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BASSA MAREA 29 Giugno Giu 2016 1153 29 giugno 2016

Non basta gridare «exit»: anti-Ue, avete un piano?

Farage, Salvini & co. hanno argomenti per la battaglia. Ma per il "dopo" sono senza idee.

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Nigel Farage e Jean-Claude Juncker.

Niente paura. Non cambia molto. «Non posso non ribadire con forza che la Gran Bretagna fa parte dell’Europa, e sempre ne farà parte». Bontà sua.
Così ha scritto dopo la vittoria al referendum britannico del 23 giugno Boris Johnson, il deputato conservatore ed ex sindaco di Londra massimo protagonista, insieme al leader del separatista Ukip, Nigel Farage, e al collega di partito e ministro in carica Michael Gove, della campagna per uscire dalla Ue.
Ci sarà con Bruxelles un accordo di libero scambio e non cambierà nulla. Non è vero che è stata una scelta contro l’immigrazione.
È stata una scelta per riprenderci il pieno potere legislativo e per spezzare il vincolo dell’inappellabile suprema magistratura europea.
Per il resto - cultura, ricerca, sicurezza, intelligence - piena collaborazione, come prima e più di prima.
PER JOHNSON NON CAMBIA NULLA. Insomma, secondo Johnson, in lizza per diventare leader conservatore ma troppo caratterizzato forse perché il suo partito decida di farlo primo ministro e negoziatore con Bruxelles della complicata uscita della Gran Bretagna, finalmente Londra ha ottenuto ciò che (una parte degli inglesi, non l’intero Regno Unito come si è visto), ha sempre voluto: libero scambio e basta.
Ma è chiaro che il libero scambio dovrà essere meno libero di prima, pena la burla.
Come dopo una vivace serata al pub, c’è un po’ di mal di testa e una certa confusione di idee. Il Leave potrebbe avere aperto, per la Gran Bretagna, un vaso di pandora per il semplice motivo che, vinta la battaglia, non ha una strategia per il dopo. Il dopo sarebbe un ritorno al “prima”. Che come noto è sempre un bersaglio mobile e, negli ultimi due decenni, è diventato mobilissimo.
Agli europei interessa ora con Londra un rapporto sano, né ostile né accondiscendente: nessuno obbliga a far parte della Ue ma chi esce decide di privilegiare i valori della piena autonomia, ritira la (parziale) cessione di sovranità, recupera libertà, rinuncia ai vantaggi, almeno una parte cospicua.
QUELLI CHE... «TORNIAMO ALLA LIRA». «Quali vantaggi?», chiedono subito gli anti-Ue di cui Matteo Salvini cerca, nel caso italiano, di essere simbolo e portavoce. Ci sarebbero infatti solo svantaggi.
A frotte, anche da noi una crescente squadra di politici che lisciano il pelo al nazionalismo, irriducibili avversari dell’imperialismo borghese e tecnocratico, economisti in cerca di teorie (e qualche fama), difensori della democrazia dimentichi che se nel 1956 il Trattato di Roma fosse stato sottoposto a referendum forse non sarebbe passato in alcuni Paesi tra cui l’Italia, (sinistre e destre contro, Confindustria molto perplessa), fegatosi tribuni da Bar Sport, pseudofilosofi innamorati dello spontaneismo anti-élite, seguaci della decrescita felice (degli altri, si spera), dicono sempre di più che occorre scegliere la libertà: basta con “questa Europa”.
Essendo poi l’Italia - a differenza del Regno Unito - nella moneta unica, il perno del loro messaggio è: torniamo alla lira.
Come se 20 anni fossero passati invano e potesse tornare il mondo di quando avevamo la lira, moneta di cui nonostante un certo affetto simbolico ci siamo disfatti volentieri, a differenza dei tedeschi con il marco.

Il contagio del 'morbo inglese'

Matteo Salvini.

Il punto è che gli anti-Ue e anti-euro hanno argomenti per la battaglia, ma nessuno per quello che succederà dopo.
Hanno subìto il contagio del “morbo inglese”, dell’illusione di un ritorno della Old England, e della Little Italy. Qualcuno l’ha già detto, che l’Italia farà da sé.
Se “questa Europa” ha vari difetti, non è detto vada portata al macello.
Chris Patten, ex deputato conservatore, ultimo governatore britannico di Honk Kong, ex commissario Ue ai rapporti internazionali, ex rettore di Oxford, ex presidente del Bbc Trust e uno dei politici più stimati d’Inghilterra, è chiarissimo: ce ne pentiremo amaramente, del leave.
RIPERCUSSIONI SUL LAVORO. Se Johnson dice che non cambierà nulla o quasi, Patten dice che cambierà moltissimo. Molti scopriranno che «invece di ritrovare la libertà, perderanno il posto di lavoro».
È stata una rivolta contro le élite, alimentata dal nazionalismo, «e alla fine le politiche nazionalistiche sono sempre fatte di razza, immigrazione, e teorie cospiratorie”, tipo Bruxelles ci soffoca.
«L’elettorato pro-Brexit è stato nutrito con formule ridicole del concetto di sovranità ed è stato così portato a scegliere una maschera di indipendenza invece del vero interesse nazionale».
Quanto ai suoi connazionali, Patten è caustico: «Non credo che gli piacerà quello che si sta preparando».
Si tratta (a maggioranza, e neppure travolgente) di un suicidio politico, non solo per il premier David Cameron, ma per l’intera nazione. «E il problema per chi commette suicidio politico», ricorda Patten citando Winston Churchill, la cui eredità cautamente pro-Europa (non potendo mantenere l’Impero) è stata ampiamente tradita, «è che sopravvive per potersene pentire».
Sulla stessa linea di Patten, l’ex ministro degli Esteri ed ex premier svedese Carl Bildt, uomo al quale la Ue potrebbe affidare fra non troppo un ruolo-chiave.
LE COLPE DELL'ÉLITE INGLESE. Bildt vede tutto come una grave perdita per la Ue, dove Londra ha svolto un ruolo importante del quale però non si poteva parlare sul Tamigi, per non offendere il profondo jingoism («siamo superiori a tutti») nazionale. E rimprovera all’élite inglese di non avere mai davvero contrastato la politica di irrisione e odio verso il continente, Germania e Francia soprattutto (l’Italia per loro è una barzelletta), portata avanti per decenni dai tabloid inglesi, che alla fine hanno vinto.
La base del nazionalismo più becero è semplice: noi siamo diversi, noi siamo migliori e vogliamo farci i fatti nostri. Prego, accomodatevi.
Qualcuno anche da noi sogna l’exit.it? Un giorno di libertà? E da cosa? E con il nostro debito e le nostre banche?
Chi tifa exit.it dovrebbe sapere per prima cosa che, se Londra può guardare con un certo disdegno le pratiche amministrative continentali, dall’alto del suo scranno di Paese bene amministrato e che quasi a memoria d’uomo governava con un pugno di persone un impero, noi dovremmo tenerci stretta Bruxelles per non finire a Cairo-Nord.
E poi usciamo, d’accordo. Ma per capeggiare un nuovo gruppo che unisce le due sponde del Mediterraneo, o in linea Est-Ovest l’Appennino e i Balcani? Siamo sicuri che ci vorrebbero? E per guadagnarci che cosa, a parte qualche parata romana?

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