New York Times
30 Novembre Nov 2016 1719 30 novembre 2016

Il referendum e le pressioni della stampa estera

Il New York Times chiede a Renzi di non dimettersi. Il Financial Times fa pressioni per il 'Sì'. Ma gli allarmismi sono eccessivi. E votare senza intromissioni esterne è un diritto degli italiani.

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Salvate il soldato Renzi. E questo a prescindere dall'esito del referendum del 4 dicembre. È l'appello lanciato il 30 novembre 2016 dal New York Times, l'ultimo intervento 'estero' in ordine di tempo nel dibattito sulla riforma costituzionale. Se a votare fossero banche e stampa internazionale, a vincere sarebbe quasi certamente il 'Sì'. Così come negli Stati Uniti non ci sarebbe stata partita tra Donald Trump e Hillary Clinton, e il Regno Unito non sarebbe mai uscito dall'Unione europea.

UNA RASSICURAZIONE AI MERCATI. Ma dal momento che alle urne ci vanno i cittadini e i sondaggi danno il 'No' in vantaggio, al New York Times hanno deciso di tirar fuori il piano B. Ok, magari il premier italiano perderà la sua partita più importante, pensano Oltreoceano, ma anche in questo caso non dovrebbe dimettersi. Rimangiandosi le dichiarazioni fatte nel corso di una campagna fortemente incentrata sulla sua figura, fino al punto di trasformare il referendum in un sostanziale voto di fiducia diretto al governo. «Renzi», scrive il quotidiano americano, «può mitigare alcune delle potenziali ricadute del referendum dichiarando che resterà in carica ancora, non importa quale sarà il risultato. Questo calmerebbe i mercati e i vicini dell'Italia, e aiuterebbe una transizione morbida verso la nuova realtà costituzionale».

Il New York Times chiede a Renzi di non dimettersi anche in caso di vittoria del No.

Italy's turn to vote, titola il New York Times. E «il turno italiano al voto» si trasforma nel turno italiano a dover subire raccomandazioni e pressioni più o meno esplicite ai suoi elettori perché le cose vadano come una grossa fetta di stampa mondiale e la quasi totalità del mondo finanziario ha deciso che debbano andare, con tanto di elenco di potenziali rischi in cui si andrebbe incontro in caso di risultato opposto. Ma la strategia della paura, che aveva funzionato nel 2014 per il referendum sull'indipendenza della Scozia, ha fallito miseramente davanti alla Brexit e a Donald Trump. E allora «il turno italiano al voto», potrebbe diventare un'altra dimostrazione di quel Quarto Potere che non è poi più tanto così forte e influente.

IL FINANCIAL TIMES È IL PIÙ ATTIVO. E se l'Economist ha optato per un bipolarismo referendario perfettamente rappresentato da un endorsement al No sul settimanale, e dalla scelta di schierarsi col Sì evidenziata nello speciale The World 2017, nettissima è la presa di posizione del Financial Times. Più attivo e 'minaccioso', il quotidiano della City ha alzato il tiro. «Se il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire», ha scritto il 28 novembre. Un allarme peraltro condiviso da Goldamn Sachs nel suo outlook sull'Europa diffuso il 21 novembre. Ma il Financial Times si era già spinto oltre, dipingendo uno scenario apocalittico per l'Europa in caso di vittoria del No, con l'Italia praticamente costretta a uscire dall'euro a causa di una combinazione di performance economiche negative dall'ingresso nella moneta unica e crescita dei populismi anti-europeisti. Un'uscita, quella dell'Italia, che combinata all'aria di Frexit che porterebbe un'eventuale vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali francesi del 2017, secondo il condirettore del Financial Times Wolfgang Münchau, finirebbe per uccidere la moneta unica.

L'articolo dell'Economist che sposa il No al referendum.

Allarmismi peraltro smentiti da altre fonti bancarie. Come Credit Suisse, che nel suo ultimo report sull'Europa ha evidenziato come, in caso di successo del No, «ci potrebbe essere volatilità dei mercati», ma «non ci saranno conseguenze di sistema». E che le possibilità di un'uscita italiana dall'Ue sono ridotte all'1%, mentre quelle di un voto anticipato rimangono limitate al 30%, con la soluzione governo tecnico che resterebbe la più probabile se Renzi dovesse dimettersi.

JP MORGAN NON SAREBBE SORPRESA. La sconfitta del Sì non sembra preoccupare troppo nemmeno Jp Morgan, il cui sostegno alla riforma è così palese da spingere diversi sostenitori del No ad affermare che la nuova Costituzione sia stata scritta proprio sulla base di un documento redatto nel giugno 2013 dalla società finanziaria ritenuta responsabile della crisi dei mutui subprime nel 2008. «Lo scenario del No non sorprenderebbe», ha scritto Jp Morgan nei suoi report interni, «noi stimiamo le chances di un Sì il 4 Dicembre nel referendum italiano soltanto a circa il 30%, ma una vittoria del “No” in Italia non sarebbe una sorpresa a differenza del referendum sulla UE in UK e delle elezioni in USA».

UN INTERESSE CHE MANCAVA DAI TEMPI DEL CAV. Era dai tempi di Berlusconi che la stampa estera non sembrava tanto interessata alla politica interna italiana: come dimenticare la copertina dell'Economist in cui si spiegava perché il Cav era «unfit to lead Italy» o quella in cui lo stesso settimanale britannico gridava «Basta» invocandone la cacciata. Ma stavolta sembra proprio che, con buona pace di Financial Times, New York Times, ed Economist, il Paese possa continuare a vivere anche dopo il 4 dicembre. A prescindere dall'esito di un referendum per il quale, comunque, voteranno gli italiani. Non i gruppi editoriali americani o inglesi.

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