Macron
9 Maggio Mag 2017 1627 09 maggio 2017

Ue, i dossier su cui Macron può fare il gioco dell'Italia

Il presidente francese dice che se non si riforma l'Eurozona la moneta unica morirà. Ma la partita è lunga. Su commercio, protezione industriale, rifugiati invece può fare subito la differenza. Isolando l'Est.

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da Bruxelles

Cosa vorrebbe fare in Europa l’ha detto e ridetto, Emmanuel Macron, neopresidente francese che ha adottato la bandiera a 12 stelle e fatto risuonare l’inno alla Gioia nel cortile del Louvre. E non sempre si è espresso con i toni concilianti che gli vengono attribuiti. Il 10 gennaio 2017, sotto il cielo di Berlino dove si trovava in visita come candidato alle presidenziali, il leader di En Marche! è stato chiarissimo: «La verità che noi dobbiamo accettare collettivamente è che l’euro è incompleto e non può funzionare in maniera duratura senza una riforma. Non ha dato all’Europa una piena sovranità internazionale contro il dollaro, non ha portato una convergenza naturale tra gli Stati membri. L’euro è un deutschemark debole. E lo status quo è sinomimo di uno smantellamento dell’euro tra 10 anni».

OLTRE LA MONETA INCOMPIUTA. Dunque Europa più integrata, con più condivisione fiscale e un unico ministro dell’Economia. In sostanza un’Europa che superi finalmente la maledizione della moneta incompiuta. Ma per arrivare a una riforma strutturale dell’area euro, obiettivo che da profondo conoscitore della macroeconomia, Macron ha bene in mente, il percorso è lungo, pieno di ostacoli e di resistenze: passa prima di tutto da riforme con costi sociali e politici da attuare in casa e da negoziati tutt’altro che semplici da far avanzare a Bruxelles con gli altri Stati membri. Che l’elezione del nuovo président possa cambiare radicalmente gli equilibri Ue, anche a favore dell’Italia, è dunque tutto da dimostrare. Ma al netto delle prospettive di lungo periodo e delle sfide politiche difficilmente realizzabili – come quella delle liste transnazionali per le elezioni al parlamento europeo - ci sono tre dossier su cui è stato altrettanto chiaro e su cui può fare da subito la differenza. E non sono dossier da poco.

La catena di montaggio di una fabbrica del settore automotive.

1. I dossier commerciali: dall'anti-dumping agli appalti

Paradosso: il liberale Macron è, tra i leader dell'Unione, il maggior sostenitore di nuove regole per le imprese extra Ue che esportano prodotti in Europa o vogliono entrare nel mercato degli appalti pubblici. E, non a caso, appena eletto ha ricevuto una lettera aperta da parte delle maggiori associazioni di imprese francesi in favore di un patto europeo a protezione dell'industria. Macron entrerà nel consesso dei capi di Stato e di governo proprio nel momento in cui a Bruxelles si discute uno dei dossier più importanti: il nuovo regolamento sulle norme anti-dumping, cioè il solo strumento che può proteggere le imprese europee dalla concorrenza sleale dei competitor che non giocano ad armi pari, per costo del lavoro, riduzione dei diritti sociali, non rispetto delle norme ambientali o semplicemente condizioni di mercato poco trasparenti. Un campo in cui finora l'Ue ha regole più lasche di Stati Uniti e Giappone.

LA BATTAGLIA DI FINE ANNO SUI DAZI. La Commissione Ue ha già fatto la sua proposta, il Consiglio la deve approvare l'11 maggio, il parlamento è pronto alla discussione nella plenaria di giugno. Poi, in autunno, dovrebbe iniziare il dialogo tra le tre istituzioni per arrivare con un regolamento a fine anno. L'Italia che ha condotto la partita da sola in mezzo ad altri 27 Paesi, divisi tra economie manifatturiere troppo timorose di allontanare gli investimenti cinesi e Paesi importatori e liberali che fanno resistenza, può finalmente contare su un alleato. Doppia sorpresa, visto che il governo socialista di François Hollande, nel vacuum dell'anno elettorale, aveva fatto mancare il suo sostegno.

POSSIBILE INTESA COI TEDESCHI. L'attivismo di Macron sul tema è evidente. Nel suo programma ha anche proposto anche un Buy European Act per bloccare l'assegnazione degli appalti pubblici alle imprese che non hanno almeno un terzo della produzione all'interno delle frontiere dell'Ue. E se è vero che il vicepresidente della Commissione Jyrcki Katainen ha fatto capire che così com'è la proposta è irricevibile, in Consiglio l'idea potrebbe trovare una sponda anche tra i tedeschi. In realtà, la proposta arriva da Christophe Sirugue, sottosegretario all'industria nel governo di Manuel Valls, che l'aveva lanciata a dicembre limitandola al settore ferroviario, dove aziende francesi come Alstom devono affrontare la competizione della China Railway Construction Corp, un colosso più grande di Alstom, Siemens e Bombardier messe insieme, che ha già acquisito la ceca Skoda. All'epoca Sirugue aveva dichiarato: «Ho pututo constatare che i tedeschi condividono le stesse preoccupazioni». La Germania che non vuole ostacolare le esportazioni cinesi, viste le sue massiccie delocalizzazioni a Pechino, sulla difesa delle sue aziende pubbliche potrebbe invece essere molto ferma. E l'Italia, nell'uno e nell'altro caso, ha solo da guadagnarci.

Migranti soccorsi nel canale di Sicilia.

2. La gestione dei rifugiati: meno fondi a chi non accoglie?

Se Macron dovesse essere fedele alle sue dichiarazioni in campagna elettorale, allora la Francia sposerebbe una linea dura contro i Paesi Ue che si rifiutano di partecipare alla ridistribuzione dei rifugiati. Il neopresidente francese considera la gestione dei migranti il dossier principe sui cui rafforzare la «sovranità europea». Anche su questo fronte Macron gioca sempre nel solco delle regole e delle istituzioni Ue. Il tema è caldo a Bruxelles: il 12 aprile il commissario per gli Affari interni Dimitris Avramopoulos ha dichiarato che «la Commissione non esiterà a far uso dei suoi poteri» contro quegli Stati che ancora erigono muri.

NEL MIRINO GLI STATI DELL'EST. In più palazzo Berlaymont sta valutando anche le denunce dell'ong Oxfam sul trattamento dei migranti in Croazia e Ungheria. Ma il presidente francese si è già affiancato al segretario del Pd Matteo Renzi nel proporre di tagliare i fondi europei ai Paesi dell'Europa dell'Est che non solo non accolgono, ma detengono o respingono i rifugiati. Ed è una dichiarazione di peso visto che le nazioni orientali sono anche le maggiori beneficiarie di fondi europei.

Varsavia, capitale della Polonia.

3. La linea dura con i Paesi dell'Est Europa: l'Italia può contare

In generale Macron è destinato a essere uno dei maggiori nemici delle nuove democrazie illiberali che hanno sposato il libero mercato europeo senza condividerne i principi. La Francia non ha un'economia integrata con gli ex Paesi oltre la cortina di ferro. E ne sta invece subendo la concorrenza in termini di capacità di attrarre investimenti. Quindi una questione di valori, ma anche di interessi. Nel giorno in cui è stato contestato dagli operai della Whirpool di Amiens, in sciopero dopo l'annuncio che l'azienda avrebbe delocalizzato in Polonia, Macron ha promesso alla Voix du Nord, il quotidiano dell'ex regione industriale del Nord Pas de Calais: «Sul dossier Whirpool, nei tre mesi che seguiranno la mia elezione sarà presa una decisione sulla Polonia. E io metto la mia responsabilità sul tavolo».

L'ARTICOLO 7 DEI TRATTATI. Anche qui in maniera astuta ha spiegato che se non ci fosse la possibilità di imporre delle sanzioni per dumping sociale, allora invocherebbe l'articolo 7 dei trattati europei. E cioè quello che prevede la sospensione del diritto di voto per i Paesi membri che non rispettano lo stato di diritto dell'Unione. La procedura, in effetti, è già all'esame della Commissione da dicembre, dopo che la Polonia ha varato una riforma della Corte costituzionale che ne mina l'indipendenza. Varsavia ha risposto subito accusando Macron, ironia della sorte, di essere illiberale in economia. La sua vittoria, secondo il quotidiano polacco Dziennik-Gazeta Prawna, si tradurrà in «una zona euro ristretta» che spingerà i Paesi «come la Polonia ai margini del progetto Ue».

CONFLITTO APERTO. Il conflitto, dunque, è già aperto. E il nuovo inquilino dell'Eliseo è nettamente schierato per un'Europa a due velocità che distingua il nocciolo duro dei Paesi fondatori e dell'Europa occidentale da chi vuole solo un'Ue alla carte. Una impostazione che l'Italia, timorosa di essere lasciata indietro, non solo condivide, ma che può sfruttare per contare maggiormente a Bruxelles.

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