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RITRATTO 28 Ottobre Ott 2016 1300 28 ottobre 2016

Islanda, chi è la ex Wikileaks che può diventare premier

Indagata negli Usa. Poetessa, ex venditrice di aspirapolveri, amica di Assange. Cita Podemos e M5s. Birgitta Jónsdóttir del Pirate party è favorita alle elezioni.

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È stata tra i primi collaboratori di Wikileaks, finendo indagata dalla giustizia americana.
Scrive poesie, ma per mantenersi vendeva aspirapolveri porta a porta.
Dalle dimissioni del premier islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, travolto dallo scandalo Panama papers e dalle proteste di piazza, i sondaggi la accreditano come la vincitrice delle elezioni anticipate di Reykjavík previste per il 29 ottobre 2016.
BOOM DEL PIRATE PARTY. Birgitta Jónsdóttir, classe 1967, fondatrice del Partito pirata d'Islanda, appare una Lisbeth Salander - la protagonista femminile della trilogia Millennium- in carne e ossa.
Artista, anarchica, rivendica una concezione «olistica della letteratura».
Da quando è stata eletta in parlamento, ha accantonato lo stile punk e i capelli blu, ma non gli amici hacker e l'abitudine a definirsi un'attivista più che una politica.
SFASCIO DEL CENTRODESTRA. E gli islandesi che nel 2013 sull'onda dell'euroscetticismo hanno fatto salire al governo gli stessi partiti di centrodestra che avevano portato l'isola al collasso finanziario, ora gettano banane e yogurt contro i palazzi dell'esecutivo e riversano sulla sua formazione politica la loro fiducia.
A gennaio 2016 il Pirate Party è diventato il primo partito per consensi, a marzo un islandese su tre si è detto pronto a votarlo.
Ora, a sette mesi di distanza la percentuale delle preferenze viaggia attorno al 20%.
In seguito allo scandalo la maggioranza di governo, formata dal Partito progressista e dal Partito dell'indipendenza, con entrambi i leader citati nei documenti dello studio Mossack Fonseca, aveva nominato come primo ministro pro tempore l'ex titolare dell'Agricoltura Sigurdur Ingi Johannsson, sperando che la tempesta, da cui peraltro non emergono rilievi penali, si plachi.
Ma gli islandesi sembrano considerare i Pirati gli unici in grado di fare pulizia.
Anche se il partito non ha esperienza di governo e non ha indicato un candidato chiaro alla premiership, coerente con il rifiuto del concetto di leadership.
«FARE LA PREMIER? UN INCUBO». La stessa Jónsdóttir intervistata da Le Monde nei mesi scorsi aveva detto di non essere sicura di voler ricoprire il ruolo: «Non amo le cerimonie». Anche alla Reuters aveva dichiarato: «Una volta ho fatto un incubo proprio su questo». E basta guardare la sua biografia per capirne le ragioni.


Una vita stravolta dai suicidi e dall'incontro con Assange

Julian Assange, fondatore di Wikileaks.

Abbandonata dal padre, un patrigno e un marito entrambi suicidi, tre figli, di Birgitta Jónsdóttir si può dire tutto tranne che non sappia rinascere dalla crisi.
La sua è una storia di irrequietezza, radicalismo e grande impegno.
Figlia di una cantante folk, da giovane consumava droga e ascoltava i Clash con il fidanzatino Jon Gnarr, divenuto uno dei comici più consociuti del Paese e poi primo cittadino della Capitale: praticamente il Beppe Grillo d'Islanda.
PIONIERA DELLA RETE. A 22 anni ha pubblicato il suo primo libro di poesie, poi è arrivata la scoperta della Rete e nel 1996 a un anno dalla diffusione del world wide web la Jónsdóttir già trasmetteva poesie in streaming.
Fino al 2009 ha vissuto tra hacker e programmatori, poi ha trasferito la cultura di internet nell'impegno civico.
SVOLTA CON WIKILEAKS. Nel 2009 ha collaborato con Julian Assange per proporre una riforma delle leggi sulla libertà di espressione.
E l'anno successivo, quando Wikileaks veniva conosciuta in tutto il mondo per la diffusione di un filmato su un Apache americano che per colpire alcuni terroristi iracheni uccideva civili e due lavoratori dell'agenzia Reuters, lei c'era.
Aveva lavorato alla produzione di quel video. Tutt'ora siede nel board del Chelsea Manning Defence Fund, l'ente di raccolta fondi per difendere l'ex analista di intelligence che trafugò i documenti Usa sulla guerra in Iraq. Ed è già pronta, in caso di vittoria, a dare asilo ad Edward Snowden.

Un partito di stampo grillino, tra voto online e reddito di cittadinanza

La giustizia americana l'ha indagata in quanto collaboratrice di Assange.
Ma intanto mentre la carta stampata internazionale si interrogava sul whistleblowing, sul rispetto della sicurezza nazionale e la possibilità di coniugare giornalismo con attivismo, lei era già passata dalla Rete al parlamento.
Nel 2012, con un manifesto scritto in crowdsourcing, è nato il Pirate party islandese.
Il programma e la prassi ricordano l'omonimo partito svedese, ma non solo.
DEMOCRAZIA DIRETTA. Il partito è stato fondato soprattutto sulla difesa dei diritti civili e sul principio della democrazia diretta attraverso il voto online, certamente più facile in un Paese di 330 mila abitanti, una popolazione da media città italiana.
Oggi i Pirati propongono la revisione delle leggi sul copyright, l'abolizione della blasfemia, ma anche l'introduzione del reddito minimo e la settimana lavorativa di 35 ore, la difesa delle medie e piccole imprese contro le big corporation e nuove leggi per riequilibrare il rapporto tra banche e detentori di mutui.
CON SYRIZA, PODEMOS E 5 STELLE. Sull'accordo per l'ingresso nell'Unione europea che ha causato la sconfitta dei socialdemocratici islandesi, i Pirati non si sbilanciano: chiedono una consultazione referendaria e una riforma in senso democratico delle istituzioni Ue.
Quali siano i loro cugini europei è facile da intuire.
«Stiamo vivendo in un tempo (...) in cui l'opinione pubblica sta dicendo molto chiaramente di volere un diverso tipo di governo: un maggiore coinvolgimento», ha dichiarato la Jónsdóttir intervistata dalla Reuters.
«Si vede chiaramente con Podemos in Spagna e con il Movimento 5 stelle in Italia».
Agli amici di Syriza, la leader dei Pirati rimprovera non gli obiettivi, ma la mancanza di strategia nella salita al governo: «Hanno mandato via i vecchi funzionari, invece avrebbero dovuto collaborare con loro».
Ora ha la possibilità di passare dalla teoria alla pratica: l'alleanza con gli altri partiti minori, fino ad oggi all'opposizione, la proiettano al governo. Di una cosa, in ogni caso, è certa: «L'Islanda è stata ricostruita sulla sabbia».

Il ministro delle Finanze del crac? È ambasciatore negli Usa

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, il premier islandese che si è dimesso dopo lo scandalo Panama papers.

La stampa internazionale ha raccontato caduta e rinascita della piccola nazione islandese.
Nel 2008 i primi tre istituti di credito del Paese, un giro d'affari pari a 10 volte il Pil e 20 volte le finanze statali, sono falliti provocando un rosso di 85 miliardi nelle casse pubbliche.
In quel buco sono finiti risparmi, investimenti, posti di lavoro, ma non i mutui che hanno continuato a pesare sulla testa dei cittadini.
Poi è iniziata la narrazione del miracolo: le inchieste contro i banchieri, la vittoriosa campagna referendaria che ha rifiutato i pagamenti alle banche straniere coinvolte nel crac, la ripresa - oggi il Pil è in crescita del 2% - il calo progressivo della disoccupazione.
E gli elementi di continuità sono stati sottovalutati.
ALLE URNE SENZA MEMORIA. Nell'ultimo esecutivo infatti, siedevano insieme i leader del referendum contro le banche straniere e i politici che erano al governo durante la bolla finanziaria.
Gli islandesi nel 2013 hanno votato senza memoria.
E l'ex ministro delle Finanze, Prenez Geir Haarde, condannato per non aver evitato il disastro, oggi «è ambasciatore negli Stati Uniti», ha ricordato la leader del Partito pirata a Le Monde.
E ancora: «I banchieri non sono finiti in prigione, uno di loro possiede sempre uno dei maggiori media islandesi. E il suo capo redattore è l'anziano governatore della banca centrale».
NUOVA COSTITUZIONE SFUMATA. Anche il progetto della nuova Costituzione, nata da un processo di scrittura collettiva online, ratificata dal voto dei cittadini e santificata sui media di tutto il globo, è stato accantonato.
«Se fosse stata in vigore», ha dichiarato la Jónsdóttir, «avremmo avuto degli strumenti utili (...) e regole etiche più stringenti».
UN MIRACOLO NON REALIZZATO. Ecco allora il consenso per i Pirati, la voglia di ripartire da lì, dal miracolo raccontato ma mai realizzato, il desiderio di tentare la novità, per portare a termine la rivolta contro le élite iniziata nel 2009 e poi troppo rapidamente messa da parte.


Twitter @GioFaggionato

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