Renzi 160629205226
SVOLTA 29 Giugno Giu 2016 2002 29 giugno 2016

Perché la Brexit rafforza Renzi in Europa

La crisi britannica apre le porte dell'Ue al premier. Che vuole un ruolo di guida. Stimato nel Regno Unito, rivalutato da Merkel: così può essere il trait d'union.

  • ...

da Bruxelles

Il premier Matteo Renzi durante la conferenza stampa al termine del vertice europeo.


L'alunno supera il maestro.
E sale in cattedra.
Si sente un po' così Matteo Renzi alla fine del summit europeo sulla Brexit.
Il secondo giorno, quello che ha visto l'Unione europea orfana dopo 43 anni del suo membro britannico, il premier coglie l'occasione per trasformare la crisi dell'addio britannico in una opportunità.
E provare a giocare un ruolo nell'Ue a 27.
FRANCESI MENO AFFIDABILI. Aiutato da un presidente francese già indebolito dalle imminenti elezioni nazionali che potrebbero spazzarlo via e segnare l'inizio di una nuova ondata euroscettica capeggiata da Marine Le Pen, Renzi ha iniziato a godere di una considerazione maggiore a livello europeo e, soprattutto, tedesco.
È infatti Angela Merkel in persona, tengono a sottolineare a Palazzo Chigi, ad aver invitato il premier italiano a Berlino alla riunione pre-vertice (27 giugno) insieme con François Hollande.
MATTEO L'UOMO GIUSTO? L'asse franco-tedesco non è più considerato dalla cancelliera così solido per affrontare la nuova crisi europea.
Ed ecco Renzi, che è diventato l'uomo giusto al momento giusto.
Funzionale per essere anche trait d'union nella fase di uscita del Regno Unito dall'Ue.
Paese nel quale Renzi, considerato il Blair italiano, gode, molto più di Hollande, di stima da parte della City e del New Labour britannico.
Un riconoscimento davanti a cui il premier non nasconde un certo orgoglio, ma allo stesso tempo ammette di aver lavorato per arrivare a questo punto.

Dopo gli scontri, il premier sembra aver capito la diplomazia comunitaria

Matteo Renzi.

Un lavoro che è consistito nel fare un po' meno il Fonzie, perché, spiega lo stesso Renzi, l'Europa non è un posto dove arrivi e batti i pungni sul tavolo: «Qui non si fanno le rivoluzioni con le rotture, qui funziona la politica dello step by step (un passo alla volta, ndr)».
Dopo le critiche contro l'Europa degli zero virgola, dopo le battute contro gli eurocrati, dopo gli scontri con il presidente della Commissione Ue, Renzi sembra aver capito come funziona la diplomazia comunitaria, e ora vuole giocare la sua parte.
FLESSIBILITÀ SDOGANATA. Ricorda come «due anni fa, al vertice di Ypres ho dovuto combattere solo per far mettere la parola flessibilità nelle conclusioni del Consiglio».
Crescita e competività, giovani e ideali, «erano argomenti che sino a qualche anno fa in questo palazzo sembravano off limits».
Da allora le cose sono cambiate. Ma è lo stesso Renzi a essere cambiato: vanta i «circa 30 miliardi di flessibilità» ottenuti dall'Ue, e per quanto ammetta che «ben altro sarebbe servito, intanto abbiamo portato a casa questo».
Perché «l'Europa è una macchina complessa, io per primo ho dovuto prendere le misure e non è detto ci sia riuscito fino in fondo», dice.
UN SALTO DI QUALITÀ. Il «tentativo» dice, è quello di «di fare un salto di qualità nelle discussioni, anche con Merkel e Hollande si è cercato così di andare oltre le procedure, a partire da quella dell'articolo 50 sulla Brexit, in seguito allo choc che il voto del Regno Unito ha suscitato», davanti alla quale «era fondamentale dare un messaggio di qualità».
E soprattutto di orgoglio.
«NON PRENDIAMO LEZIONI». Insomma «l'Italia non prende più lezioni in Europa, non siamo più tra gli imputati o gli esaminandi, ma un Paese che vuole dare una mano con le sue idee», dice il premier.
«In un anno e mezzo, mica 10 anni, è cambiata la prospettiva. Prima ero solo. Oggi», auspica, «vorrei che gli italiani siano orgogliosi di un Paese che è tornato nelle sedi che prendono le decisioni».
A partire da quelle sul Migration compact, proposta dal governo italiano, sulle quali Hollande e Merkel «hanno riaffermato la volontà di investire».
E cambiare il linguaggio, iniziando a parlare più di crescita e giovani. «Sembrano termini demodé, la discussione sembrava impossibile, ma è la dimostrazione che l'azione dell'Italia qualche risultato lo sta portando».

Sulle banche però Frau Merkel non perdona

Matteo Renzi e Angela Merkel.

Oltre agli ideali, però, oltre alle belle proposte come quella di dare ai giovani britannici che studiano nell'Ue la cittadinanza europea, uno ius culturae, c'è chi ricorda e invoca altri risultati.
Sul piano economico e finanziario.
Risultati che tuttavia non sono ancora pienamente sufficienti o quanto meno rassicuranti per Berlino.
Che non abbassa la guardia. «Abbiamo lavorato per darci regole comuni su risoluzione e ricapitalizzazione delle banche» e «non possiamo cambiare le regole ogni due anni», ha ricordato Merkel a fine summit a chi le chiedeva se la Brexit e i terremoti finanziari dei questi giorni potessero portare gli altri Stati membri ad avanzare richieste come per esempio quella italiana sul piano per ricapitalizzare le banche.
Idea discussa da tempo e ora tornata al centro del dibattito a seguito del voto britannico.
BERLINO: «NIENTE PROTEZIONI». Ma nonostante la rinnovata intesa con la Germania, il messaggio non cambia: la cancelleria tedesca è contraria all'idea di proteggere gli investitori.
Davanti alle dichiarazioni di Renzi che proprio a Bruxelles ha sottolineato di essere «pronto a fare tutto il necessario, se servirà, per garantire la sicurezza dei risparmiatori e dei cittadini», Berlino vuole l'applicazione delle regole Ue nel salvataggio degli istituti di credito, vuole imporre le perdite su azionisti e alcuni creditori prima che vengano usati soldi pubblici.
Insomma la politica dello step by step subisce uno stop. E se davanti alla Brexit l'unione dei 27 si rafforza, davanti al problema delle banche si riaccendono gli animi italo-tedeschi.
RENZI SFODERA... BERLUSCONI. «Nessuno vuole cambiare le regole europee sulle banche», dice Renzi, che ricorda a Merkel come «gli ultimi a non rispettarle furono i tedeschi nel 2003 grazie a Berlusconi che è un uomo generoso».
Un riferimento quello agli sforamenti del Patto di Stabilità di Berlino del 2003, tollerati in sede europea «e dal governo Berlusconi», che fa parte ormai del repertorio classico di difesa sfoderato dal premier davanti agli attacchi tedeschi. Che però non sembrano colpire più l'Italia come prima.
I compiti a casa sono finiti, è quello che Renzi vorrebbe ribadire, «l'Italia ha l'ambizione di guidare il percorso di cambiamento dell'Ue venendo qui a portare idee e proposte, non per chiedere deroghe, anche perché nelle regole ci sono spazi per fare tutto ciò che serve al nostro Paese».
«PIÙ GIOVANI E SOGNI». Ma oltre alle idee, ricorda la Germania, servono i fatti, i conti.
«Meno finanza e banche, più giovani e sogni», è il programma renziano, che però potrebbe essere funzionale solo per iniziare la nuova era a 27, non per segnarla.


Twitter @antodem

Correlati

Potresti esserti perso