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MUSICA & POLITICA
21 Settembre Set 2016 1537 21 settembre 2016

Salvini e gli altri: quando la politica 'scippa' i musicisti

Salvini si appropria di C'è chi dice no di Vasco. Come fecero il M5s con Einaudi, Reagan con Springsteen, l'Msi con Battisti. Storia di un rapporto tormentato.

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Eccone un altro. Un altro che si prende una canzone e ne fa un inno ad personam, ovvero ad partitum, e viene fulminato da un 'non licet'.
L'altro in questione è l'ineffabile Matteo Salvini, quello che dice no è Vasco, che alla malapensata salviniana di appropriarsi, per l'appunto, della celeberrima C'è chi dice no ha risposto nisba: un no bello deciso, che va molto oltre il caso specifico: «La propaganda politica stia alla larga dalle mie canzoni».
Così, senza nominare lo scippatore in questione, vale per lui come per tutti.
Probabilmente Salvini farà orecchie da mercante, già era stato stoppato da Nino d'Angelo con Jamme Ja, già era già stato segato da Fabio Rovazzi, quello di Andiamo a comandare, e ancora non gli era bastato.

  • C'è chi dice no, Vasco Rossi.

LO SCARSO FIUTO DEI POLITICI. Ora, la storia dei plagi - possiamo chiamarli così? - a scopo elettorale è lunga e perigliosa e anche arcinota, una storia infinita che vichianamente si ripropone sempre in corsi e ricorsi.
La faccenda curiosa è che questi politici, i quali dovrebbero per mestiere cogliere l'umore popolare e trarne scelte adeguate, finiscono regolarmente per pescare il pesce sbagliato, dando prova di una clamorosa sordità intellettuale.
Perché finché si vede un Fedez, che è un grillino fatto e finito (per ora), sul palco di Grillo, nessun problema; finché si cita il caso della Canzone Popolare di Fossati, che era un vestito su misura per la campagna dell'Ulivo, nulla osta.
Ma come fanno i politici a non capire che una canzone non fa al caso loro, e provando a stravolgerla pro domo propria ne ricaveranno solo un due di picche?

  • La polemica tra Ronald Reagan e Bruce Springsteen.

Quando Springsteen prese male lo scippo di Reagan

Paradigmatico fu il caso di Ronald Reagan, che fraintese a livelli stellari la Born in The U.S.A. di Bruce Springsteen, il quale naturalmente andò su tutte le furie, non mancando di precisare che il senso del brano era diametralmente opposto alla reaganomics.
Poi c'è Trump, che è un po' il Salvini a stelle e strisce e ha fregato canzoni praticamente all'intero mondo del rock, accumulando una serie imbarazzante di dissociazioni, diffide, ammonimenti (in particolare i Rolling Stones hanno un lungo conto aperto col magnate pel di carota, e nei Rolling Stones in particolare ce l'ha, manco a dirlo, Keith Richards, che nel 1989, prima di un concerto, fu a un passo dall'accoltellarlo personalmente).

  • O mare nero, Lucio Battisti.

DA BATTISTI A EINAUDI: I CASI IN ITALIA. Casi macroscopici, che fanno simpaticamente disperare platee planetarie: ma questi, che staff hanno per fraintendere puntualmente il significato di un brano?
Insomma, se dovete ispirarvi, almeno fatelo a ragion veduta. Chi mai l'avrà detto, per esempio, ai missini degli Anni 70, che il «mare nero» e «le braccia tese» di Lucio Battisti (che non si prese mai neppure la briga di smentirli, dalla politica stava alla larga e se mai aveva timide simpatie radicali) erano state scritte apposta per loro?
E chi avrà mai convinto Ignazio La Russa che la canzone di Renato Zero La gente come noi poteva funzionare egregiamente per la sua 'nuova' destra di popolo (da papa Renato piovve fulmineo il non expedit)?
Qualche guaio l'hanno passato anche i nuovi campioni dell'onestà, i grillini che si erano presi, ovviamente senza chiedere, una composizione di Ludovico Einaudi, Divenire, rivoltandola in uno spot televisivo anti-euro che non piacque per niente all'interessato, il quale reagì immediatamente ottenendo la rimozione del filmato. E potremmo continuare.

  • Divenire, di Ludovico Einaudi, utilizzata senza permesso dal M5s.

Il problema, all'osso, non è la destrezza disinvolta dei politici, quanto la loro maldestra destrezza: se c'è una canzone che non fa al caso loro, puoi star certo che se la papperanno (anche soltanto per essere costretti a risputarla fuori).
Detto in parole povere: il problema non è che i politici rubano (canzoni, sia chiaro, e solo quelle): ma che rubano male, rubano la refurtiva sbagliata.
E non si salva nessuno, perché le canzoni sono milioni e i politici pure di più.
NESSUNO SI AVVICINÒ A ZAPPA. O meglio, sì, uno che si salvava, c'è.
Nessuno mai ha osato prelevare un brano dalla pur alluvionale produzione di Frank Zappa, per il semplice motivo che il Baffo di Baltimora se la prendeva con tutti e spesso nell'ambito di un solo disco quando non addirittura di una sola canzone: comunisti, fascisti, donne, neri, pallidi, ebrei, cristiani, musulmani, atei, nessuno sfuggiva al sarcasmo geniale e carogna di questo musicista che andava assai oltre Charlie Hebdo, ma con una classe distante anni luce (anche quando scadeva nell'osceno).
BORDATE BIPARTISAN. Frank poteva appiccicare al muro nell'arco di cinque minuti l'ipocrisia bianca di Reagan e quella nera di Jessie Jackson (e viene da piangere a immaginare cosa avrebbe detto e cantato, oggi, su Obama, Trump, Clinton e via scorticando).
«La politica è il lato spettacolare dell'industria», diceva.
E alla fine si era candidato lui a presidente degli Stati Uniti d'America: utilizzando, si capisce, i suoi propri pezzi surreali e caustici.
E nessuno, lui compreso, riuscì mai capire se scherzasse oppure se facesse maledettamente sul serio.


Twitter @MaxDelPapa

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