BOLOGNA
17 Febbraio Feb 2017 1200 17 febbraio 2017

Bologna, cosa c'è dietro la protesta all'università

La lotta dei collettivi divide la città. C'è chi la definisce violenta, fine a se stessa, senza cultura. E chi spera scardini i vecchi schemi. L43 ne parla con Vitali, tra i fondatori di Radio Alice, e la sociologa Magnani.

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Bologna divisa dai tornelli. La protesta partita dal Collettivo universitario autonomo (Cua) contro il nuovo sistema di accesso alla biblioteca di Discipline umanistiche al 36 di via Zamboni installato per «ragioni di sicurezza» surriscalda gli umori della città. Con la maggior parte degli studenti, i lavoratori dell'ateneo e cittadini a dissociarsi e criticare la mobilitazione; i social inondati di testimonianze di abusi e molestie subite all'interno dell'aula studio il cui orario di apertura è stato prolungato fino alle 24; i video dell'irruzione della celere in biblioteca utilizzati per dimostrare ora le ragioni degli uni ora quelle degli altri.

ISTITUZIONI NEMICHE. In mezzo, se non altro perché rappresentanti delle istituzioni, il sindaco del Partito democratico Virginio Merola che ha definito i collettivi «delinquenti»; il rettore Francesco Ubertini «costretto» ad autorizzare l'irruzione della celere all'interno della biblioteca; e un questore, Ignazio Coccia, che nel 2015, appena insediato, inserì la galassia antagonista tra le sue priorità.

DA UNA PARTE «I FANCAZZISTI». L'aria che si respira navigando tra offese, spiegazioni più o meno arrabbiate, più o meno lucide, e comunicati è quella pseudo-pasoliniana di sempre: chi protesta è «figlio di papà», «fancazzista», «punkabbestia», «mantenuto». A metterci del suo è poi intervenuto Matteo Salvini che ha ben pensato di cavalcare la rabbia dei bolognesi per il degrado in cui versa l'intera zona universitaria: «Questi di Bologna», ha attaccato, «sono zecche per i quali ci vuole l'insetticida, come per i topi ci vuole il topicida».

DALL'ALTRA «I PERBENISTI». Gli studenti che invece si sono dissociati dalle violenze sono solo «perbenisti», «miopi», «egoisti che pensano solo alla laurea e al master», «fighetti con lo spritzino». Tutte etichette che invece di aiutare la comprensione dei fatti la inquinano. La mobilitazione intanto continua. Con affollate assemblee nelle Aule del 38 - facoltà di Filosofia - cortei e incontri preceduti da uno stonato «apericena». Che richiama più serate da milanese imbruttito che non appuntamenti di confronto e approfondimento, ma tant'è.

Un corteo a Bologna (Facebook).

Dietro il tornello, simbolo per il collettivo di un'università chiusa e di un'università-azienda, si nasconde però altro. Qualcuno parla di «riscatto» di una generazione, di lotta al precariato e alla disoccupazione. In ballo c'è una idea di città aperta e inclusiva. La Bologna, insomma, che era (ma è mai stata davvero così?) e che per questi ragazzi non c'è più.

CONTRO GLI SGOMBERI. Un'onda che però supera il perimetro della zona universitaria, scosso nell'autunno del 2016 anche dagli scontri per il caro mensa. Negli ultimi mesi i collettivi della città sono scesi in strada contro gli sgomberi delle case occupate. Uno su tutti, quello a ottobre del "condominio sociale" di via De Maria occupato da un centinaio di persone tra cui molti minori. Lo stesso stabile al quale il sindaco Merola aveva deciso di riallacciare l’acqua per motivi igienico-sanitari. Strappo che gli era costato un avviso di garanzia per abuso d'ufficio finito con una archiviazione.

PROTESTE PER L'XM24. Si protesta anche contro lo sfratto dello storico centro sociale Xm24 nel quartiere Bolognina deciso dal Comune. Lo stesso centro sociale dalla cui facciata il writer Blu cancellò una sua opera in polemica con la mostra sulla Street Art allestita in città e al posto del quale dovrebbe sorgere una caserma. Il sindaco, apprezzato per la sua fermezza da Lega Nord e Forza Italia, è stato accusato di cavalcare «i soliti ronzini di battaglia della sicurezza e del degrado», si legge in una lettera firmata dal Vag61, altro spazio libero autogestito.

«AVANTI CON L'AUTOGESTIONE». «La sicurezza che conosciamo noi è quella della battaglia quotidiana per una vita migliore e per la giustizia sociale. La sicurezza che conosciamo noi sono 15 anni di poltica dal basso, autoproduzione culturale, socialità, progetti e laboratori sottratti alla mercificazione e al profitto. Sono 15 anni di intervento in quartiere. Se c’è qualcosa che deve andare avanti fino in fondo è la sperimentazione di percorsi di autorganizzazione e pratiche di autogestione», è la denuncia di Vag61.

Il murales di Blu poi cancellato dallo stesso writer.

Difficile dire se questa nuova ondata di proteste assumerà la forma di movimento. Magari una nuova Pantera (Anni 80), una nuova Onda (2008-2010). O, sulla spinta nostalgico-emotiva del quarantennale, un nuovo 77. La stagione del fermento culturale, dell'esplosione creativa, di Radio Alice. Ma anche della morte, l'11 marzo, di Francesco Lorusso, militante di Lotta continua ucciso da un proiettile in via Mascarella durante una mattinata di scontri.

«UN NUOVO 77? RIDICOLO». «Chi cerca di proporre la tesi dell'assonanza col 77 è completamente fuori strada». A parlare è Giancarlo Vitali, detto Ambrogio, tra i fondatori della rivoluzionaria radio libera e ideatore di Orfeo tivù, prima televisione di strada e di quartiere. «Ogni parallelismo con quegli anni è ridicolo. Manca completamente il contesto», dice a Lettera43.it.

«E I LAVORATORI? E I LIBRI?». La situazione, spiega, è complicata, «ma a differenza del 77 non c'è cultura né visione politica: solo confusione». Vitali boccia anche le modalità delle proteste. «Ci sono decine di testimonianze di bibliotecari e di studenti. Il collettivo non ha minimamente tenuto conto dei lavoratori, non ha pensato a difenderli. Non è possibile accettare di lavorare in un luogo dove si rischia l'aggressione e dove non ci si sente al sicuro. Come non si è preoccupato di difendere i libri».

«SQUADRISTI E VIOLENTI». Lavoratori come Mirella Mazzucchi, responsabile della biblioteca del 36 che dopo aver scritto una lettera dove spiegava la dinamica dell'irruzione della polizia in cui definiva i ragazzi del collettivo «prepotenti, violenti, squadristi», su Facebook ha ribadito: «Perché poi dovrei cercare un dialogo con chi ha distrutto, manomesso, offeso, minacciato, deriso? Non ci può essere alcuno scambio con chi utilizza questi mezzi. Sono veramente stanca di sentire queste banalità. Hanno divelto porte, strappato sbarre dai muri, indossato maschere, si sono messi nelle nostre postazioni a festeggiare».

Un momento degli scontri al 36 di via Zamboni.

Il problema secondo Vitali è che piccoli collettivi come il Cua «continuano a pensare alla politica come creazione di conflitto. E cosa propongono? Hanno smontato i tornelli per portarli in rettorato. Ci sono moltissime cause per cui incazzarsi: dalla legge sulla scuola ai mancati finanziamenti alla ricerca e all'università, fino alla sanità. E loro se la prendono con i tornelli».

«SENZA VISIONE NÉ SPERANZE». In questo, anche in questo, sta la mancanza di orizzonte politico. «I giovani di oggi si sentono in trappola», aggiunge Vitali. «Sono senza visione senza speranza, e fanno fatica anche solo a immaginare un domani. Si chiedono se avranno o no la pensione. Noi invece vivevamo nel nostro Sol dell'Avvenir. Dare vita a un conflitto fine a se stesso che si consuma in sé non ha senso. Non sono certo per mettere in galera il collettivo, ma non condivido le loro prospettive e soprattutto la disattenzione nei confronti dei lavoratori».

UN PEZZO DI CITTÀ ABBANDONATO. A essere degradata, però, non è solo qualche aula o qualche biblioteca, ma l'intera zona universitaria. E questo deve essere chiaro. «È un pezzo di città che Comune e università non sono riusciti a risanare», sottolinea Vitali. È poi fuori di dubbio che l'irruzione della celere in una biblioteca è disturbante, al di là delle diverse ricostruzioni che sono state fornite. Manganelli e scudi antisommossa tra i banchi e i libri «non si erano mai visti», nemmeno in tempi ben più infuocati. Un intervento tra l'altro giudicato inopportuno anche dai più critici perché si è rivelato solo un assist per il collettivo.

«SOLO AGENTI E CAMIONETTE». «Se in zona Zamboni esiste un degrado, se c'è spaccio di fronte al teatro comunale, non è col recinto che risolvi la questione», spiega a L43 Milena Magnani, scrittrice e sociologa che vive a Bologna. «È casomai con delle politiche sociali, degli operatori di strada, rinforzando il fronte di quella che un tempo era una città accoglienza. Invece vedo solo camionette della polizia, agenti che una sera ho visto con miei occhi trattare come delinquenti degli adolescenti che suonavano lo djembe. Non è una Bologna di cui vado fiera».

Scontri in piazza Verdi.

Magnani per questo si schiera con il Cua, la cui protesta è tutt'altro che pretestuosa. «È una rabbia contro la deriva securitaria di una politica basata sul controllo, le recinzioni, i badge», continua. «È la protesta contro un modo della politica che governa sempre di più dalla cabina di comando, che non si preoccupa di interloquire con la cittadinanza di base, ma che pensa di controllare la socialità a distanza ponendo barriere, veti, muri, password di accesso ai suoi eletti».

«SI CREANO ENCLAVE ELITARIE». I tornelli ne sono il simbolo. «Rendono asettici luoghi che doverebbero essere quelli del fermento creativo», aggiunge. «Gli amministratori non capiscono neppure che stanno compiendo una delle operazioni simboliche più neglette, che è quella di chiudere i luoghi della cultura come fossero delle enclave elitarie, recintando quelli che dovrebbero essere i luoghi più fervidi della città, che sono le aule studio, i luoghi dove nasce il confronto e lo scambio tra i giovani, tanto più prezioso se è uno scambio che mescola cultura e mondo della vita».

«TRATTATI COME CLIENTI O TIFOSI». Secondo Magnani uno studente non può essere trattato alla stregua di «un cliente di una banca o un tifoso di uno stadio». Senza contare che nei «luoghi dove la socialità funziona, si crea anche un forte autocontrollo sociale che non necessità di interventi autoritari. È una delle regole di base della sociologia più spicciola».

Serve tutela per la città dei cittadini, per i giovani artisti, per le officine di pensiero, per i piccoli commercianti, per i piccoli artigiani e tutto quell'altrove che nasce dal microcosmo delle strade

Milena Magnani, scrittrice e sociologa di Bologna

La scrittrice allarga la critica al governo stesso della città. «Credo che dal suo insediamento la giunta Merola abbia ormai dato prova di essere intressata a sostenere i grandi capitali che governano e muovono realmente le scelte politiche che non a tutelare il clima sociale di una Bologna che storicamente si era conquistata la fama di città aperta». Dunque, ben vengano «i grandi musei, le grandi gallerie, i luogi della grande produzione» ma, è il ragionamento, servirebbe la «stessa tutela per la città dei cittadini, per i giovani artisti, per le officine di pensiero, per i piccoli commercianti, per i piccoli artigiani e tutto quell'altrove che nasce dal microcosmo delle strade».

«NO A UNA CITTÀ IMBELLETTATA». Lo sgombero di Xm24, per Magnani, «è il paradigma di come si muove questa giunta». Sfratti, gesti «autoritari» che hanno il potere «di scalzare il senso di una Bologna vera e fervida in nome di una Bologna ingessata e imbellettata». E schiacciano «la cultura dal basso, i luoghi del collettivo, le oasi di approdo e dell'accoglienza, base e radice della vita democratica di una città».

«MANCANO LE SEDI PER UN DIALOGO». Per questo la sociologa spera che dai giovani nasca «la forza di approcciare una nuova teoria politica a complessità adeguata, qualcosa che scardini i vecchi codici che si stanno rivelando deboli». E sulle ultime proteste dice sicura: «I giovani e gli studenti protestano come possono, protestano punto a punto, ma come potrebbero fare diversamente? Se protestano per il caro mensa mi pare tutt'altro che un impoverimento culturale. Quali sono le sedi per dialogare a livello di dibattito politico più ampio? Ci sono dei luoghi? Degli interlocutori che non li appellino subito come delinquenti?».

«PRENDERE POSIZIONE? UN DOVERE». Alla fine il 77, per lei, non è poi così lontano. «Sento come un dovere morale», conclude, «guardare indietro e salvare ciò che di più prezioso viene da là, da quel periodo, il coraggio delle proprie idee e il dovere di prendere posizione anche scendendo in strada se necessario».

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