Boschi Renzi Pisapia D'alema
19 Marzo Mar 2017 1500 19 marzo 2017

Renzi, D'Alema, Veltroni, Rutelli e gli altri: i non rottamabili

«Lascio la politica». «Vado in pensione». «Mi dedicherò all'Africa». Sono le promesse disattese dei politici. L'ex premier in testa, ma anche Pisapia, Boschi, Carbone, Errani: quelli che non mollano la poltrona.

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Lascio o raddoppio? È sempre questo il dilemma dei politici italiani. Da Walter Veltroni a Matteo Renzi, è lunga la lista dei politici che hanno annunciato il ritiro salvo poi ripensarci. L'ultimo in ordine di tempo è stato Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, che ha lanciato "Campo progressista" col tentativo di riunire le varie anime del centrosinistra, grazie a un chiaro richiamo all'Ulivo. A dir la verità Pisapia non ha mai dichiarato ufficialmente di voler smettere di fare politica, anche se la sua scelta di non ricandidarsi a Palazzo Marino lasciava presagire questa intenzione. Dal palco del teatro Brancaccio Pisapia ha chiarito: «Volevo andare in pensione, ma quello che mi è scattato è aver visto quanto bisogno c’è di buona politica» e così «anziché volare in India, come sognavo da cinque anni, ho deciso di fare un altro giro: di girare l'Italia perché in cinque anni le cose sono cambiate».

Giuliano Pisapia.

ANSA

Volevo andare in pensione, ma quello che mi è scattato è aver visto quanto bisogno c’è di buona politica

GIULIANO PISAPIA

Chissà se sarà il preludio di un ritorno oppure un fuoco di paglia come quello di Francesco Rutelli? L'ex sindaco della Capitale, in occasione delle elezioni amministrative 2016, ha organizzato la kermesse la "Prossima Roma" per rilanciarsi come "padrino politico" del suo pupillo Roberto Giachetti ma, poi, fiutando la sconfitta imminente, ha rinunciato a presentare una sua lista e se n'è tornato in disparte. Attualmente è presidente dell'Anica, Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali.

Francesco Rutelli.

ANSA

Certo è che il desiderio di Pisapia di partire per l'India ricorda molto le parole di Walter Veltroni del 2001. «Non so quanto tempo mi impegnerà l’incarico di sindaco. Ma comunque a un certo punto finirà e invece di diventare uno di quei politici per i quali si cerca un posto in un consiglio di amministrazione, vorrei dedicarmi alla questione dell’Africa», dichiarò l'allora primo cittadino della Capitale. Su questo annuncio si è ironizzato molto e i suoi oppositori storici stanno ancora aspettando che mantenga la promessa.

Walter Veltroni.

Quando smetterò di fare il sindaco vorrei dedicarmi alla questione dell’Africa

WALTER VELTRONI

Ma ormai le ironie si sono riversate tutte su Matteo Renzi e sui suoi propositi di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Débâcle che puntualmente è arrivata e, per giunta, in modo netto e indiscutibile. Un k.o. che resta una ferita aperta e indelebile nella carriera del rottamatore così come restano incancellabili le dichiarazioni di Renzi al programma di RaiTre Che tempo che fa. L'8 maggio 2016 l'ex premier-segretario disse a Fabio Fabio: «Se perdo, con che faccia rimango? Ma non è che vado a casa, smetto di fare politica. Non è personalizzazione, è serietà». Il 26 febbraio 2017, invece, Renzi, sempre ospite di Fazio, ha spiegato così il suo ripensamento: «I miei figli devono sapere che il loro padre può perdere, ma non si arrende».

Matteo Renzi.

Se perdo il referendum, con che faccia rimango? Smetto di fare politica. Non è personalizzazione, è serietà

MATTEO RENZI

Chi, invece, non ha dato alcuna spiegazione è Maria Elena Boschi che da ministro alle Riforme è diventata sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Gentiloni. Eppure anche lei, intervistata a In mezz'ora da Lucia Annunziata, nel corso della campagna elettorale per il referendum dichiarò: «Anche io lascio se Renzi se ne va, ci assumiamo insieme la responsabilità. Abbiamo creduto e lavorato insieme a uno stesso progetto politico».

Maria Elena Boschi.

ANSA

Anche io lascio se Renzi se ne va, ci assumiamo insieme la responsabilità

MARIA ELENA BOSCHI

Stessa dichiarazione d'intenti fu pronunciata dal turborenziano Ernesto Carbone nel corso della trasmissione L'Aria che tira, condotta da Myrta Merlino su La7. «Sì, lascio la politica. Non si tratta di personalizzare il referendum, si tratta di essere seri. Per 20 anni abbiamo sentito quelli che "io avrei voluto..." e alla fine nessuno ha mai fatto nulla». E ancora: «È certo che vado a casa, perché vuol dire che ho fallito: grazie a Dio non campo di politica, nella vita ho un lavoro». Sono ancora molti quelli che sperano di restiturgli il 'Ciaone' che lui fece ai sostenitori del "Sì" al referendum sulle trivelle.

Ernesto Carbone.

È certo che vado a casa, perché vuol dire che ho fallito: grazie a Dio non campo di politica, nella vita ho un lavoro

ERNESTO CARBONE

Ma, in questi ultimi mesi, non sono stati soltanto i renziani ad annunciare delle 'auto-rottamazioni' non richieste e mai avvenute. Anche Massimo D'Alema, il più grande oppositore di Matteo Renzi, prima del voto del 4 dicembre aveva affermato: «Comunque vada a finire, che vinca il "Sì" o che vinca il "No", quando finisce questa campagna elettorale tornerò pienamente al mio lavoro, quello di presiedere la Fondazione culturale dei Socialisti europei a Bruxelles e quindi non mi occuperei della politica italiana». I fatti dimostrano che l'ispiratore della scissione e della nascita del Movimento democratico e progressista è stato proprio D'Alema che, intervistato su RaiTre da Bianca Berlinguer, ha spiegato di aver messo a disposizione degli "scissionisti" i 300 comitati per il "No".

Massimo D'Alema.

Quando finisce questa campagna elettorale non mi occuperò della politica italiana

MASSIMO D'ALEMA

Insomma la rottamazione nella politica italiana è impraticabile anche per gli stessi che l'hanno propagandata. A Renzi, infatti, non è mai passato per la testa di pensionare un certo Paolo Gentiloni che è in parlamento dal 2001 e che ora si trova a Palazzo Chigi come suo successore proprio grazie a lui. Stesso discorso vale a livello locale, soprattutto in Piemonte dove un politico di lungo corso come Sergio Chiamparino nel 2014 è stato eletto presidente di Regione, mentre Piero Fassino è stato ricandidato come sindaco di Torino sebbene la sua riconferma non fosse affatto sicura.

Paolo Gentiloni.

ANSA

Un altro ex diessino, l'ex presidente dell'Emila Romagna Vasco Errani, è stato nominato commissario straordinario per la ricostruzione in Centro Italia nel vano tentativo di ricomporre la frattura tra la maggioranza renziana e l'ormai ex minoranza dem. Tutto inutile. La scissione non è stata evitata e, anzi, lo stesso Errani non soltanto ha lasciato il Pd per aderire al nuovo partito, ma ha anche sparato a zero sul governo proprio per quanto concerne la ricostruzione: «Dopo sei mesi qui è tutto fermo».

Vasco Errani.

Anche il Renzi del Lingotto pare aver archiviato il concetto della "rottamazione" che, probabilmente non farà mai presa in Italia, soprattutto negli ex democristiani, come dimostrano le carriere politiche di Clemente Mastella e Ciriaco De Mita, ora rispettivamente sindaci di Benevento e di Nusco, Comune nella provincia di Avellino.

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