I 400 colpi

Report torna con Ranucci, dal 27 su Rai3
19 Aprile Apr 2017 0937 19 aprile 2017

Se i vaccini sono una scusa per cancellare Report

La pioggia di critiche della politica contro la trasmissione sa tanto di resa dei conti.

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Se mostri in tutti i suoi esiti deleteri l’eccezione, è chiaro che anche la regola ne risulta inficiata. Sintetizzando al massimo, è questo l’errore che ha commesso Report nella puntata sul vaccino Hpv andata in onda la sera di Pasquetta. Un errore che qualsiasi esperto di comunicazione segnerebbe con la matita blu, nonostante le avvertenze e i distinguo del caso. Premettere che i vaccini sono la più importante scoperta della prevenzione sanitaria negli ultimi 300 anni e poi soffermarsi per l’intera durata del servizio sui casi di eventi avversi induce il telespettatore non avveduto a scambiare un’infima parte per il rassicurante tutto.

CRITICHE CHE SANNO DI RESA DEI CONTI. Ciò detto, la bufera politica che si è scatenata all’indomani della messa in onda sa tanto di resa dei conti. E lo scivolone sui vaccini il casus belli destinato a innescarla. I più esagitati sono i renziani, che non hanno ancora smaltito i postumi della puntata precedente, quando Report aveva messo nel mirino l’ingresso dei Pessina nel capitale de l’Unità. Anche lì l’inchiesta ha forse voluto strafare, tirando in ballo appalti Eni, attraverso un consorzio partecipato, assegnati ai costruttori in Kazakistan. Circostanza che il cane a sei zampe ha categoricamente smentito. Ma che dopo l’ingresso nel quotidiano fondato da Antonio Gramsci, carte alla mano, le languenti commesse dei Pessina si siano moltiplicate come i pani e i pesci della parabola, è un dato incontrovertibile.

La bufera politica contro Report che si è scatenata all’indomani della messa in onda sa tanto da resa dei conti

Non bastasse l’indignazione sui vaccini, e giusto per rinforzare i capi d’accusa a carico della trasmissione da quasi vent’anni fiore all’occhiello di RaiTre, nella bufera è finito anche un servizio sugli studi cinematografici di Papigno, rilevati da Cinecittà dopo la gestione fallimentare di Roberto Benigni che vi aveva girato La Vita è bella e ne voleva fare il set di tutti i suoi film. Apriti cielo. Toccare una gloria nazionale equivale a rubare in chiesa.

BENIGNI DIFESO PURE DAL FOGLIO. E persino chi in passato ha usato con il regista toscano parole di fuoco, come il Foglio (quando uscì La vita e bella Giuliano Ferrara fece una campagna contro la beatificazione artistica e ideologica di Benigni, «comico del regime»), ha biasimato l’inchiesta iconoclasta. Che metteva in fila i seguenti fatti: Benigni compra Papigno che dopo il flop viene rilevato dalla privatizzata e indebitata Cinecittà (30 milioni di euro) senza per altro farne uso visto che adesso quegli studi sono chiusi.

IL CASO CINECITTÀ. Dulcis in fundo, il ministero per i Beni culturali sta pensando di ripubblicizzare Cinecittà, Papigno compreso, come da puntuale conferma del ministro Franceschini. Che ciò avvenga previa due diligence non cancella il fatto che la Hollywood de noantri viene salvata attraverso la socializzazione delle sue perdite. È davvero così irriverente e scandaloso che sulla rocambolesca vicenda un giornalista ci voglia mettere il naso?

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