Renzi (2)
MAMBO 10 Maggio Mag 2017 1025 10 maggio 2017

Se Renzi uccide il Pd decreta anche la propria fine

L'ex premier non può reggere sul lungo periodo una solitaria cavalcata. Perché privo di cultura di governo. Per il momento temporeggia, ma la politica va di fretta. E lui ha già sprecato tante carte.

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Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi per Matteo Renzi nel trasformare anche formalmente, con un “predellino” o un cambio di nome, il Partito democratico in una altra cosa, diciamo nuova? La questione ufficialmente non è sul tappeto, ma ci vuol poco a intuire che ronza, scusate la cacofonia, nella testa di Renzi. Facciamo un ragionamento freddo, senza mettere opinioni o opzioni personali. Il Pd è ormai vissuto ed è un partito “vecchio”. Malgrado i millennials, si porta appresso una storia che Renzi non riesce a eliminare con la rottamazione continua, anche perché fino a che non rottama Maria Elena Boschi c’è un vecchio-nuovo che l’appesantisce. Voglio dire che Boschi appartiene a una fase superata, quando Renzi doveva conquistare il potere e cacciare la sinistra dal partito.

UN PARTITO DIFFICILE DA GESTIRE. Il Pd, malgrado sia ampiamente renzizzato, è ancora un partito ingestibile con la disinvoltura che vorrebbe e dovrebbe metterci l'ex premier. Ecco che spunta Dario Franceschini, domani può spuntarne un altro. Dal suo seno, da dentro il Pd, emergeranno sempre leadership potenzialmente alternative, anche se strutturalmente perdenti, che renderanno meno veloce la navigazione di un condottiero che vuole manovrare la sua barca con disinvoltura, volteggi, cambi di rotta improvvisi.

UNA EREDITÀ INGOMBRANTE. Il Pd è ancora un partito di “tradizione” in molte sue parti. È costretto a usare simbologia e parole di sinistra che appesantiscono la lingua di Renzi. Alcune di queste aree del Pd combinano tradizione a strutture personali o feudi elettorali. Michele Emiliano, come si è visto, non uscirà mai dal Pd ma a Renzi romperà le scatole ogni volta che vorrà. Non è ancora sceso in questa contesa Vincenzo De Luca che, quando lo farà e lo farà, sarà sarcastico, violento e cattivo come ci insegna Maurizio Crozza. Il Pd è inoltre una sigla che si porta appresso Romano Prodi e tutta la compagnia di giro. Anche Massimo D’Alema trasformò il Pds in Ds, non perché volle fare la svolta socialista che ovviamente non fece mai, per togliere dall’album di famiglia, come primogenitore, Achille Occhetto.

Romano Prodi.

ANSA

Insomma, Renzi potrebbe, senza il Pd o con un Pd chiamato diversamente ed epurato ancora, presentarsi per quello che vorrebbe far credere di essere, il giovane rivoluzionario che domina la politica per lasciar fare agli spiriti naturali del capitalismo quello che vogliono. Quali sono gli svantaggi nel fare questa operazione di cambiamento radicale del Pd? La prima conseguenza visibile sarebbe quella di liberare forze per un raggruppamento di altro tipo o forse per due raggruppamenti, una piccola Margherita e un piccolo Ds. Una parte di popolo lascerebbe Renzi ma lui potrebbe sperare di attirare mondi lontani, a cominciare dai berlusconiani scontenti.

RENZI È SOLO. Un partito interamente personale, come mostrano tutte le esperienze fin qui viste, è esposto ai venti e ai maldicenti. Può bastare una campagna stampa ben riuscita, una procura della Repubblica meno superficiale, il coagulo degli interessi offesi per concentrare su Renzi un fuoco che potrebbe bruciargli le ali. Renzi, sia nel Pd attuale sia in quella forza che potrebbe fondare, ha come handicap di essere solo. Non vuole accanto a sé altro che yes men e possono andare con lui solo yes men. È in grado di reggere sul lungo periodo una solitaria cavalcata? Penso di no, perché gli manca la cultura di governo, quella che viene dal fatto che sai dove andare. Renzi non lo sa.

LA POLITICA NON ASPETTA. Renzi trascorrerà i prossimi mesi in questo barcamenarsi fra tenersi il vecchio partito o buttarlo nella spazzatura. È un guaio per lui perché la politica è veloce. Certo, dalla sua ha una destra ancora disorganizzata e un Matteo Salvini rintronato dal voto francese, un’area gauchista indecisa fra fare il Psiup o inventare una cosa nuova e un Beppe Grillo imbolsito. Ma il giovane, o ex giovane, di Rignano ha già giocato e sprecato molte carte. Ne ha poche ormai in mano e, come dimostra l’avvento di nuovi leader anche di una certa età, la politica non ti aspetta se ritardi, ma passa ad altro e ad altri.

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