SCENARI 18 Ottobre Ott 2016 1243 18 ottobre 2016

Perché la battaglia di Mosul non garantisce la pace

La città roccaforte dell'Isis sarà liberata. Ma il fragile Iraq ne uscirà indebolito. Con migliaia di sfollati. E le mire turche anti-Pkk. Il Califfato può sopravvivere.

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da Beirut


La battaglia per Mosul è iniziata.
L’offensiva, preparata a lungo, può durare settimane o mesi, ma alla fine la città più importante nelle mani dell'Isis in Iraq è destinata a essere liberata.
Qual è la posta realmente in gioco non è facile comprenderlo.
Sicuramente l’unità territoriale dell’Iraq e i futuri equilibri dei poteri in Medio Oriente passano da questa partita.
SQUILIBRIO DI FORZE IN CAMPO. La certezza della caduta della roccaforte del Califfo arriva direttamente dalla valutazione delle forze in campo.
Da un lato un’alleanza eterogenea di decine di migliaia di uomini sostenuti da una coalizione composta da 60 Paesi.
Dall’altra, secondo le stime degli Stati Uniti, non più di 4.500 jihadisti asserragliati.
Mosul è stata già circondata a Est dalle forze dei peshmerga curdi, dall’esercito iracheno a Sud e dalle tribù sunnite avverse all’Isis a Nord.
L'OPZIONE DEI CIVILI IN OSTAGGIO. Gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi possono prolungare la loro resistenza tenendo in ostaggio la popolazione civile e moltiplicando il numero di trappole esplosive in città, ma non per molto.


Una città dal valore simbolico per il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi.

Dal 2014 Mosul non è solo la capitale economica del Regno del Califfo.
Il controllo della città è un elemento fondamentale della strategia dell'Isis per la nascita del Califfato in Iraq, centrata sul principio della difesa dei sunniti.
Mosul ha anche un alto valore simbolico: è nella grande moschea della città che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò l’istituzione del Califfato.
SCONFITTA NEL BREVE PERIODO. La perdita di Mosul può rappresentare la fine, almeno nel breve periodo, del progetto di controllo territoriale di Daesh in Iraq.
La liberazione della città, quindi, rappresenterebbe la più grande sconfitta subita dall'impero del terrore.
Una vittoria, però, che i suoi nemici devono pagare a caro prezzo.
La questione del giorno dopo è il problema principale di questa offensiva.
CHE NE SARÀ DEGLI ABITANTI? Cosa resterà di Mosul, e cosa accadrà al suo milione mezzo di abitanti dopo che le forze jihadiste saranno state cacciate?
Inoltre sono in gioco la futura unità territoriale dell’Iraq e gli assetti regionali.

L'avanzata anti-Daesh ha anche effetti collaterali sottovalutati

Un carro armato iracheno a sud di Tikrit.

Nel 2016 le autorità irachene e la coalizione internazionale hanno continuamente celebrato la riconquista di ampie porzioni di territorio che erano in mano all'Isis, senza soffermarsi troppo sugli effetti collaterali dell’avanzata.
INTERE CITTÀ DISTRUTTE. Se è vero che l’organizzazione jihadista ha perso molto terreno in Iraq, è anche vero che le operazioni hanno portato alla distruzione, almeno parziale, di diverse città come Tikrit, Sinjar e Ramadi.
Nel Paese ci sono decine di migliaia di sfollati interni, in fuga da queste distruzioni.
Con la battaglia per Mosul le Nazioni unite temono un esodo massiccio in pochi giorni, un disastro umanitario.
CAMPI NON SUFFICIENTI. Sono stati già allestiti diversi campi di accoglienza, ma per ora sono assolutamente insufficienti ad accogliere la marea umana che dovrebbe arrivare.

Il già fragile Stato centrale iracheno verrà indebolito

I soldati iracheni si preparano prima dell'offensiva contro l'Isis a Mosul.

Paradossalmente, le vittorie sul campo hanno contribuito a indebolire il già fragile Stato centrale iracheno.
Le autorità di Erbil, capitale della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, hanno colto l’occasione per cercare di tagliare i legami con Baghdad e rivendicare la propria indipendenza.
LA SFIDA DELLE MILIZIE. Altrove sono le milizie sciite, alcune direttamente connesse con l’Iran, che sfidano l’autorità dello Stato.
Questa frammentazione del potere iracheno si riflette nella distribuzione delle forze impegnate nella battaglia di Mosul.
ABADI CONTRO I PESHMERGA. Il presidente Abadi ha dichiarato che solo l’esercito e la polizia entreranno a Mosul.
Escludendo, quindi, le milizie peshmerga e sciite, accusate di aver commesso atrocità nei confronti delle popolazioni sunnite.

La partecipazione turca complica il quadro regionale

Il premier iracheno Haydar al-Abadi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La questione della partecipazione delle forze turche consegna una dimensione regionale a questa battaglia.
Il governo iracheno ha ripetutamente chiesto il ritiro delle truppe turche dal Paese e si oppone alla loro partecipazione all’offensiva per Mosul.
Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, però, ha affermato più volte che il suo Paese non resterà «fuori dall’operazione».
CONTRASTO A IRAN E PKK. Ankara vuole contrastare l’influenza dell’Iran attraverso le milizie sciite e impedire l’ascesa del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nella regione.
Tutti gli attori coinvolti nell’offensiva vorranno, alla fine, la loro fetta di torta.
Una divisione che potrebbe alterare significativamente il mosaico religioso e politico della Piana di Ninive.
E causare guerre del post-Mosul tra i peshmerga e le milizie sciite, fra Baghdad ed Erbil, tra milizie sciite e Baghdad.
ARABIA PRONTA A INTERVENIRE. Conflitti che facilmente potrebbero vedere l’impegno diretto delle due grandi potenze della regione: Iran e Arabia Saudita.
Intorno a Mosul si snoda un fitto intreccio di interessi. E la sua liberazione invece di portare alla pace potrebbe diventare il terreno ideale per la rinascita di Isis.

Twitter @MauroPompili

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