Stop Ttip
10 Maggio Mag 2017 1743 10 maggio 2017

Libero scambio, il tribunale di Strasburgo dà ragione alle Ong

L'esecutivo Ue aveva negato di registrare l'iniziativa dei cittadini contro il Ttip. Ora i giudici dicono che quel rifiuto non era motivato. Perché «nulla giustifica l'esclusione dal dibattito democratico». Il caso.

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Si è riaperta a sorpresa la partita sui trattati di libero scambio in Europa. Proprio nel giorno in cui il vice presidente della Commissione europea Frans Timmermans ha ammesso che bisogna ripensare il modo con cui l'Unione si confronta con la globalizzazione, il tribunale di Strasburgo ha bocciato l'esecutivo europeo per essersi rifiutato di registrare l'iniziativa dei cittadini che chiedevano di bloccare i negoziati sul Ttip, l'accordo commerciale con gli Usa - poi effettivamente naufragato con l'arrivo a Washington di Donald Trump.

LA COMMISSIONE SCEGLIERÀ IL RICORSO? La sentenza non bloccherà certo i futuri negoziati. Ma il segnale è fortissimo perché i giudici di Strasburgo hanno scritto nero su bianco che l'esecutivo europeo non ha tenuto conto del «principio di democrazia». Entro due mesi dalla notifica, spiegano a Lettera43.it da Strasburgo, la Commissione può impugnare il giudizio, ma c'è una «responsabilità politica» a cui è chiamata a rispondere.

La storia inizia nel 2014 quando la campagna di mobilitazione Stop al Ttip presenta una "European citizens initiative" (iniziativa dei cittadini europei), cioè il corrispettivo europeo della legge di iniziativa popolare italiana. Il diritto di iniziativa Ue prevede che un milione di cittadini possano invitare la Commissione a presentare una proposta legislativa. Servono un milione di firme, da almeno sette Paesi e ogni nazione deve raggiungere un numero minimo di sostenitori in base alla popolazione: per l'Italia bisogna superare le 54.750 adesioni. La proposta infine deve poter essere tradotta in un atto legislativo che vada a implementare i trattati o modificare il diritto dell'Unione.

FURONO RACCOLTE 3,2 MILIONI DI FIRME. La Commissione può rifiutarsi di registrarla se non risponde ad alcune condizioni, per esempio se è contraria ai valori dell'Unione, se è vessatoria o frivola o se ancora propone un atto legislativo che è al di fuori dei suoi stessi poteri. Le 500 organizzazioni non governative che animavano la campagna anti Ttip sono riuscite a raccogliere 3,2 milioni di firme - più del triplo di quelle richieste -, in 23 Paesi europei, per chiedere all'esecutivo europeo una sola cosa: che raccomandasse al Consiglio di annullare il mandato concesso dalla stessa Commissione sul secondo round di negoziati per il Ttip e di astenersi dal concludere il terzo sul Ceta.

«NEGOZIATI CHE CI INDEBOLISCONO». Insomma, che legiferasse per bloccare le trattative. E questo in considerazione di «numerose questioni critiche» come le procedure per la risoluzione delle controversie tra gli investitori e «per evitare che negoziati opachi portino a un indebolimento delle norme su occupazione, protezione sociale, tutela dell'ambiente e dei consumatori».

Secondo l'esecutivo Ue si trattava di una questione intraistituzionale che non modifica il diritto comunitario

L'iniziativa è stata presentata a luglio 2014, ma due mesi dopo, a settembre, la Commissione ha opposto il rifiuto a registrarla. Motivo? La proposta non avrebbe rispettato il mandato giuridico previsto per l'iniziativa dei cittadini. «La decisione del Consiglio che autorizza l'apertura dei negoziati è un atto preparatorio rispetto alle decisioni [...] che autorizzano la firma e quindi la conclusione di un accordo internazionale», che viene poi adottato «sulla base delle proposte della Commissione». In sostanza, per l'esecutivo Ue si trattava di una questione «intraistituzionale» che «non modifica il diritto comunitario».

UNA IMPOSIZIONE ULTRAFORMALISTICA. Secondo questo principio, argomentava la Commissione, «la firma e la conclusione di un accordo internazionale con un determinato soggetto e Il contenuto può essere richiesto da un'iniziativa dei cittadini». Invece le decisioni che autorizzano l'apertura di negoziati internazionali o la loro abrogazione «non rientrano nel campo di applicazione del regolamento» perché non sarebbero un atto giuridico dell'Unione. Un'impostazione ultraformalistica che i giudici di Strasburgo hanno completamente ribaltato, richiamando «il principio di democrazia che è l'obiettivo delle iniziative dei cittadini europei».

AUTONOMIA DELLA COMMISSIONE RICONOSCIUTA. Il tribunale Ue sostiene che proprio il principio di democrazia richiede «un 'interpretazione del concetto di atto legislativo che copra anche le decisioni di avviare negoziati o di ritirare l'autorizzazione per la conclusione di un accordo internazionale». E questa è già di per sé una notizia. Le toghe riconoscono quindi la responsabilità politica dell'esecutivo Ue e anche la possibilità di rivendicare un'autonomia dal Consiglio. Di più, il tribunale scrive che «nulla giustifica l'esclusione dal dibattito democratico». Nemmeno quella che la Commissione aveva definito «un'ingerenza inammissibile nello svolgimento della procedura legislativa in corso».

Per permettere ai cittadini dell’Unione di partecipare maggiormente alla vita democratica dell’Unione, si legge nella sentenza, sarebbe bastato lasciare esporre «in dettaglio alla Commissione le questioni sollevate con l’iniziativa, invitando detta istituzione a sottoporre una proposta di atto giudico dell’Unione dopo aver, se necessario, presentato l’iniziativa in un’audizione pubblica organizzata presso il parlamento, e, pertanto, suscitando un dibattito democratico».

NESSUN OBBLIGO DI LEGIFERARE. Questo però non vuol dire che l'esecutivo Ue avrebbe dovuto poi legiferare di conseguenza: «Una simile possibilità non viola neppure il principio dell’equilibrio istituzionale, poiché spetta alla Commissione decidere se dare o meno seguito ad un’iniziativa dei cittadini europei (...) esponendo le proprie conclusioni giuridiche e politiche sull’iniziativa, l’eventuale azione che intende intraprendere e i suoi motivi per agire o meno in tal senso».

IPOCRISIA NELL'ERA DEI POPULISMI. Insomma, il problema non è cosa la Commissione volesse fare con gli accordi internazionali, ma la negazione ai cittadini della possibilità di esprimersi. Ipocrisia, penserà qualcuno, adatta all'età dei populismi. O forse un simbolo di democrazia di cui l'Ue, proprio di questi tempi, ha molto bisogno.

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