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INTERVISTA 28 Giugno Giu 2016 1531 28 giugno 2016

Podemos, gli effetti della questione catalana sul voto

Iglesias ha insistito sulla campagna pro-referendum. In un Paese fortemente centralista. Il sociologo Miley: «Così facendo ha alienato molti spagnoli, additando quasi come fascista chiunque fosse favorevole all’unità nazionale».

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Un film già visto: le elezioni politiche in Spagna del 26 giugno, come si temeva, non hanno restituito un risultato tale da permettere a un solo partito di guidare il Paese.
Il Pp del premier Mariano Rajoy si è assicurato la maggioranza relativa del 33% alla Camera, che si traduce in 137 deputati su 350, e quella assoluta in Senato, istituzione importante per il passaggio delle riforme costituzionali. Ma non basterà per governare.
La grossa sorpresa è stato il mancato “sorpasso” di Unidos Podemos - l’alleanza tra Podemos di Pablo Iglesias e i post-comunisti di Isquierda Unida, guidati da Alberto Garzon - ai danni del Psoe.
Un flop che, secondo alcuni analisti, affonda le radici nella campagna del movimento degli indignados a favore del referendum per l'autonomia della Catalogna: «La scelta di Podemos ha alienato molti spagnoli», spiega a Lettera43.it Thomas Jeffrey Miley, sociologo a Cambridge. «Chiunque sia favorevole all’unità nazionale è visto da Podemos quasi come un fascista. Questo, secondo me, è stato uno dei motivi principali per cui Podemos non si è affermato come sperava».

Pablo Iglesias, leader di Podemos. Nel riquadro, Thomas Jeffrey Miley.

DOMANDA. Rimane in Spagna un grosso problema di governabilità.
RISPOSTA. È ormai un problema quasi fisiologico.
D. Come si può interpretare?
R.
Per capirlo meglio è interessante paragonare la Spagna con un altro membro dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna, ndr): la Grecia.
D. Ci sono differenze sostanziali...
R.
Sì, innanzitutto la Spagna è più forte dal punto di vista economico e ha sofferto meno la crisi.
D. Come si traduce questo in termini politici?
R. In Grecia abbiamo visto un pesante indebolimento del Pasok (il partito socialista, ndr) con il parallelo confluire della protesta verso la sinistra radicale di Syriza.
D. Come mai il Psoe, nonostante la sua moderazione, continua a reggere in termini di preferenze?
R. Perché ci sono una base operaia e una fetta della classe media tuttora ancorate al socialismo moderato.
D. Inoltre Podemos non è l’unica formazione anti-casta…
R. Sì, c'è anche Ciudadanos. E chi vota per Iglesias non voterà mai per Rivera, e viceversa. Un elementare stallo numerico.
D. Altre differenze con la Grecia?
R. La differenza cruciale è la presenza in Spagna della questione nazionale.
D. Come si applica al rapporto di forza politico?
R. Differentemente da Ciudadanos, Podemos appoggia l’idea di un referendum per l’autonomia della Catalogna.
D. La mentalità centralista non è monopolio di Ciudadanos però…
R. No, è una mentalità diffusa e trasversale in Spagna. La scelta di Podemos ha alienato molti spagnoli. Chiunque sia favorevole all’unità nazionale è visto da Podemos quasi come un fascista. Questo, secondo me, è stato uno dei motivi principali per cui Podemos non si è affermato come si sperava.
D. Ma al tempo stesso Podemos non è favorevole a una separazione della Catalogna dalla Spagna…
R. No e, ironicamente, pur approvando la libertà di scelta, in un eventuale referendum spingerebbe al massimo per una maggiore autonomia, ma decisamente contro un’indipendenza totale della regione.
D. Quindi comincerà ora il balletto dei tentativi di alleanza di governo…
R. Sì, e magari il Pp proverà a governare da solo con un appoggio variabile esterno dei socialisti e di Ciudadanos.
D. Ma Sanchez ha reiterato di non voler aver nulla a che a fare con il Pp.
R. Infatti: tutto è molto difficile. E ora Sanchez, rappresentando il maggiore partito di opposizione, più che mai respingerà le offerte di Iglesias che non è riuscito a sorpassarlo.
D. Esiste la possibilità di un governo tecnico?
R. Questa sarebbe l’ultima carta da giocare: un ritorno alle urne è impensabile.
D. Visto che si parla di Piigs, come mai non si riesce ad affermare il modello portoghese che vede un’alleanza tra i socialisti e l’equivalente locale di Unidos Podemos?
R.
Di nuovo, indipendentemente dalla maggiore “flessibilità” dei socialisti portoghesi, credo che sia un problema di identità nazionale, che in Portogallo, come in Grecia, non sussiste.
D. Poi il Bloque de Esquerda (il Syriza portoghese, ndr) è ben diverso da Podemos…
R.
Decisamente: è più flessibile, meno dogmatico.
D. Questa paura dell’autonomia è forse un’eredità del franchismo, noto per le sue tendenze accentratrici?
R.
Esiste senza dubbio questo elemento, e da questo punto di vista il Pp è percepito dagli spagnoli come un erede moderato di quella tradizione, l’unico capace di tenere insieme il Paese contro qualsiasi spinta centrifuga. Ma al di là di tutto questo bisogna tenere a mente che la Spagna è essenzialmente un’entità multinazionale.
D. A parte la questione dell’integrità nazionale, ha forse giocato contro Podemos il timore che la Spagna possa finire come la Grecia nella sua lotta contro l’austerity?
R.
Non più di tanto, al massimo come pensiero di sottofondo. Invece è stato usato molto il legame organico tra Podemos e il chavismo, facendo credere all’elettorato che la Spagna potrebbe finire come il Venezuela.
D. Può la Brexit avere giocato un ruolo nel frenare l’impeto di Podemos?
R.
Bisogna capire che come reazione a tanti anni di isolamento sotto il franchismo la Spagna è essenzialmente molto europeista: un’attitudine che copre l’intero spettro politico.
D. Ma in questo contesto si è parlato dell’euroscetticismo di Iglesias…
R.
Sì, certo e anche lì c’è stata una pesante strumentalizzazione. Iglesias è stato molto chiaro: pur rimanendo critico all’Europa dell’austerity, non si sognerebbe mai di lasciare la Ue se arrivasse al potere.

Twitter @AttilioWhite

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