Matteo Renzi 160606192011
MAMBO 29 Giugno Giu 2016 1046 29 giugno 2016

Il Pd che vive di ripicche merita di non vincere più

Le minoranze smettano di litigare con Renzi e trovino unità. Sennò la sconfitta, d'ora in poi, è assicurata.

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Matteo Renzi

Le minoranze, vecchie o in costruzione, del Pd, il 4 luglio, data della Direzione del partito, possono segnare un punto o fare una figuraccia che potrebbe addirittura rafforzare Matteo Renzi.
Si sa che molti osservatori, uomini di finanza, vecchie volpi dell’establishment danno il premier in caduta libera.
Il referendum, secondo questi veri gufi, andrà male e Renzi non potrà restare in piedi se avrà un minimo di educazione istituzionale.
La non personalizzazione del referendum non è più possibile. I buoi, i suoi buoi, sono scappati. Renzi può solo tentare di fare un accordo con le sue opposizioni togliendo di mezzo quell’obbrobrio dell’Italicum, che la Corte potrebbe affossare, e dichiarando le parti della riforma istituzionale che dovranno cambiare.
Ci vorrebbero atti e patti solenni. Potranno apparire, a lui e ai suoi, marce indietro, ma non si vince solo avanzando.
RENZI NON PARLA CON LA CULTURA. Il clima europeo regala al premier un ruolo che non era mai riuscito a conquistarsi e che non può gestire in modo miserabile chiedendo sconti e mance per l’Italia.
Si facesse promotore di un incontro internazionale di tipo culturale, magari a Firenze, per rilanciare l’idea di Europa.
Facesse in modo che un gruppo di intellettuali visionari ripetano il Manifesto di Ventotene.
Il guaio è che Renzi non parla con la cultura, con essa ha lo stesso rapporto di Matteo Salvini e di Beppe Grillo. Pensa che la cultura sia il caro Andrea Romano.
Questi non sono consigli per Renzi, del cui destino mi importa niente e la cui caduta, che non mi auguro, non provocherebbe nessuna catastrofe italiana, ma sono suggerimenti che valgono per lui e per chi a lui si oppone.

La sinistra smetta di farsi i dispetti col premier e guardi oltre

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani.

Le minoranze Pd sono di diverso tipo.
Alcune “eroiche” e tradizionali che si sono spaccate in due, quella di Pier Luigi Bersani con Roberto Speranza, amarissimo lucano candidato segretario, e quella di Gianni Cuperlo che appare meno ideologica e meno attaccata al bel tempo che fu.
Poi ci sono i nuovi oppositori. Fra questi vanno messi personaggi che alla carriera di Renzi hanno contribuito, come Sergio Chiamparino, o che l'hanno agevolata, come Piero Fassino e Dario Franceschini.
Poi ci sono i renziani scappati, come Matteo Richetti, e i renziani preoccupati della deriva del capo, come Graziano Delrio.
D'ALEMA SEMBRA ARCHIE MOORE. C’è Giorgio Napolitano, che non è opposizione ma non ne può più di un leader del Pd che si muove come un mosca nel bicchiere.
Infine c’è Massimo D’Alema, che molti deridono ma è un vecchio pugile che sa come si colpisce il punto debole del giovane avversario che ha dalla sua l’età e nulla di più.
Ricorda Archie Moore, grandioso pugile afro-americano che finora ha collezionato il maggior numero di vittorie per ko. Perse con Muhammad Alì. Ma Renzi non è Muhammad Ali, visibilmente.
Ho taciuto due nomi. Uno è Walter Veltroni, il vero inventore del Pd. accantonato con cattiveria. La sua creatura è diventata una specie di gigantesco partito non americano ma latino-americano.
L’altro è Romano Prodi, simbolo del centrosinistra affossato da Arturo Parisi, l’unico politologo a credere che i partiti nascono con le regolette e non sulla base di processi storici.
Parisi ha pensato che fosse cultura politica l’omicidio - poltico - di D’Alema e che il mondo veniva rifondato con le primarie. Tuttora discutiamo su come eleggere un leader, non quello che deve fare.
SERVE UNA OPPOSIZIONE UNITA. Ho lasciato per ultimo un altro uomo di opposizione. Parlo di Enrico Rossi, governatore toscano, uomo fine e gentile che di Renzi non critica l’ascesa, sancita da primarie vinte, ma le scelte di governo, e che con il libro in uscita, a cui ho dato una mano, che ha il titolo Rivoluzione socialista tende a creare le condizioni per una forza socialista vera dentro al Pd per spostare il partito lungo questo asse.
Sono discorsi che non piaceranno agli ex berlusconiani ora renziani del Foglio che, invece di occuparsi di leggere la storia della loro débâcle, iniziata con l’elogio dell’invasione bushista dell’Iraq fino all’esaltazione del neo-liberismo, hanno avuto, oggi, la genialata di indicare Picketty come il responsabile della crisi attuale. Bambini mal cresciuti.
La conclusione di questa rassegna, per quanto riguarda le opposizioni Pd, è una sola: trovate un punto comune e datevi procedure rapide per indicare un anti-Renzi.
Il punto comune è organizzato a sua volta attorno a due esigenze: smontare il referendum, il Paese non ha bisogno di questo scontro, e fare stati generali della sinistra per dire rapidamente come si può fare una finanziaria di futuro e come rifondare l’Europa.
Sennò continuate a farvi i dispetti con Renzi. Alla fine vi troverete Di Maio o, se ci va bene, Stefano Parisi. Perché voi non vincerete più.

Twitter @giuseppecaldaro

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