Europa 141020064330
DIPLOMATICAMENTE 28 Giugno Giu 2016 1704 28 giugno 2016

Brexit, l'uscita sarà soft: un accordo conviene a tutti

Il Regno Unito temporeggia. Perché vuole un nuovo 'contratto' con l'Ue. E Merkel l'ha capito.

  • ...

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

Mi sarei aspettato l'annuncio di un piano straordinario per i giovani all'insegna di un Erasmus di nuovo conio.
Mi sarei aspettato lo scatto d'orgoglio di un'Europa ancora capace di scelte strategiche di alto spessore sociale, per i cittadini più deboli e per i fuggiaschi dalla guerra e dalla fame.
Mi sarei aspettato il lancio di una rete protettiva per il risparmio delle famiglie, capace di controbilanciare l'isteria speculativa di chi governa il mercato dei capitali.
SERVE UNA REAZIONE IMMEDIATA. E in questa mia aspettativa mi sono trovato e mi trovo in sintonia con quanti - cito per tutti, da ultimo, Bernard-Henry Levyi - hanno dichiarato, sia pure in modi e toni diversi, che la sola via d'uscita per l'Europa fosse, e sia, un'azione di grande rilievo: immediata e capace non solo di rispondere alle motivazioni, tanto legittime quanto lontane dal sentire degli adulti di domani, che sono state alla base del prevalere del 'si' alla Brexit, ma anche di lanciare un segnale ai sentimenti di malessere nei riguardi dell'Europa matrigna, dell'Europa dei tecnocrati e dei banchieri, che stanno attraversando anche i popoli del Continente.
Sentimenti legittimi e in larga misura giustificati, ma non al punto da essere preda dei pifferai che camminano con la testa girata all'indietro, dei nostalgici del defunto 'Stato nazione'; non al punto da rinunciare a lottare per cambiarla, questa Unione, priva di un progetto visionario, di una bandiera trascinante: per i giovani, lo ripeto, per i diseguali e gli indifesi.
GLI INTERESSI DI LONDRA. Ebbene, in questi primi giorni dal verdetto del 23 giugno, questo segnale vivificante non è arrivato: nè da Bruxelles, cioè dagli Juncker, dai Tusk, dai Commissari, nè da un significativo gruppo di governi dei Paesi membri.
Ed è apparso quasi retorico l'appello all'urgenza del rinnovamento di questo o quel governante, come nel caso del nostro presidente del Consiglio che pure è parso comprendere meglio di altri la situazione. Ed è sintomatico che si sia data meno enfasi al contenuto del suo appello che al fatto, pur importante, del suo inserimento nel binomio franco-tedesco.
Allo stesso modo, nella marea di voci che ci hanno detto tutto e il contrario di tutto, è parsa prevalere l'attenzione ai nodi economico-finanziari e alle dinamiche cronachistiche più che di merito. Ed è passato quasi sotto silenzio l'astensionismo, tanto elevato quanto colpevole, dei giovani, quelli che sono 'nativi europei', le vere vittime di questo voto.
In questo contesto mi sembra importante sollevare un interrogativo che sta emergendo con la forza dell'evidenza: che cosa vuole davvero la Londra britannica?

Il Regno Unito punta a un nuovo «contratto di appartenenza» all'Ue

David Cameron.

Mi si risponderà che il referendum ha sancito la volontà della maggioranza della popolazione di uscire dall'Unione. Certamente, ma non basta.
Ricordiamo che il referendum, voluto dal primo ministro Cameron per strappare all'Unione condizioni di appartenenza alla Ue ancora più 'à là carte britannica' di quanto già non lo fossero allora, non era (e non è) vincolante, ma solo consultivo.
Poteva quindi essere disatteso, ma così non è stato, come sappiamo.
Ha portato, è vero, alle dimissioni di Cameron anche se alla vigilia del voto lo stesso primo ministro lo aveva escluso. Ma questa mossa era politicamente scontata data l'entità della sconfessione ricevuta dal popolo britannico.
OBIETTIVO: GUADAGNARE TEMPO. Assai meno scontata era, ed è, la pretesa di Cameron di non dimettersi subito bensì fra qualche mese, a ottobre per la precisione, cioè a chiusura del Congresso del suo partito.
Ancora meno scontato era, ed è, che a fronte di un esito referendario di carattere consultivo, Cameron abbia deciso di non sottoporre quell'esito al voto parlamentare.
Non lo ha voluto fare perchè la maggioranza parlamentare si sarebbe espressa a favore del Remain, aprendo in tal modo un delicatissimo conflitto di sovranità: tra quella popolare e quella del parlamento.
Voglio azzardare un'ipotesi: non lo ha voluto fare perchè sa che in parlamento - e dunque non solo nella sua parte politica - c'è una maggioranza che punta di fatto a guadagnare tempo per svuotare di contenuto il responso referendario.
Che punta cioè a portare avanti un negoziato più o meno palese, condotto con un obiettivo ben preciso ma non dichiarabile al momento: ottenere un nuovo e più avanzato (nell'interesse britannico) «contratto di appartenenza» all'Unione europea.
LE PRETESE DI CAMERON. Cameron si è accorto solo a cose fatte - pessimo indicatore per un politico - di non essere riuscito a leggere gli umori del suo Paese; gli umori che la sua stessa politica verso Bruxelles, assieme a quella dei suoi predecessori, ha contribuito ad alimentare.
E adesso cerca di porvi riparo nel convincimento della indispensabilità del Regno per l'Europa, ma anche perchè fin dalle prime ore dallo spoglio sono affiorati tanti, troppi fattori di criticità interna: dai rigurgiti indipendentistici di Irlanda del Nord e Scozia ai rischi di ridimensionamento finanziario della City di Londra, passando per le perdite di mercato e i vantaggi della circolazione.
E nel giro di qualche giorno Cameron, tronfio di orgoglio britannico, è arrivato a sostenere di fronte ai colleghi europei il diritto sovrano a decidere 'quando' investire il parlamento della questione e quindi anche quando notificarla a Bruxelles e iniziare di conseguenza a mettere in moto la procedura negoziale del futuro dei rapporti tra Londra e l'Ue.

Londra è troppo importante, merita una dose massiccia di real politik

Matteo Renzi con Angela Merkel.

Una bella pretesa, non c'è che dire. E l'Europa?
Già dall'incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi fondatori era emersa una penosa ripartizione tra i falchi (l'Europa non può rimanere ostaggio di Gentiloni), le colombe (il tedesco Steinmeier) e gli impediti causa elezioni (lo spagnolo Garcia Margallo).
E certo non è destinata ad avere un peso decisivo la pur robusta posizione ultimativa presa dal presidente del parlamento europeo Martin Schulz, visto l'umore di fondo manifestato da Berlino e gli equilibri interni che dominano quel consesso.
MERKEL NON VUOLE STRAPPI. Poi è venuto il mini-vertice Merkel-Hollande-Renzi dal quale è emersa sì l'esigenza di non perdere tempo (ma in un batter d'occhio questo tempo è stato di fatto dilatato di qualche mese, secondo alcuni anche a fine anno), e intanto far maturare politiche suscettibili di rilanciare l'Ue su orizzonti di respiro strategico di cui si annunciano per ora solo i titoli: sicurezza, crescita, occupazione, migrazioni.
E soprattutto è stato riempito, questo tempo, del messaggio politico della cancelliera Merkel, nonostante qualche mugugno interno alla Grosse koalition: occorre dare a Londra il tempo e la procedura che l'infausta redazione dell'art.50 del Trattato consente; occorre comprendere Londra e lavorare con calma e ponderazione.
La cancelliera non vuole strappi, punta anzi a una qualche forma di riconciliazione ovvero, se proprio non sarà possibile arrivarci, a un divorzio consensuale.
Cosa che significa in ogni caso un nuovo contratto per un nuovo rapporto.
Londra è troppo importante per non meritare una dose massiccia di real politik e la voce di Berlino conta più delle altre in questa malmessa Unione.
Se, come penso, questa linea si imporrà, occorrerà evitare in tutti i modi che non vada a scapito di quell'agenda rigeneratrice da cui dipende il futuro stesso dell'Ue che abbiamo contribuito a creare.

Correlati

Potresti esserti perso