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Resa dei conti nel Pd

Sinistra Canzoni
26 Febbraio Feb 2017 1452 26 febbraio 2017

La sinistra e quell'eterna ricerca di una identità canora

Gli scissionisti del Pd recuperano Bandiera rossa. Renzi girovaga tra pop e rock. Un po' come fece Veltroni. Nulla a che vedere con la ritualità dei raduni post-Pci. Breve storia delle colonne sonore in casa dem.

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La politica non ha perso per strada solo le ideologie, ma anche gli inni. Le canzoni di battaglia fanno ormai parte del repertorio d’antiquariato. Paradossalmente proprio l’inventore del partito-leggero, Silvio Berlusconi, ha rilanciato l’inno di partito, pur se sulle strofe di Apicella. Sul versante opposto, da quando il Pci ha ammainato le bandiere, è tutto un girovagare canoro, pescando tra brani rock e musica pop, finché non sono arrivati gli scissionisti del Pd a rimettere le cose a posto, rilanciando Bandiera rossa, uno degli inni più cantati dal Partito comunista fin dal 1921.

Tuttavia le radici di Bandiera rossa vanno ricercate assai prima. Come annota Stefano Pivato nel suo Bella ciao, canto e politica nella storia d’Italia (Laterza) la «canzone affonda le sue origini nella cultura politica degli ambienti mazziniani». E da lì la bandiera rossa passa nelle mani dei comunisti prima di essere destrutturata da Zucchero con le sue strofe irridenti: «E allora avanti o popolo, con la chitarra rossa, che intanto il tempo passa e lei non torna più» (Per colpa di chi, 1995). L’inno, in ogni caso, deve avere fatto rabbrividire Matteo Renzi che ha replicato: «Non canto Bandiera rossa, ma sono di sinistra». Una sinistra liquida, così come i suoi gusti musicali sono eclettici.

RENZI DAI COLDPLAY A O' SOLE MIO. Come lo stesso ex premier ha confessato ascolta di tutto, da Mika alla musica classica. E fin qui ci muoviamo nella sfera privata. Più interessante considerare come Renzi ha adattato ai vari passaggi politici le tante colonne sonore che hanno scandito l’evoluzione della sinistra. Alla Leopolda nel 2010 fu scelta una canzone dei Coldplay, Viva la vida, due anni dopo Renzi se ne andò a cena con Bruce Springsteen dopo il concerto della star a Firenze. Per il suo primo discorso da segretario a Milano, nel 2013, optò per un brano dei Negrita, La tua canzone, e venne sconfessato dal gruppo. La parabola si è chiusa con O’ sole mio al comizio per il "Sì" al referendum in piazza del Popolo, note più confacenti al vagheggiato partito della nazione.

Mai si è azzardato Renzi a rovistare nel repertorio di Lucio Battisti, ritenuto appannaggio della destra ma sdoganato da Massimo D’Alema che alla morte del cantautore ne diede una definizione fulminante: «È stato la colonna sonora della nostra giovinezza». Va detto che Renzi si richiama a una tradizione canora inaugurata da Walter Veltroni, che sfruttò i successi del momento per dare allure alla sua carriera politica. Con lui la sinistra spaziò dagli U2 ai Nomadi, da Jovanotti a Lucio Dalla.

DA DE GREGORI A FOSSATI. La ritualità politica dei raduni post-Pci aveva avuto uno spartito più ordinato ai tempi di Achille Occhetto, quando era Viva l’Italia di Francesco De Gregori a fare da ouverture a comizi e convention. Un testo più politico, con l’accenno alla liberazione, a piazza Fontana, e con quel verbo - «l’Italia che resiste» - che è così assiduo e presente nell’immaginario degli eredi del Pci. Poi, l’Ulivo di Romano Prodi adottò La canzone popolare di Ivano Fossati, con quell’esortazione ormai quasi mesta a rimettersi in cammino, nonostante tutto: «Alzati che sta passando la canzone popolare, se c’è qualcosa da dire ancora, ce lo dirà, se c’è qualcosa da capire ancora, ce lo dirà».

L'INFLAZIONATA IMAGINE DI FASSINO. L’elezione di Piero Fassino a segretario del Ds, nel 2001, fu invece salutata da Imagine di John Lennon, l’inno del pacifismo globale, troppo conosciuta per caratterizzarsi come legata a un solo partito e al tempo stesso priva di quell’afflato battagliero, di quelle parole d’ordine che sono così necessarie per un canto che sia universale e identitario al tempo stesso.

Lo spasmodico bisogno di identità che percorre da sempre la sinistra italiana si rispecchia dunque nelle scelte musicali, senza mai un approdo fisso a un testo, a un autore, a una strofa. Operazione difficile già negli Anni 80 e 90, figuriamoci ora che le canzoni ideologiche sono quelle che trionfano a Sanremo e non quelle che introducono i comizi di partito. E non è priva di una certa goffaggine l’incursione della politica nel mondo mutevole della musica leggera, che già dai tempi di Rino Gaetano trattava con sufficiente disprezzo la retorica di palazzo: «Abbasso e alè, nun te reggae più. Dc Pci, nun te reggae più». E correva l’anno 1978.

E CUPERLO CITÒ EROS. Per i discorsi dei leader non restano che brandelli di citazioni, come quando Gianni Cuperlo, in una delle ultime tormentate riunioni della direzione Pd, ha citato addirittura un verso di Eros Ramazzotti rivolto a Renzi: «Matteo, fermati un istante…». E la canzone prosegue del resto così: «Parla chiaro, come non hai fatto mai, dimmi un po’ chi sei…». Una canzone d’amore, dunque, come metafora dell’incomunicabilità dentro il partito del tutti contro tutti.

In definitiva non è riuscito alla sinistra il recupero all’immaginario popolare di inni capaci di suscitare emozioni. Fratelli d’Italia, l’inno italiano, è tornato in auge grazie a Carlo Azeglio Ciampi e ha avuto anche una sua importante funzione in chiave patriottica contro lo sbandierato secessionismo della Lega di Umberto Bossi. Bella ciao è tornata alla ribalta grazie a Michele Santoro, che la intonò nel 2002 in apertura della trasmissione Sciuscià in polemica con Berlusconi. Nessuno dei due canti, tuttavia, è capace di galvanizzare gli animi della sinistra: per via di un passato internazionalista nel caso dell’Inno di Mameli e per la concorrenza delle piazze no global nel caso di Bella ciao.

LA MACARENA DI BONDI-BIANCO. Così non è restato ai nostalgici che recuperare Bandiera rossa. Mentre i renziani, per essere al passo coi tempi, continueranno nel loro randagismo canoro. Atteggiamento che peraltro ha illustri precedenti: pochi ricordano che Rosy Bindi e Gerardo Bianco, alla Festa dell’amicizia del 1996, accennarono assieme al pubblico qualche movenza della Macarena. E due anni fa Angelino Alfano ballò con i suoi a chiusura di un incontro di Ncd sulle note del tormentone Happy di Pharrell Williams. E così la politica trasforma i suoi linguaggi: dagli inni alle canzonette ai balli di gruppo.

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