Matteo Renzi Ferruccio De Bortoli
8 Maggio Mag 2017 1900 08 maggio 2017

Renzi, la bulimia del potere: uno stralcio del libro di De Bortoli

Ossessionato dal comando e incoerente non meno di Trump. Così viene descritto Renzi nel libro di De Bortoli Poteri forti (o quasi). L43 ne pubblica un estratto. E tra le pagine spunta anche la richiesta della Boschi a Unicredit di salvare Banca Etruria.

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Lettera43.it pubblica un'anteprima dell'ultimo libro di Ferruccio De Bortoli in uscita l'11 maggio 2017, Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo (I Fari, 320 pagine, 19 euro). Il volume verrà presentato il 10 maggio al Teatro Parenti di Milano (ore 18). Di seguito il capitolo in cui l'ex direttore del Corriere della sera parla del segretario del Partito democratico, intitolato «Renzi, ovvero la bulimia del potere personale».

Matteo Renzi è un grande comunicatore. È una delle sue tante qualità. Ma forse lo è persino troppo. Il brillante ex sindaco di Firenze ed ex premier si è avviluppato – in una bulimica bramosia di presenzialismo e di gestione del potere – nel dedalo infinito dei propri messaggi, sms, WhatsApp, Facebook, Twitter. Ha creato egli stesso un gigantesco groviglio del quale alla fine è rimasto prigioniero. In ogni singolo messaggio, in ogni singola apparizione è stato diretto ed efficace. Qualche volta anche simpatico.

L’insieme della sua comunicazione – studiata in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 con l’inutile e costosa consulenza del guru Jim Messina – è risultato invece eccessivo, sovratono, insincero. Un torrenziale discorso pubblico che ha prodotto una cacofonia indigesta. Dopo tre anni al governo, l’immagine del rottamatore sbiadisce inevitabilmente. Si è un po’ meno giovani, non si è più outsider. E da Palazzo Chigi si è poco credibili nell’usare con disinvoltura il linguaggio dell’antipolitica.

Renzi ha la leadership nel sangue, la alimenta sin da giovane, ma dà l’impressione costante di non riconoscere radici né di preparare eredità. Nella sua simbologia politica non c’è una storia cui ispirarsi – nemmeno la Dc di La Pira –, non c’è un’eredità da lasciare, di cui farsi carico. C’è lui e basta. Quello che c’era in precedenza è tutto da buttare, la Prima Repubblica, i partiti, il consociativismo – e in parte non si può che dargli ragione –, ma nel Dopoguerra il Paese è diventato, pur con un governo ogni anno, la settima potenza industriale al mondo. Per fortuna, dunque, c’è stato un prima. Qualche merito andrebbe riconosciuto. E, parallelamente, quello che verrà dopo di lui non gli interessa più di tanto.

Fin dal momento della formazione del governo Gentiloni, la preoccupazione di Renzi è stata solo quella di garantirsi una quota di potere personale

Il governo Gentiloni è espressione della sua maggioranza, una costola del renzismo. Lo si potrebbe definire un esecutivo su procura renziana. Ma fin dal momento della sua formazione, la preoccupazione di Renzi è stata solo quella di garantirsi una quota di potere personale, esercitabile con i suoi più fidati collaboratori, Maria Elena Boschi e Luca Lotti, non di far sì che il governo retto dal suo ministro degli Esteri, espressione del partito di cui è segretario, sia messo nella condizione di fare il meglio possibile.

È un atteggiamento da statista? Non mi sembra. È quello che ci si aspetta dal segretario del partito di cui è espressione diretta e quasi esclusiva il governo? No, di certo. Del resto nel febbraio del 2014, appena vinte le Primarie contro Cuperlo e Civati per la guida del Pd, il neosegretario mandò all’aria il gabinetto retto da un esponente del suo partito, Enrico Letta. E, non pago, poco dopo bloccherà la nomina dello stesso Letta a presidente del Consiglio europeo.

Quella carica poteva andare a un socialista, ma pur di favorire l’ascesa di Federica Mogherini al ruolo, prestigioso ma secondario, di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Renzi ha rinunciato, favorendo così il popolare polacco Donald Tusk. Letta ai vertici dell’Unione europea sarebbe stato più utile all’Italia – per esempio nella complessa partita bancaria – e prezioso per la stessa famiglia socialista europea. Senza con questo nulla togliere all’impegno e alla serietà della Mogherini.

L’ossessione dell’istante, la concentrazione sul presente e la visione tolemaica del potere sono tratti significativi della comunicazione renziana

L’ossessione dell’istante, la concentrazione sul presente e la visione tolemaica del potere, sono tratti significativi anche della comunicazione di Renzi. Non solo del suo modo di far politica. Nell’era della post verità mostra di essere particolarmente a suo agio. La coerenza non è una virtù della politica contemporanea. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, massimo twittatore al mondo, ne è ormai un profeta. Ma Renzi non è da meno. L’Italicum (ma tutti quelli che l’hanno votato non hanno nulla da dire?) era una legge perfetta: «Sarà copiata da mezza Europa» (marzo 2015). I titoli del Monte dei Paschi, ormai risanato, erano assolutamente da comprare nel gennaio del 2016.

Un premier che dà consigli di Borsa non s’era mai visto. Per non parlare della catastrofe economica di cui sarebbe stato vittima il Paese se avesse vinto il "No" al referendum. In questo Renzi è stato aiutato da qualche esempio di post verità distillato da Confindustria e, persino, dalla Banca d’Italia. Con Renzi i rapporti personali sono stati sempre difficili, quando non inesistenti e conflittuali. La stilista Chiara Boni – che è stata per un breve tempo assessore per le comunicazioni e l’informazione della Regione Toscana – fu la prima a parlarmi, con entusiasmo e trasporto, del talento politico e della simpatia umana di Renzi, allora presidente della Provincia di Firenze. E, in effetti, l’iniziativa promozionale del Genio Fiorentino fu certamente originale e di successo.

I primi passi della carriera politica di Renzi sono stati seguiti con attenzione e con una costante apertura di credito dal Corriere Fiorentino, diretto da Paolo Ermini. L’edizione locale del Corriere sostenne la necessità di un cambiamento radicale della politica cittadina, in occasione delle Primarie, vinte a sorpresa da Renzi, il 15 febbraio 2009. Un po’ contro tutti, anche contro i suoi compagni di partito. Il sindaco uscente Leonardo Domenici aveva invitato il giovane collega ad “aspettare un turno”.

Matteo Renzi quando era sindaco di Firenze.

Un’intervista dello stesso Ermini a Renzi fu certamente un passaggio importante. Il candidato assicurava che si sarebbe dato come obiettivo principale la costruzione della nuova pista dell’aeroporto di Peretola (che non c’è ancora). Successivamente il giornale lo incalzerà sulla scarsa trasparenza dei finanziamenti privati, sul degrado, sulla degenerazione della movida e sulla debolezza della sua squadra, difetto poi ripetuto su più larga scala.

Insomma, il Corriere Fiorentino concesse – in un rapporto franco e dialettico – un’importante apertura di credito al candidato sindaco, mantenendola, seppur criticamente, dopo la conquista di Palazzo Vecchio. E anche il Corriere ha sempre visto con una certa simpatia – e con l’adesione di alcuni suoi commentatori e giornalisti – l’ascesa di Renzi alla segreteria del partito, sia nelle Primarie perse, nel novembre-dicembre 2012, sia in quelle poi vinte l’8 dicembre 2013. Se ne lamentarono i bersaniani.

Renzi appariva l’espressione della modernità, il coraggio della rottura, seppure già allora con qualche uscita temeraria e un solipsistico complesso del potere personale. Perché allora i rapporti si sono poi così irrimediabilmente deteriorati? Non escludo di aver avuto qualche colpa personale. Avrei dovuto chiamarlo, chiedergli un incontro (cosa che feci in seguito, quando era già segretario del Pd, ma non fu mai possibile). Avendolo definito un «maleducato di talento», devo ammettere che un po’ maleducato con lui sono stato anch’io.

Renzi è piuttosto disinvolto nell’uso dei social network e predilige la comunicazione rap degli sms. Da lui, segretario del Pd, ne ho ricevuti alcuni sinceramente insulsi

Un giorno arrivò in via Solferino, era il 22 novembre 2012, per essere intervistato dal Corriere.it. C’erano le Primarie che avrebbe perso al ballottaggio con Bersani. Io non sapevo che sarebbe arrivato. Mi avvisarono solo all’ultimo momento. E, nella preoccupazione di non far tardi al mio appuntamento, parlai con lui solo qualche minuto nel corridoio. Un po’ in fretta, lo riconosco. Avrei dovuto invitarlo nella mia stanza e trattarlo con maggior riguardo.

Con Renzi c’era Maria Elena Boschi. Sono stato scortese anche con lei. Renzi è piuttosto disinvolto nell’uso dei social network e predilige la comunicazione rap degli sms. Da lui, segretario del Pd, ne ho ricevuti alcuni sinceramente insulsi. In uno se la prendeva perché il giornale aveva ripreso una fotografia di Chi che non credo, viste le successive apparizioni, gli sia stata rubata, carpita con l’inganno.

In un altro si lamentava per un servizio nel quale si parlava dei suoi trascorsi sportivi alla Rignanese, con relativa foto. E poi altri, sugli articoli che non gli garbavano, per usare un verbo toscano, con giudizi sprezzanti sul giornale e su chi lo dirigeva. Io non ho mai risposto. Ma ho capito in seguito che l’attacco al Corriere faceva parte di una sorta di strategia contro i cosiddetti poteri forti. Una continuazione naturale della rottamazione renziana.

Il 27 maggio 2013, dopo la commemorazione notturna dell’attentato di via dei Georgofili, attaccò pubblicamente in piazza della Signoria me e i miei azionisti, soprattutto le banche. Ermini gli rispose a tono. Nella strategia di potere di Renzi era più funzionale avvicinarsi a la Repubblica (ospiterà a Firenze, in gran pompa, un’edizione di “Repidee”) che, peraltro, con la sua edizione locale aveva avuto più simpatie per Enrico Rossi che per lui.

L'episodio che mi lasciò più di stucco fu quando la scorta di Renzi minacciò un collega del Corriere. Se Berlusconi avesse fatto una cosa simile saremmo tutti insorti

Il Corriere dunque era un nemico, parte di quell’establishment che, nella narrazione renziana, andava colpito. Distinguere il giornale dai suoi tanti, troppi, proprietari di allora, no? Troppa fatica? Il rosario di sms poco piacevoli continuò con Renzi al governo. E i toni si fecero più duri. L’episodio che mi lasciò di stucco accadde in occasione delle sue brevi vacanze – siamo nell’agosto del 2014 – in un albergo di Forte dei Marmi di proprietà di un suo amico.

Il collega Marco Galluzzo, che lo seguiva con professionalità e rispetto, prese una stanza nello stesso albergo. Niente di male. L’albergo era aperto a tutti. Non riservato solo a lui. Il messaggio del presidente, particolarmente piccato, lamentava una violazione inaccettabile della sua privacy. Aveva incontrato Galluzzo nella hall e il collega lo aveva salutato. Tutto qui. Io stavo al mare, in Liguria, non sapevo assolutamente nulla.

Al telefono, Galluzzo mi spiegò di essere stato avvicinato dalla scorta del premier che gli aveva intimato di lasciare subito l’albergo. Questo il suo racconto: «Mi avvicinai al tavolo del ristorante dove cenava, nella terrazza dell’albergo, con la moglie e i figli. Mi fu possibile solo salutarlo e per un attimo stringergli la mano, poi cominciò a gridare, lasciando di stucco i tavoli degli altri ospiti, gruppi francesi, tedeschi e russi. E anche Agnese, che mi rivolse uno sguardo di comprensione, quasi di vergogna. Gridava talmente forte, inveendo contro il Corriere che invadeva la sua privacy, che la scorta accorse come se lui fosse in pericolo. Venni anche strattonato. Dovetti alzare la voce per dire al caposcorta di non permettersi. Lui reagì minacciandomi. Mi disse che tutta la mia giornata era stata monitorata, dal momento in cui avevo prenotato una camera nello stesso albergo, e che di me sapevano tutto, anche con sgradevoli riferimenti, millantati o meno conta poco, alla mia vita privata».

Insomma, intollerabile. Se Berlusconi avesse fatto una cosa simile saremmo tutti insorti. Quella fu l’unica volta nella quale risposi a un sms di Renzi, dicendogli in sostanza che non volevamo assolutamente attentare alla privacy della sua famiglia – era sempre in un luogo aperto al pubblico – non era accettabile che il collega venisse minacciato dalla sua scorta. E con quella frase sibillina sul giornalista spiato, poi. Seguì sms di risposta. Più morbido. Per tagliar corto.

Matteo Renzi dopo la vittoria alle Primarie del Pd del 30 aprile 2017.

Il 24 settembre 2014 uscì sul Corriere il mio editoriale dal titolo "Un nemico allo specchio" nel quale criticavo la gestione del potere renziano. Non le idee del premier, molte delle quali erano e sono assolutamente condivisibili. Era un articolo costruttivo, non liquidatorio. È rimasto nella memoria collettiva più per la sua parte critica. L’assenza di rapporti, la gragnuola di messaggi abrasivi hanno certamente calcato la mia mano.

Nella sostanza lo riscriverei così, però. E i fatti mi hanno dato, ahinoi, ragione. Renzi doveva guardare il suo nemico allo specchio: se stesso. La sua bramosia di potere, il suo protagonismo esasperato che aveva ridotto alcuni ministri a deboli comparse. La sua tendenza a circondarsi di amici, più fedeli che leali. Nel libro I potenti al tempo di Renzi (Chiarelettere, 2015) di Paolo Madron e Luigi Bisignani si legge, a proposito di colui che gli autori chiamano il “Napoleone di Rignano”: «Se baderà agli altri e non solo a se stesso, durerà a lungo, altrimenti soccomberà».

Il libro individua tra i “nemici” dell’ex premier la burocrazia ministeriale. Un potere forte, indubbiamente. Dopo il mio editoriale del 24 settembre, accadde un fatto curioso del quale si è persa memoria. Sul Corriere del 9 ottobre apparve una pagina a pagamento dal titolo "Noi sosteniamo Matteo Renzi". Si leggeva nell’appello sostenuto da numerose personalità milanesi, alcune delle quali a me familiari: «Noi, semplici cittadini, con questo piccolo gesto intendiamo rompere il muro di silenzio che ha avvolto il presidente del Consiglio dopo i duri attacchi di questi giorni». Alcuni dei firmatari oggi sono tra i critici più feroci del renzismo. Vizi italiani.

Renzi in odore di massoneria? Ho esagerato, forse, ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti della «consorteria toscana» le appartenenze massoniche un ruolo lo giochino

Mi capitò in seguito di partecipare, insieme con lui, a una puntata di Porta a porta, ospiti di Bruno Vespa. Renzi replicò alla critica sul fatto che si fosse circondato di amici toscani, dicendo che anche lo staff di Obama era pieno di gente venuta da Chicago. C’era comunque una certa differenza. Il passaggio del mio articolo che ha fatto più discutere è quello sull’odore stantio di massoneria.

Preciso: non ho mai scritto e nemmeno pensato che Renzi sia un massone in una regione nella quale un po’ tutta la classe dirigente lo è. Mi chiedevo soltanto, parlando del patto del
Nazareno che teoricamente avrebbe dovuto riscrivere le nuove norme della Costituzione ed eleggere il nuovo presidente della Repubblica, se le vicinanze tra esponenti dei due schieramenti, in terra toscana, fossero spiegabili anche con quell’appartenenza.

Una domanda legittima. Una richiesta di trasparenza nel momento in cui si metteva mano addirittura alla Costituzione. Non c’è nulla di male nell’essere iscritti. Non nego i meriti storici della massoneria, anche se ho visto da vicino le sue deviazioni. Al Corriere, purtroppo, negli Anni 80. Lo scrive molto bene Raffaele Fiengo nel suo libro Il cuore del potere (Chiarelettere, 2016). In altri Paesi la massoneria è un soggetto pubblico. Trasparente. Da noi pare non esistere. Misteriosa. Sembrava addirittura scomparsa, dopo il caso P2 di Licio Gelli, al di là delle apparizioni pubbliche dei vari riti che hanno spesso una valenza un po’ caricaturale e folcloristica. Da noi è un tabù. Si sussurra non si dice, si sospetta non si dichiara, si allude.

Ho esagerato, forse, ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti di quella che Ernesto Galli della Loggia sul Corriere ha chiamato «consorteria toscana», le appartenenze massoniche un ruolo lo abbiano giocato e continuino a giocarlo. Del resto, poche settimane dopo il mio articolo, Libero, diretto allora da Maurizio Belpietro, svelò le frequentazioni di Flavio Carboni e il suo interessamento per i vertici di Banca Etruria.

Maria Elena Boschi e Matteo Renzi.

Il vicepresidente della banca aretina Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, aveva incontrato il faccendiere sardo in un paio di occasioni durante le quali gli avrebbe chiesto consigli su chi mettere alla direzione generale dell’istituto. L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata.

Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere. L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu padre-padrone per circa 30 anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca, mai rientrati, e finì in bancarotta con il suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali.

Non sarebbe il caso di chiedersi se anche legami massonici o di altra natura non trasparente siano stati all’origine della concessione di troppi crediti facili e della distruzione di molti piccoli risparmi? A maggior ragione ora che alcuni istituti di credito vengono salvati con i soldi dei contribuenti? Alessandro Profumo, ex presidente del Monte dei Paschi, il 15 giugno 2016, durante la presentazione del libro di Fabio Innocenzi Sabbie mobili. Esiste un banchiere per bene? (Codice, 2016) rispondendo a una domanda sul tracollo del Monte dei Paschi se ne uscì con questa frase: «La colpa è tutta della massoneria». Se ne parlò poco. Profumo mi spiegherà poi di avere avuto sempre la sensazione che ci fossero fili sotterranei, strane appartenenze. E che il sospetto dei legami massonici emergesse soprattutto quando si trattava di assumere qualcuno, constatando i diffusi malumori per un no inaspettato. E ha usato un esempio dalla Settimana Enigmistica. Unisci i puntini e scopri il disegno. Ma quanti sono i puntini? E qual è il disegno?

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