Profumo 1
VISTI DA VICINISSIMO
20 Marzo Mar 2017 1025 20 marzo 2017

Nomine, il vero sconfitto è Renzi

Matteo ci ha provato in tutti i modi. Ma di sei scelte chiave solo una (Del Fante) è riconducibile a lui. Moretti? Silurato dal Colle. E Profumo non è renziano. La tesi alternativa di Occhio di lince, che 'smentisce' pure L43.

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Siete davvero sicuri che le nomine nelle partecipate del Tesoro siano tutte a marchio Matteo Renzi? Vedo che i giornali nemici dell’ex premier, da destra o da sinistra, non hanno dubbi. E, come spesso capita, anche i “giornaloni” meno schierati gli vanno dietro. Anche su Lettera43.it è stata sposata questa tesi ed è per questo che vi preannuncio che in questa circostanza, forse per la prima volta, il vostro Occhio di Lince vede le cose un po’ diversamente da come le vede il suo giornale. Ma questo va a merito del suo grande direttore, Paolo Madron.

RENZI AVREBBE SACRIFICATO DESCALZI. Allora, proviamo a ricapitolare. La giostra delle nomine ha prodotto le seguenti sei scelte fondamentali: la riconferma dei vertici di Eni ed Enel; l’uscita di Mauro Moretti da Leonardo; l’ingaggio di Alessandro Profumo; la giubilazione di Francesco Caio; lo spostamento di Matteo Del Fante da Terna a Poste; quello di Luigi Ferraris da Poste a Terna. Il resto sono dettagli. Ora vediamo quante di queste decisioni sono riconducibili a Renzi. Di sicuro non le riconferme a Eni ed Enel: se Matteuccio fosse stato ancora a Palazzo Chigi avrebbe portato Francesco Starace in Eni e avrebbe sacrificato Claudio Descalzi sull’altare dell’affaire Nigeria. Fino al 3 dicembre queste erano le sue intenzioni, poi il risultato del referendum ha cambiato le carte in tavola.

SU LEONARDO HA DECISO IL COLLE. Neppure l’uscita di Moretti si può ascrivere a Renzi. Non che lo volesse difendere, ma neppure si è messo alla testa del partito della giubilazione: a dire che dopo la condanna non c’erano più le condizioni perché rimanesse in Leonardo-Finmeccanica è stato il Quirinale, e su quella linea si sono ritrovati tutti protagonisti della partita nomine, da Paolo Gentiloni a Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda.

La giubilazione di Caio nasce soprattutto da manovre interne da parte di alcuni manager di prima linea

Altrettanto forte e formato dagli stessi attori, con l’eccezione del Quirinale che non messo bocca su null’altro che la vicenda Moretti, è stato il partito della giubilazione di Caio, operazione che nasce soprattutto da manovre interne da parte di alcuni manager di prima linea. Certo, Renzi ne ha approfittato per spingere il suo amichetto Del Fante, ma nella defenestrazione del povero Caio non dico che non c’entri, ma di certo è stato comprimario.

DEL FANTE È UOMO DI MATTEO. Invece c’è il suo marchio indelebile sulla scelta del nuovo numero uno di Poste. Del Fante si è conquistato a suon di relazioni e intrecci con Marco Carrai la possibilità di muoversi da Terna, dove si sentiva stretto. A Renzi aveva prospettato due scenari: andare a Cassa Depositi e Prestiti (da dove proviene) al posto dell’attuale amministratore delegato Fabio Gallia, se si fosse ceduto alle pressioni di quest’ultimo per portare via il posto a Caio, oppure andare a Poste. Alla fine si è optato per quest’ultima soluzione, più semplice e diretta.

MA NON IL SUO SUCCESSORE. Nulla c’entra, invece, l’uomo di Rignano nella scelta del successore di Del Fante. E non perché non ci abbia provato: Maria Elena Boschi, a meno che non parlasse solo a titolo personale ma ne dubito, ha rotto le scatole a Gentiloni e Padoan per inserire nel gioco il poco noto Alberto Irace, che da Acea vuole scappare perché la sindaca di Roma Virginia Raggi non ce l’ha nella lista degli amici che a suo tempo le hanno passato Marra e soci. Ma alla fine è passato Ferraris, che con Renzi non ha nulla a che vedere. Perché, semmai, quella è una scelta che si può intestare il ministro Calenda, realizzata con l’avallo del titolare del Tesoro.

Profumo non è mai stato un Renzi boy. Anzi, sono D’Alema e Bindi le sue amicizie più intime dalle parti dei democratici

Resta Profumo a Leonardo-Finmeccanica, la scelta che più di tutte ha evocato le mani di Renzi sulle nomine. Ma non è così, e ve lo dico con cognizione di causa. Intanto perché l’ex banchiere non è mai stato un Renzi boy. Anzi, sono Massimo D’Alema e Rosy Bindi le sue amicizie più intime dalle parti dei democratici. In tutti i casi non è stato Renzi a fare il nome di "Arrogance".

PROFUMO? CHIAMATO DA GENTILONI. A chiamarlo e chiedergli la disponibilità è stato direttamente il premier Gentiloni, non più tardi di una settimana fa. E la reazione lì per lì è stata di scetticismo: «Ancora ancora capirei la presidenza, ma l’amministratore delegato non l’ho più fatto in banca, perché dovrei farlo in una società come Finmeccanica?», ha replicato l’interessato.

E CONVINTO DA PADOAN E TURICCHI. Poi ha sentito il ministro Padoan che ha speso parole per convincerlo e si è consultato con il suo amico Antonino Turicchi, direttore generale per finanza e privatizzazioni al ministero dell’Economia, nonché suo vecchio compagno di Cda nel Monte dei Paschi di Siena. E alla fine ha sciolto la riserva. Ecco come sono andate veramente le cose. Anche in questo - anzi, soprattutto in questo caso - Renzi non c’entra nulla. Su sei scelte fondamentali, cari e affezionati lettori, ne ha influenzata in modo decisivo solo una. E non perché preso da improvviso e nobile disinteresse. Lui ciha provato fino in fondo a condizionare tutto, ma il potere dell'ex rottamatore ha trovato robusti argini al suo bulimico dilagare.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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