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ESTERI 29 Giugno Giu 2016 1745 29 giugno 2016

Terrorismo in Turchia, tutti gli errori di Erdogan

Istanbul e Ankara ridotte a campi di battaglia. La lotta ai curdi. Il flirt con l'Isis. Lo scontro con generali laici e Akp. Così Erdogan è finito sotto fuoco incrociato.

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Recep Tayyip Erdogan ha riempito i supermarket e gli arsenali del Califfato e sepolto il processo di pace con i curdi: le due cause della raffica di attentati che, tra il 2015 e il 2016, hanno colpito la Turchia.
Fino alla mattanza dell'aeroporto Ataturk.
Il Sultano «si è montato la testa», «si è fatto prendere la mano», «è un dittatore».
Non si riconosce più dall'ex calciatore, laureato in Economia, che faceva scintille come sindaco di Istanbul.
DA PERSEGUITATO A DITTATORE. Votato dalla Turchia musulmana (anche) perché ex esiliato dei generali allineati agli Usa, che non volevano tra i piedi né Islam né curdi, è stato premier brillante all'inizio, complice il boom economico turco.
Promotore addirittura del primo negoziato con il Pkk di Öcalan, al quale aveva fatto alcune concessioni.
OVERDOSE DI SOLDI E POTERE. Poi sono piovuti i soldi sulla sua famiglia: un fiume di miliardi dalle lobby e provenienti anche dalle sospette forniture di petrolio del figlio Bilal.
Ma forse il tre volte premier e presidente turco, che ad Ankara si è eretto una reggia di 1.200 stanze, ha semplicemente calato la maschera.

Con Qatar e sauditi, sognando un nuovo Califfato ottomano

Recep Tayyip Erdogan.

A 61 anni Erdogan è al potere dal 2003, prima come premier e dal 2014 come presidente.
È ancora il leader del partito più votato in Turchia, gli islamisti conservatori dell'Akp, ma in calo di consensi.
Il 40% dei laici del Paese si ribella a lui dalla svolta liberticida e censoria che lo ha visto, dal 2010, costruire moschee, vietare il consumo e la vendita di alcol di notte e accanto a luoghi di culto e scuole, oscurare Internet e tivù, tentare di accentrare i poteri forzando la Costituzione.
L'ONDATA DELLE INSURREZIONI. Nell'aria c'era la Primavera araba guidata dalla Fratellanza musulmana che sarebbe presto esplosa, portando altri grossi guai a Erdogan e al suo entourage, decisi a cavalcare - con ogni mezzo - l'ondata delle insurrezioni.
Dal 2011 il soft power che Ankara esercitava in Medio Oriente e in Nord Africa si è radicalizzato nell'interventismo bellico spinto che ha portato la Turchia all'alleanza prima con il Qatar, poi con l'Arabia Saudita: i due Stati del Golfo che più hanno finanziato e armato, insieme al governo di Erdogan, i gruppi di combattenti islamici più radicali, anche jihadisti, nella regione.
LA SETE DI UN NUOVO IMPERO. L'Akp non ha mai fatto mistero delle sue mire (anche territoriali) neo-ottomane in Siria, Iraq, Libia.
Dove prima della spartizione coloniale di Sykes-Picot, del 1916, tra la Francia e la Gran Bretagna, dal 1.300 i sultani di un impero in rottamazione la facevano da padrone.

Dal 2011 con l'Islam più estremista in Siria, Iraq e Libia

Superstiti dell'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.

Ma Erdogan non ha avuto freni.
Negli ultimi cinque anni ha lasciato passare migliaia di combattenti e tonnellate di rifornimenti dai suoi confini meridionali della Turchia, verso i territori controllati da al Nusra (al Qaeda in Siria), da altri gruppi jihadisti salafiti come Jaysh al Islam e Ahrar al Sham, e si sospetta anche verso il Califfato.
Russia, Iran e curdi lo accusano di commercio illegale di petrolio contrabbandato dall'Isis, attraverso le società del figlio.
ARMI E SOLDI AI JIHADISTI. Abitanti e combattenti pentiti in fuga da Raqqa e Musul, capitali del sedicente Stato islamico in Siria e in Iraq, hanno raccontato di supermercati e negozi pieni di merce turca. Come in Libia, a Tripoli e nei territori in mano ad Ansar al Sharia (al Qaeda) e agli islamisti di Alba libica, solo negli ultimi mesi, con efficacia, in guerra contro gli stranieri dell'Isis approdati nel Paese.
Verso Derna, Bengasi, anche Tripoli, è arrivato di tutto via mare e via aerea, dal Qatar e dalla Turchia, mentre a Sirte nasceva il Califfato di Libia.
SFILZA DI NEMICI INTERNI. Dalla Turchia verso la Siria e l'Iraq un fiume di jihadisti anche europei, atterrati pure a Istanbul, e di tir documentati dalle riprese aeree superava intanto il confine.
Una politica spericolata che ha creato scismi anche interni all'Akp con i maggiori leader e influencer islamici - l'ex capo di Stato Gül, il predicatore lobbista Gülen, il premier fatto fuori Davutoglu - ora oppositori di Erdogan.

La guerra ai curdi anche attraverso l'Isis e la strategia della tensione

Un uomo osserva dal suo balcone i palazzi distrutti in seguito ai combattimenti tra esercito e ribelli curdi a Yukseova, nel Kurdistan turco vicino al confine con Iraq e Iran. Nella regione è in vigore il coprifuoco.

Basterebbe questo a spiegare la strage del 28 giugno, al grande scalo internazionale di Istanbul. E i kamikaze contro i turisti tedeschi e israeliani dei due attentati nel cuore sfigurato dell'antica Costantinopoli.
Ma c'è pure la questione curda, che ha riportato ad Ankara e sul Bosforo gli attentati degli Anni 80 e 90 contro i mezzi militari e gli obiettivi statali: attentati suicidi, sparatorie, una lunga scia di morti.
SALTA IL NEGOZIATO CON ÖCALAN. Drogando l'Islam sunnita, anche più estremista, Erdogan ha fermato la costruzione di una regione autonoma dell'ala del Pkk in Siria (la Royava del Ypg), al confine con il Kurdistan turco e iracheno. Ostacolando la lotta sul campo all'Isis dei curdi di Kobane e dei peshmerga curdi di Erbil.
Il negoziato con Öcalan non poteva che andare a monte, riaprendo la lotta armata delle ali più estreme: il capoluogo sotto coprifuoco dell'entroterra curdo Diyarbakir - come ormai gran parte della Turchia - è un campo di battaglia tra turchi, guerriglieri, attentatori di varie matrici.
SOTTO IL FUOCO INCROCIATO. Nel caos sono rispuntati anche i commando delle Br turche del Fronte rivoluzionario per la Liberazione del Popolo (Dhkp-C), tra le sigle marxiste-leniniste sempre nuove vicine alla vecchia strategia della tensione.
Forse sono legati a estremisti curdi fuoriusciti dal Pkk, forse li mandano i generali laici fatti fuori da Erdogan: comunque anche loro sparano a Istanbul.
Il Sultano, arrivato a far abbattere un caccia russo, ha accumulato miliardi e rancori, pagando cara la riconciliazione con l'alter ego Vladimir Putin per la «guerra all'Isis». Tardiva, quando si è già nel mirino di troppi.

Twitter @BarbaraCiolli

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