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Mosca,nessun taglio petrolio allo studio
RIFORMA 1 Novembre Nov 2016 1800 01 novembre 2016

Referendum, gli effetti del Titolo V su energia-petrolio

Se vince il ''Sì'', le Regioni possono essere tagliate fuori dalle decisioni statali sulle trivellazioni. Come accade in Gran Bretagna, nel Lancashire. Lo scenario.

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Proteste contro la pratica del fracking nel Lancashire.

Se la Brexit segna il punto di rottura tra la Gran Bretagna di David Cameron e quella di Theresa May, c’è qualcosa che sta scuotendo l’opinione pubblica della vecchia Albione e che invece rappresenta una continuità tra i due: la strategia energetica e l’apertura al fracking, una tecnica invasiva di fratturazione delle rocce che serve solitamente per estrarre il gas naturale intrappolato nella formazione rocciosa.
Il governo di May è passato dalle parole ai fatti, ribaltando la decisione del consiglio del Lancashire di opporsi ai progetti di trivellazione della compagnia di idrocarburi Cuadrilla.
TRIVELLE IN QUATTRO POZZI. Sajid Javid, ministro dei Rapporti con gli enti locali, ha ‘accolto’ il ricorso dell’azienda dando il via libera all’istanza Preston New Road, che prevede la trivellazione di quattro pozzi.
L’altra istanza, Roseacre Wood, non è stata ancora autorizzata, ma è solo questione di tempo.
Il ministro si è detto intenzionato a concedere il permesso, non appena Cuadrilla risolverà alcune criticità legate alla viabilità.
Secondo Pat Davies, attivista del comitato anti-fracking Preston New Road Action Group, «è chiaro a tutti che è impossibile fidarsi di questo governo e credere che possa fare la cosa giusta per le comunità locali».
OPPOSIZIONE DEGLI AMBIENTALISTI. L’opposizione al fracking è dettata da motivazioni di ordine ambientale.
Nella letteratura scientifica i rischi legati alla fratturazione idraulica sono ormai riconosciuti.
Basta leggere un qualsiasi documento dell’Agenzia europea dell’ambiente per rendersene conto.
I pericoli principali riguardano la contaminazione delle falde acquifere, la fuoriuscita dai siti di stoccaggio di acque di scarto, il rilascio nell’atmosfera di sostanze pericolose, l’insorgere di attività sismiche.
LEGAMI PURE CON I TERREMOTI? Il legame tra fracking e terremoti è sempre stato uno dei più discussi.
Non c’è evidenza che li tenga insieme in un rapporto di causa ed effetto.
Fatto sta che nel 2011 la stessa Cuadrilla avvisò il governo che due scosse e 48 eventi sismici più deboli si erano verificati a seguito di alcuni test di fratturazione.
Nell’Unione europea non c’è alcuna regolamentazione del fracking.
La Francia, per esempio, le ha vietate e anche in Italia non è possibile al momento utilizzare queste tecniche.
Al di là degli impatti ambientali, l’aspetto che salta all’occhio è l’inanità della volontà degli enti locali quando si ha a che fare con questioni ritenute di interesse strategico.
È qui che la vicenda del Lancashire si lega a doppio filo con le sorti petrolifere del nostro Paese.

In Italia Stato e Regioni legiferano assieme sull'energia. Per ora

Un pozzo petrolifero.

Nel Regno Unito il governo - nella persona del ministro dei Rapporti con gli enti locali - ha il potere di rigettare qualsiasi decisione locale, ogniqualvolta ne ravvisi l’incompatibilità con la politica nazionale.
In Italia la situazione non è così fluida.
Ci sono alcune materie su cui Stato e Regioni concorrono a legiferare.
Una di queste è l’energia, diventata di primaria importanza nell’agenda del governo sin dai tempi dell’esecutivo Monti e della ideazione della Sen (Strategia energetica nazionale).
PETROLIO PIÙ FACILE. In questa direzione va lo Sblocca Italia, che mira - tra le altre cose - a velocizzare e semplificare l’iter per le trivellazioni petrolifere.
Esclusa la Sicilia (che ha autonoma competenza normativa e amministrativa per la terraferma), in Italia sono attualmente in fase di valutazione 96 istanze di permesso di prospezione e di ricerca e 102 permessi già sono stati autorizzati.
Sono poche le regioni che non sono toccate dalla corsa all’oro nero.
Le Regioni, appunto. L’obiettivo dello Sblocca Italia è esautorarle completamente, in modo che non ci siano ostacoli a opere definite «di pubblica utilità, urgenti e indifferibili».
E SE CAMBIA IL TITOLO V... Il tallone d’Achille del disegno governativo si chiama Titolo V della Costituzione.
O almeno lo sarà fino a quando il Titolo V non cambierà sembianze.
Senza la riforma delle norme che regolano i rapporti tra Stato e Regioni, lo Sblocca Italia rischia di essere un’arma spuntata, costantemente sotto la minaccia di risultare costituzionalmente illegittima.
QUESTIONE DI ILLEGITTIMITÀ. Enzo Di Salvatore, docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo, ha ben chiari i termini della questione: «Il parlamento ha dovuto modificare alcune norme della legge, disciplinando la partecipazione delle Regioni alle decisioni dello Stato sui progetti petroliferi attraverso lo strumento dell’intesa forte. Lo Sblocca Italia inizialmente era illegittimo, in quanto prevedeva un’intesa in senso debole e vanificava il ruolo degli organi locali. È facile intuire che il parlamento abbia accettato di introdurre modifiche non solo per evitare il referendum, ma soprattutto per evitare la pronuncia d’illegittimità costituzionale».

Con il ''Sì'' la potestà legislativa diventa di competenza statale

Da sinistra, Graziano Delrio, Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Si parla tanto del referendum del 4 dicembre 2016 - nella contesa fra le ragioni del ''Sì'' e del ''No'' -, ma l’attenzione è stata rivolta quasi esclusivamente alla fine del bicameralismo perfetto, alla gestione dei costi, ai cambiamenti nel processo legislativo.
È stato messo in evidenza come il destino della legge elettorale, l’Italicum, sia unito strettamente a quello della riforma costituzionale.
Entrambi sembrano andare nella direzione di un rafforzamento dell’esecutivo.
LO SCOPO: ACCENTRARE. Poca attenzione è stata invece dedicata all’altro capitolo fondamentale della riforma, ossia la modifica del Titolo V e la rimodulazione dei rapporti tra centro e periferia.
Lo scopo è il medesimo: accentrare e svuotare ciò che è al di fuori del centro.
La potestà legislativa in materia energetica, per esempio, diventa di competenza statale.
Come l’Italicum va di pari passo con la riforma del Senato, lo Sblocca Italia trova il suo completamento nella riforma del Titolo V.
MANO LIBERA PER IL PARLAMENTO. «Se dovesse passare la riforma, le Regioni non avrebbero più alcun diritto costituzionalmente sancito di partecipare alle decisioni dello Stato in merito ai progetti energetici. Se l’energia tornerà del tutto in capo allo Stato, l’alternativa sarà la seguente: il parlamento, pur non essendovi tenuto costituzionalmente, potrà mantenere in vigore le norme sulla partecipazione oppure potrà liberamente cancellarle», ha aggiunto Di Salvatore.
Da questo punto di vista, la vicenda del Lancashire è lo specchio di quello che potrebbe accadere in Italia.
Decisioni calate dall’alto, imposte al di là della volontà della popolazione.
Quale spazio rimarrebbe per opporsi al grande progetto di petrolizzazione?
RESTANO I TRIBUNALI EUROPEI. In Gran Bretagna margini in realtà ce ne sono ancora, come spiega a Lettera43.it il giornalista del Guardian John Vidal: «Gli ambientalisti fanno ricorso sempre più al sistema legale nazionale ed europeo per provare a rovesciare le decisioni governative. Così, per esempio, il gruppo legale Client Earth da due anni trascina il governo nelle corti inglesi ed europee per far rispettare la normativa europea sull’inquinamento dell’aria. I tribunali sono stati usati dagli attivisti per sfidare le decisioni del governo centrale, e anche di quello locale, su questioni come progetti di espansione aeroportuale, inquinamento, eolico selvaggio, fracking. La legge è in questo momento uno strumento essenziale per gli attivisti».
In Italia è una storia ancora da scrivere.

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