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2 Gennaio Gen 2017 1629 02 gennaio 2017

M5s, quando un avviso di garanzia valeva le dimissioni

Alfano «via in 5 minuti», Boschi "linciata", Marino messo alle strette. Il Movimento nei confronti degli avversari non è mai stato comprensivo. Ma ora, col nuovo codice etico, dimentica il giustizialismo.

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Non basta un avviso di garanzia per chiedere la testa di un politico. È un principio civile di garantismo, troppo spesso dimenticato, che il Movimento 5 stelle sembra aver scoperto solo all'inizio del 2017, più di sette anni dopo la sua nascita e nel pieno della bufera che ha coinvolto il Comune di Roma e l'amministrazione di Virginia Raggi, con l'arresto dell'ex vice capo di Gabinetto Raffaele Marra e l'avviso di garanzia all'ex assessora all'Ambiente Paola Muraro. Per tutti i rappresentanti pentastellati resta l'obbligo di comunicare immediatamente la ricezione dell'avviso, ma la stessa non comporta «alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti».

«VALUTARE CASO PER CASO». Insomma, prima di far dimettere un amministratore a cinque stelle, prima di espellerlo dal Movimento, bisognerà valutare il caso. Un compito che spetta a Beppe Grillo, al Collegio dei probiviri (composto da Nunzia Catalfo, Paola Carinelli e Riccardo Fraccaro), oppure al Comitato d'appello (formato da Roberta Lombardi, Giancarlo Cancelleri e Vito Crimi). I quali, «in virtù e nell’ambito delle funzioni attribuite dal regolamento del Movimento 5 stelle», valuteranno «la gravità dei comportamenti tenuti dai portavoce a prescindere dall’esistenza di un procedimento penale».

UN GARANTISMO ALTERNO. Una svolta? In parte, almeno nella forma. Perché se è vero che già da tempo, al suo interno, il Movimento ha iniziato a fare distinzioni tra indagati buoni (Filippo Nogarin a Livorno) e indagati cattivi (Federico Pizzarotti a Parma), le parole scritte sul nuovo codice etico stridono con una prassi che ha visto i più importanti esponenti pentastellati invocare le dimissioni di qualunque avversario politico fosse anche solo vicino per parentela a un indagato.

Il comunicato del blog di Grillo sul nuovo codice di comportamento in caso di avviso di garanzia.

Se per i «cittadini portavoce» del Movimento serve dunque una valutazione attenta del caso, per Angelino Alfano bastava l'avviso di garanzia. «Si dimetta in 5 minuti», tuonava Luigi Di Maio nel febbraio 2016, quando l'allora ministro dell'Interno fu indagato per abuso d'ufficio nell'ambito del trasferimento ad Isernia dell'allora prefetto di Enna, Fernando Guida. «Inchiesta nata morta», disse Alfano, che non si dimise, tre mesi dopo trovò la sua posizione archiviata dal tribunale dei ministri, e a dicembre 2016 ha traslocato dal Viminale alla Farnesina col "rimpastino" del governo Gentiloni.

Abuso d'ufficio è poi lo stesso reato che fu contestato a Pizzarotti, a Nogarin e a Paola Muraro. E se nel primo caso Pizzarotti è stato sospeso per aver omesso di comunicare la ricezione dell'avviso di garanzia ai vertici del Movimento, Nogarin è sempre stato difeso dai cinque stelle, mentre per la Muraro la discriminante fu proprio la mancata ricezione dell'avviso di garanzia, nonostante l'iscrizione nel registro degli indagati fosse avvenuta da mesi: «Non c’è avviso di garanzia, quando ci sarà non faremo sconti a nessuno», disse Di Maio. E in effetti la Muraro si è dimessa a dicembre, appena raggiunta dalla notifica della procura. Se solo avesse avuto un mese in più di tempo, con il nuovo codice etico, magari sarebbe ancora al suo posto.

BOSCHI "LINCIATA" ANCHE SENZA AVVISO DI GARANZIA. Un avviso di garanzia non basta, dunque, ma non è nemmeno una condizione indispensabile per chiedere la testa di un politico. Lo ribadisce il nuovo codice etico, che mette in evidenza come l'emergere di fatti gravi, anche se non accompagnati da un'indagine, possa portare a dimissioni ed espulsione del soggetto coinvolto. E in effetti Maria Elena Boschi un avviso di garanzia non l'ha mai ricevuto. Però ha un padre che ne ha preso uno, per la vicenda di Banca Etruria, ed è finita (citata dalla ormai ex collega allo Sviluppo Federica Guidi) in un'intercettazione sullo scandalo Tempa Rossa. In entrambi i casi, naturalmente, il M5s ha invocato le dimissioni, facendoci passare, nel secondo caso, anche l'allora premier Matteo Renzi (pure lui senza avviso di garanzia e/o iscrizione nel registro degli indagati).

#PdDimettiti! Tutto il PD si dovrebbe dimettere in tronco perché incapace di gestire la cosa pubblica a favore degli...

Geplaatst door Luigi Di Maio op zondag 20 maart 2016

Un'intercettazione è anche alla base della richiesta di dimissioni nei confronti del governatore campano Vincenzo De Luca, registrato mentre invitava 300 sindaci e consiglieri della regione all'uso di metodi clintelari perché spingessero i cittadini a dare il loro “Sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Voto si scambio fu anche quello che portò alla fine dell'esperienza pentastellata nel Comune di Quarto, con i tentativi di infiltrazione camorristica e la sindaca Rosa Capuozzo espulsa dal Movimento e privata del simbolo nel gennaio 2016, per non aver denunciato per tempo le minacce del consigliere Giovanni De Robbio. Già, peccato che la Capuozzo ha sempre sostenuto di aver informato i vertici subito dopo essere stata interrogata dal pm Henry John Woodcock, il 24 novembre 2015. Evidentemente i vertici avevano scelto di prendersi il loro tempo per valutare la situazione, anticipando le prescrizioni di un codice etico che sarebbe arrivato solo un anno dopo.

ORA A TEMERE È LA RAGGI. Un regolamento che sembra fatto apposta per evitare che la situazione romana degeneri ancora. Perché dopo l'arresto di Marra (comunque esterno e inviso al Movimento, ma uomo di fiducia della Raggi) e le indagini sulla Muraro, un eventuale avviso di garanzia alla sindaca Raggi rischierebbe di far perdere al M5s la guida della Capitale. Sarebbe un danno di immagine gravissimo, e allora meglio correre ai ripari. Anche se questo significa ufficializzare una mezza svolta verso un garantismo di cui, evidentemente, non ha potuto godere il precedente inquilino del Campidoglio, Ignazio Marino, indagato e costretto alle dimissioni (con i grillini a chiederle in prima linea).

Alessandro Di Battista nell'ottobre del 2015 diceva: «Non è più una questione di legittimità, ora è diventata una questione morale. Per questo Marino si deve dimettere». E ancora: «Se Marino è capace di mentire per una cena da 150 euro, magari ha mentito anche quando diceva di non sapere nulla delle cooperative coinvolte nell'indagine di Mafia Capitale». Un anno dopo, Marino è stato assolto dalle accuse di peculato, falso e truffa. E oggi al Movimento non basta più un avviso di garanzia per mandare a casa una Giunta.

  • Infografica di Alberto Bellotto.
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