Staff Trump, 'Obama non persegua agenda'
5 Gennaio Gen 2017 0900 05 gennaio 2017

Il Medio Oriente che Obama lascia a Trump è un disastro

Da Israele alla Turchia, i rapporti degli Usa con i Paesi dell'area si sono deteriorati. Mentre l'egemonia russa si è consolidata. Non sarà facile per Donald gestire questa pesante eredità.

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L’eredità che Barack Obama consegna a Donald Trump in Medio Oriente ha dell’incredibile, tanto è disastrosa. Un lascito che può essere compreso nella sua drammatica portata solo se si esaminano i rapporti della Washington obamiana con i principali Paesi dell’area. Iniziamo dal Marocco, unico Stato arabo democratico, da sempre in eccellenti rapporti con gli Usa, che però si sono allentati sino quasi alla rottura a causa della scelta di Obama di non contrastare in sede Onu le pretese dell’Algeria di rinfocolare la crisi dell’ex Sahara spagnolo, ridando dignità a quell’involucro vuoto che è il Polisario.

IN PANCHINA NELLA PARTITA LIBICA. In Libia Obama ha deciso di guardare la partita dalla panchina, lasciando le grane all’Italia e all’inviato dell’Onu Martin Kobler. Risultato: il generale Khalifa Haftar, longa manus dell’Egitto, è andato a Mosca e ha stretto un’alleanza politico-militare col Cremlino.

EGITTO, TROPPI GIRI DI VALZER. L’Egitto, come è noto, è definitivamente perso per gli Stati Uniti, perché i giri di valzer obamiani con i Fratelli musulmani del presidente Morsi e la paralisi decisionale a fronte dell’ascesa di al Sisi hanno ovviamente convinto il presidente golpista a chiudere la quarantennale partnership con Washington e di correre da un Vladimir Putin pronto a fornire miliardi di armi, copertura in sede Onu e finanziamenti, così da permettere alla Russia di essere fortemente presente sulla scena libica sia in modo diretto, tramite Haftar, sia indiretto.

Recep Tayyip Erdogan con Barack Obama.

Pessimi i rapporti con l’Arabia saudita, che rimprovera, non a torto, la scelta di Obama di ridare piena legittimità internazionale all’Iran - temibile avversario diretto - con l’accordo sul nucleare e anche l’assenteismo americano dalla crisi siriana che ha permesso a Putin di diventarne il dominus unico e incontrastato.

FIBRILLAZIONI CON LA TURCHIA. Con la Turchia, Paese Nato, i rapporti sono peggio che pessimi, tanto che la stampa di regime attribuisce apertamente e paradossalmente agli Usa il ruolo di mandanti degli ultimi sanguinosi attentati a Istanbul. Recep Tayyip Erdogan, come al Sisi, personalmente disgustato da Obama, ha fatto una giravolta ed è ormai solido alleato di Vladimir Putin sotto tutti i profili. Non ultima ragione di questa rottura è stata l'incredibile decisione di Obama e dei suoi vertici militari di allearsi con i curdi siriani del Ypg per lanciare tre mesi fa al suon della grancassa, la offensiva su Raqqa, capitale del Califfato, peraltro subito insabbiata nel nulla. Non si può dare torto a Erdogan che considera questa scelta intollerabile: i curdi siriani del Ypg (quelli di Kobane), infatti, non solo sono alleati storici del Pkk turco curdo, ma gli forniscono anche direttamente i “santuari” in territorio siriano dai quali partono gli attentati e le azioni militari curde sul territorio turco.

ROTTURA PURE CON ISRAELE. Obama, nonostante questo quadro mediorientale fallimentare per gli interessi e lo stesso prestigio degli Usa, ha poi deciso di rompere definitivamente ogni rapporto di sinergia con Israele, permettendo che il Consiglio di sicurezza Onu votasse la condanna degli insediamenti. Un voto che avrà enormi conseguenze, perché legittima la messa in accusa e la condanna dei governanti di Israele in tutte le istanze penali internazionali, mandati di cattura per Netanyahu e ministri di Gerusalemme inclusi. Dunque, anche il caposaldo della presenza degli Usa in Medio Oriente è crollato.

Vladimir Putin.

In Siria la “non politica” di Obama ha costruito inconsapevolmente, ma con colpa, la esclusione formale degli americani dal triumvirato Russia-Turchia-Iran che ormai è il protagonista del Paese. Un’esclusione mai vista, uno schiaffo in faccia, che colloca gli Usa nel ruolo di potenza marginale e ininfluente.

UMILIAZIONE IRACHENA. In Iraq, ancora peggio, perché l’aviazione militare Usa e anche qualche centinaio di combattenti sul suolo, sono stati impegnati da Obama nell’assedio di Mosul e nel contrasto all’Isis. Ma il non piccolo problema è che il comando politico militare delle operazioni (come d’altronde in Siria) è tutto e solo del generale iraniano dei pasdaran Ghassem Suleimaini. Questo significa che l’aviazione militare degli Stati Uniti, di fatto, obbedisce al quartiere generale che Putin ha installato a Bagdad, assieme agli iraniani e agli iracheni, dal quale gli americani sono esclusi. Di nuovo un’umiliazione mai vista.

TRUMP, COMPITO ARDUO. A fronte di questo quadro per Washington, non è chiaro cosa potrà fare Trump per recuperare un qualche ruolo in un Medio Oriente sempre più sotto egemonia russa. Forse, può tentare di contrattare quella fine dell’aggressività americana sull’Ucraina e l’Est Europa, con il recupero di peso nella crisi siriana e irachena. Ma non basterà. Dovrà infatti impegnarsi in una ripresa dei rapporti bilaterali - e quindi dell’impegno diretto - dal Marocco, all’Arabia saudita, passando per l’Egitto e - naturalmente - Israele. Ma non sarà semplice.

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