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ANALISI 30 Giugno Giu 2016 0900 30 giugno 2016

Il nuovo fronte anti-sciita può scatenarsi in Libano

L’asse ricostituito Ankara-Riad-Cairo preannuncia un'escalation contro l'Iran.

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

L’attentato all’aeroporto di Istanbul ha colpito il governo Erdogan nel giorno stesso in cui ha operato tre clamorose correzioni di rotta in politica estera.
Naturalmente, è stata una pura coincidenza, perché un’azione del genere necessita di settimane di preparazione.
Ma il dato resta, accanto a quello di una strage jihadista ancora compiuta a un livello basso di difficoltà.
Come in tutti i precedenti attacchi in Europa, in Turchia e negli Usa, l’Isis ha scelto un obiettivo “facile”, impossibile da presidiare con i suoi 62 milioni di passeggeri l’anno, ma ha dato prova di un passo in avanti nella tecnica: un commando che fa il massimo danno possibile garantendo la fuga a tre attentatori.
Siamo comunque e ancora in una fase in cui l’Isis - quanto a “guerra asimmetrica” - si affida a gruppi locali, con preparazione militare medio-bassa (a Charlie Hebdo i fratelli Kouachi sbagliarono persino l’indirizzo e lasciarono la patente nella macchina abbandonata dopo la fuga), che provocano stragi tra civili disarmati.
Ma prima o poi, l’Isis deciderà di aprire un “fronte” in Europa, una scelta obbligata a causa della fortissima pressione esercitata su Raqqa e su Mosul dalla forze della Coalizione.
Sceglierà allora obiettivi militarmente e politicamente significativi, contro cui scaglierà non più solo jihadisti di mediocri capacità militari, ma professionisti, con armamenti ben più articolati e complessi dei kalashnikov e delle cinture esplosive usate sino a oggi. È questa una previsione fosca, ma fondata.
SVOLTA DI ERDOGAN. Detto questo, è bene riflettere sulla coincidenza - pur casuale - tra l’attentato di Istanbul e la svolta di politica estera avviata da Erdogan.
L’elemento di novità più significativo - stranamente snobbato dalla stampa internazionale - è la piena pacificazione di Ankara con l’Egitto di al Sisi.
Il contenzioso che divideva i due Paesi infatti era radicale: l’appoggio o il contrasto feroce alla Fratellanza musulmana.
In altre parole, una concorrenza sull’egemonia politica nei confronti della intera Umma musulmana, nella quale la Fratellanza è tuttora il partito più forte su scala mondiale.
Dopo il golpe di al Sisi in Egitto, Erdogan si è schierato con passione a fianco di un Mohammed Morsi, presidente deposto e addirittura condannato a morte e ha di fatto rotto le relazioni con il Cairo.
Un conflitto politico che ha avuto drammatici riflessi sulla crisi libica, là dove Ankara ha sostenuto sino all’ultimo il governo di Tripoli, mentre il Cairo sosteneva e sostiene a spada tratta non solo il governo di Tobruk, ma soprattutto il generale Khalifa Haftar.
PACE CON IL CAIRO. Ora però Erdogan, senza ottenere alcuna contropartita da al Sisi quanto a repressione della Fratellanza in Egitto, ha fatto non uno, ma 10 passi indietro e si è riappacificato col Cairo, per una ragione evidente e superiore: ritiene fondamentale rafforzare al massimo la “trincea sunnita”, che non può non comprendere l’Egitto, in funzione anti-sciita e anti-iraniana.
Si è ricostituito quindi l’asse Ankara-Riad-Cairo in una evidente prospettiva di escalation anti-iraniana e anti-sciita. Questo mentre le relazioni tra Riad e Teheran sono talmente calde che quest’anno l’Iran non invierà i suoi pellegrini al Haji, al pellegrinaggio della Mecca. Fatto di enorme significato nel contesto musulmano.
Dunque, la contemporanea pacificazione con la Russia di Putin (presto, al G20, i due presidenti si incontreranno), la ripresa dell’alleanza col Cairo e la chiusura del contenzioso turco con Gerusalemme si iscrivono in una nuova escalation mediorientale, prodotto anche da una sostanziale svolta della politica estera di Israele, che accede all’accordo con Ankara all’interno di un suo inedito e per certi versi straordinario accordo strategico con l’Arabia saudita.
UNA TRINCEA SUNNITA. Ben al di là della sistemazione della sciagurata vicenda della Mavi Marmara, questo accordo - lo dicono implicitamente i dirigenti israeliani - ha un significato di enorme rilievo: Israele è uscita dalla fase di stallo in cui si è collocata dal 2011 in poi e ha ormai deciso di allinearsi con la “Trincea sunnita” che si contrappone all’asse Iran-Siria-Hezbollah in Medio Oriente.
Non una “alleanza”, ma sicuramente molto, molto di più di una intesa tattica. Il tutto favorito - ma non certo determinato come scrivono alcuni analisti faciloni - da una intesa energetica che - per una abituale eterogenesi dei fini - produrrà anche una clamorosa pacificazione tra la Repubblica di Cipro e la Repubblica Turca di Cipro.
Certo, lo sfruttamento comune (tra Turchia, Cipro e Israele) dell’enorme riserva di metano Leviathan al largo di Cipro, così come lo sfruttamento - tra due o tre anni - dell’enorme giacimento di metano individuato dall’Eni al largo di Alessandria d’Egitto, modificano radicalmente la mappa energetica nel Mediterraneo e rafforzano strategicamente i Paesi sunniti.
ESCALATION, MA DOVE? Ma il vero tema è come verrà utilizzata questa nuova, inaspettata, forza economica. E tutto indica che sarà diretta verso una escalation nei confronti dell’espansionismo iraniano in Siria, in Libano, nello Yemen e nei Paesi del Golfo abitati da consistenti minoranze sciite.
Escalation che nell’arco di un anno o due porterà con tutta probabilità all’apertura di altri fronti di contrasto militare.
Probabilmente su un nuovo, ma antichissimo e classico, terreno di scontro e di conflitto: il Libano.

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