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10 Marzo Mar 2017 1500 10 marzo 2017

Marco Cappato, l'ultimo radicale

L’uomo che ha accompagnato Dj Fabo verso il suicidio assistito racconta il suo lato nascosto a L43. L’arresto in Russia, l’amore per Simona, e la “stupefacente” scoperta di Sanremo. Fino allo stato di salute del suo partito: «Senza Pannella è un bel casino».

  • MARCO DIPAOLA
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Radicale, erede di quella tradizione laica, liberale e garantista fondata in Italia da Marco Pannella ed Emma Bonino. Marco Cappato, milanese quasi quarantaseienne (li compirà il 25 maggio) tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è tornato prepotentemente alla ribalta per aver accompagnato Dj Fabo nel suo ultimo viaggio, guidando l’auto con cui Fabiano Antoniani è arrivato in Svizzera, dove ha scelto di porre la parola fine alla sofferenza che la sua condizione imponeva. Succede sempre così ai temi al centro delle battaglie radicali (eutanasia, legalizzazione delle droghe leggere, diritti gay e dei carcerati ecc.), che grazie alla loro vigorosa forza emergono ciclicamente dalla soporifera agenda politica italiana, per poi essere messi in secondo piano quando si riduce il clamore dei casi concreti, come già accaduto con Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro.

«FABO COERENTE FINO ALLA FINE». «Fabo è stato coerente fino in fondo, la sua vera paura era che qualcuno gli impedisse di morire», ha confidato ad Enrico Cisnetto durante la terza puntata del 2017 di Roma InConTra, «temeva che lo Stato si frapponesse tra lui e la morte. Una volta mi disse che, a mali estremi, una persona che gli tirava un colpo di pistola l’avrebbe trovata. Non è andata così, io l’ho solo aiutato a mettere in atto una sua scelta». Un aiuto su cui Cisnetto affonda la lama della provocazione: «Non teme di essere ricordato come l’uomo della morte altrui?». Cappato ci pensa un attimo: «Preferirei essere visto come l’uomo che ha aiutato la libera scelta altrui. La morte è un tema con cui tutti dobbiamo convivere, non bisogna vergognarsi di parlarne anche politicamente».

RISCHIA DAI 5 AI 12 ANNI DI CARCERE. Cappato appare a suo agio di fronte alla platea del teatro di Palazzo Santa Chiara, oltre 140 persone che attente ascoltano il suo racconto, alternando mormorii e applausi a seconda della durezza delle sue parole. Ha esattamente le sembianze di uno che è disposto a rinunciare a qualsiasi cosa, persino alla propria libertà – rischia dai 5 ai 12 anni di carcere per istigazione e aiuto al suicidio – pur di difendere le proprie convinzioni. Alto, esile, una folta chioma che incornicia occhi tanto azzurri quanto spenti, quasi consapevoli che dovranno affrontare ancora tante battaglie. Molto si conosce del Cappato protagonista di plateali azioni di disobbedienza civile – usando un gergo caro ai radicali – poco invece si sa della sua sfera nascosta, più intima, che è proprio quella su cui Lettera43.it ha voluto scavare.

Enrico Cisnetto e Marco Cappato.

DOMANDA. Cappato, lei un bocconiano, allevato in un collegio cattolico: diciamo una crescita tutt’altro che radicale! E poi?
RISPOSTA. La verve radicale, in realtà, è una tara genetica. In famiglia erano tutti radicali, compreso mio fratello, di due anni più grande, che fu anche eletto al Consiglio comunale di Monza. La mia era un’inclinazione abbastanza anarchica, l’incontro personale che ebbi con Marco Pannella fece il resto.

D. Lei, oltre che sul piano politico, si definirebbe radicale anche nella vita di tutti i giorni?
R. Sì, direi proprio di sì, quello in cui credo si lega abbastanza bene al modo in cui vivo. Poi non sempre si è all’altezza delle proprie convinzioni. Io ho avuto la fortuna e la gioia di vivere per le cose in cui credo, nonostante l’abitudine e la burocratizzazione portino ogni tanto alla disillusione.

D. È stato arrestato cinque volte: Bruxelles, Manchester, Mosca, Maastricht e Milano. Mai avuto paura?
R. Sì, a Mosca, durante una manifestazione a favore dei diritti gay. Lì la tecnica della polizia era quella di lasciare che i manifestanti fanatici, cioè i naziskin, si occupassero di noi senza intervenire. A quel punto poteva succedere di tutto: poteva partire un colpo, una coltellata o una bastonata. Per fortuna non è andata così.

I radicali oggi? Un bel casino. Senza Pannella è tutto più difficile

D. E a casa non le hanno mai detto di smetterla di cacciarsi nei guai?
R. L’idea che si debbano correre dei rischi per ciò che cui si crede è accettata sia dai miei genitori, sia da mia moglie Simona.

D. A proposito, stare al suo fianco non deve essere una cosa semplice.
R. Anche stare a fianco di mia moglie non è proprio semplice – sorride – ma credo che Simona sia felice di sostenere le mie battaglie. Abbiamo creato una sintonia che ci porta a condividere gli spazi dell’altro. Pensi che ho imparato persino a guardare Sanremo.

D. Un radicale che guarda il Festival? Stupefacente, parafrasando la battaglia radicale sulla legalizzazione delle droghe leggere.
R. Eh sì! Grazie a Simona (Voglino Levy, giornalista del Foglio che scrive di musica e spettacolo, ndr) ho imparato a seguire il Festival. Adesso conosco la discografia sanremese completa. Non avrei mai immaginato di essere preparatissimo su Nesli!

D. Veramente stupefacente!
R. E non finisce qui. Ci conosciamo da quasi sei anni e più volte ho resistito, con minaccia concreta di andarmene di casa, all’idea di avere un cane.

D. Qualcosa mi fa intuire che le minacce non sono servite a molto…
R. Direi proprio di no! Ad un certo punto è arrivato il cane, un bassotto a pelo ruvido. Ho capitolato, e son contento di averlo fatto.

Da sinistra, il tesoriere dei Radicali Valerio Federico, il candidato sindaco di Milano Marco Cappato, Emma Bonino e il candidato romano Riccardo Magi.

D. Ho letto che da giovane giocava a pallacanestro nella Forti e Liberi Monza. Carriera stroncata?
R. Non avevo il tiro da fuori, giocavo ala, ma ero troppo basso per quel ruolo. Ho giocato in serie D, a Burago, ma poi è arrivata la politica a distruggere da un giorno all’altro la mie velleità cestistiche. Ma nel frattempo giocavo anche a calcio eh.

D. Pure?
R. Sì, nella squadra della Bocconi. Ho fatto anche qualche torneo internazionale.

D. Lei è milanese doc: Inter o Milan?
R. Tifo Inter, ma in maniera moderata, considerato anche le magre soddisfazioni che riceviamo dalla squadra. Poi il calcio giocato mi diverte molto, mentre quello visto in tv mi annoia profondamente.

D. Chiudiamo come abbiamo aperto. I radicali oggi?
R. Un bel casino. Senza Pannella è tutto più difficile.

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