont sono state fatte attraverso i mezzi di informazione tedeschi.
Non un'intervista ai media britannici, come ha sottolineato e criticato il corrispondente del The Times Bruno Waterfield, ma solo interventi sulla tivù tedesca Ard, quella pubblica Zdf, e sul tabloid Bild.
Juncker è stato imbalsamato, così come tutto l'ufficio dei portavoce, che dal 24 giugno ha ricevuto l'ordine di parlare e commentare il meno possibile le conseguenze della Brexit, di non abusare dei social network e aspettare.
Perché la linea attendista è proprio quella scelta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, e come conferma una fonte del Consiglio «è anche quella di molti altri piccoli Stati membri del Nord Europa e dell'Est».
Così dal 24 giugno il leader lussemburghese vive quasi sotto sorveglianza, i suoi interventi sono misurati. E la sua presenza sulla scena politica è stata limitata.
VERSO UN DOCUMENTO A TRE. Una prova ne è il fatto che il 27 giugno Merkel ha invitato a Berlino i presidenti di Francia, François Hollande, Italia, Matteo Renzi, e Consiglio europeo, Tusk, in rappresentanza appunto dei 27 Stati membri.
L'idea è quella di creare un asso italo-franco-tedesco prima del summit del 28 e 29 giugno e coinvolgere Tusk come capo dei 27.
Si parla di un documento a tre: «Che potrebbe essere considerato un contributo di posizione da mettere sul tavolo dell'eurosummit», commenta una fonte. Perché, per quanto sia assodato che «bisogna dare segnali di unità a 27, la concentrazione a tre è importante soprattutto nell'ottica di dare un nuovo impulso e un rilancio all'Ue».
E per fare questo i tre Paesi fondatori hanno deciso di unire le forze, anche perché «tra i 27 ci sono più Stati che sono più per l'implementazione dell'Agenda Ue esistente», continua la fonte, «mentre sono i Paesi più grandi come Francia, Germania e Italia che ovviamente si rendono conto che c'è bisogno di uno scatto politico e quindi la necessità di dare un segnale forte». Che per ora sono i leader degli Stati membri a voler mandare.

Per affrontare la Brexit l'approccio non è federalista

Milano: Matteo Renzi, Angela Merkel e François Hollande

Insomma, la strategia di azione è ben lontana da quell'idea di un governo federale dove l'esecutivo europeo è davvero, come ha più volte ribadito Juncker, l'organo politico dell'Ue, capace di prendere le decisioni più importanti a nome di tutti.
Il fatto che per ora siano i singoli leader ad agire «non vuol dire che una volta avviato il negoziato sia la Commissione a prendere le redini», osserva una fonte, soprattutto quando si entrerà nel dettaglio delle parti più tecniche del processo di Brexit.
«STATO DI SALUTE NON OTTIMALE». Per ora la scusa ufficiosa di un passo indietro dell'esecutivo Ue è il fatto che Juncker non vuole occuparsi della Brexit, contro la quale ha sempre combattuto. «O forse non è in grado a causa del suo stato di salute non proprio ottimale», commenta chi attribuisce alla sua debolezza fisica e a presunti problemi di alcol il suo basso profilo negli ultimi mesi.
«La realtà è che Juncker è stato depotenziato perchè rappresenta l'Ue come istituzione, e la partita la vogliono giocare i singoli Stati membri», commenta la fonte del Consiglio.
Lasciare il campo di azione in mano a loro «è una scelta comprensibile», continua, «in questo momento tutti i leader vogliono scegliere cosa fare».
D'altronde, proprio l'Articolo 50 del Trattato di Lisbona sull'uscita di uno Stato membro dall'Unione fa riferimento all'articolo 218 dei Trattati sul funzionamento dell'Ue (Tfeu) dove è scritto che è il Consiglio a decidere chi deve seguire il processo di uscita. L'accordo è negoziato e concluso, a nome dell'Unione, dal Consiglio Ue.
«E la stessa Commissione», riferisce la fonte Ue, «ha detto con molta chiarezza che non ne farà una questione su chi deve negoziare o meno».
TASK FORCE AL CONSIGLIO UE. E per ora è proprio è a palazzo Justus Lipsius, sede del Consiglio Ue, che è già stata formata una task force sulla Brexit, non alla Commissione europea.
C'è chi assicura che non c'è stato nessuno scontro su chi deve tenere il timone in questo momento, «ma una semplice discussione già risolta con un comune interesse alla unità e inclusività delle istituzioni Ue».
Anche perchè comunque, alla fine, una volta attivato l'Articolo 50 e negoziato con il Regno Unito il processo di uscita, tutto il pacchetto di misure dovrà essere approvato a maggioranza qualificata dal Consiglio dei 27 (senza il voto del Regno Unito), e prima ancora dal parlamento Ue, a maggioranza semplice, considerando però anche i voti dei 73 eurodeputati britannici.
E anche allora Juncker giocherà il ruolo della comparsa.

Twitter @antodem

Correlati

Potresti esserti perso