I 400 colpi

Regeni 25 Gennaio
12 Maggio Mag 2017 0932 12 maggio 2017

Dietro lo sdegno per la morte di Regeni, gli affari tra Egitto e Italia prosperano

Da una parte le marce, la querelle sull’ambasciatore, i litigi della politica. Dall'altra il business, che procede come se Giulio non fosse mai esistito.

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È passato un anno dalla orribile uccisione di Giulio Regeni, e la verità sulla vicenda in cui trovò la morte il giovane ricercatore è ancora di là da venire. E se anche non bisogna smettere di sperare, le ragioni al momento largamente prevalenti sono quelle della realpolitik e non dell’ottimismo. Il martirio di Giulio resterà quasi sicuramente un caso insoluto, destinato a ricalcare quello di Ilaria Alpi, la giornalista Rai uccisa in Somalia episodio di cui, a oltre vent’anni di distanza, l’unica cosa certa sono solo gli innumerevoli torbidi tentativi di depistaggio.

LA POLITICA LITIGA ANCHE SU GIULIO. Esattamente come hanno fatto e continuano a fare le autorità egiziane, alla ricerca di una versione di comodo che possa tacitare la richiesta di chi, famiglia Regeni, governo e opinione pubblica italiani, chiedono venga fatta piena luce. Ma si sa che il passare del tempo – il corpo di Giulio fu ritrovato nel febbraio del 2016 lungo un fossato alla periferia del Cairo – favorisce i carnefici e logora le vittime. Gli egiziani hanno resistito a ogni pressione, compresa quella autorevolmente esercitata dal papa nella sua recente visita al Cairo, e la politica di casa nostra ha cominciato a litigare sul da farsi, dividendosi tra chi a un anno di distanza vorrebbe ripristinare le relazioni diplomatiche rimandando l’ambasciatore, e chi invece pensa che così facendo svanirebbero definitivamente le residue speranze di arrivare alla verità.

Una disputa che non è certo alibi di scontro tra opposti schieramenti, visto che a contrapporsi sono anche esponenti dello stesso partito, come testimonia lo scontro di questi giorni in casa Pd tra Nicola Latorre, presidente della commissione difesa del Senato, e il collega Luigi Manconi, a capo di quella per la tutela dei diritti umani. Il primo chiede che Giampaolo Cantini, l’ambasciatore designato e da oltre un anno in attesa di prendere funzione, vada al più presto in Egitto. Cosa che il secondo (d’accordo in questo con i genitori di Giulio) giudica un gravissimo errore, perché la ripresa di normali relazioni diplomatiche suonerebbe come una resa.

IL RISCHIO DELL'IMMOBILITÀ ITALIANA. Premesso che sono entrambe posizioni rispettabili, quella di Manconi corre il rischio di perpetrare quell’immobilismo che tutti a parole vorrebbero evitare. Il mancato ritorno dell’ambasciatore al Cairo finisce così per essere la foglia di fico dietro cui alcuni protagonisti della vicenda si nascondono. In primis il governo di al-Sisi, che può invocare da parte italiana un clima di ostilità preconcetta dietro cui si annidano chissà quali trame destabilizzanti.

IL VOLUME DI AFFARI COL L'EGITTO AUMENTA. Poi il nostro esecutivo, che non riaprendo l’ambasciata si appella a un pilatesco rispetto dei desiderata della famiglia Regeni che lo considera un importante deterrente perché sulla morte di Giulio non scenda l’oblio. Ma la disputa è formale, perché la sostanza sta altrove. Ovvero nel fatto che nel 2016 l’export italiano verso l’Egitto ha registrato i volumi più alti degli ultimi anni. Né risulta che il governo, azionista di maggioranza dell’Eni, abbia impartito ordini alla compagnia petrolifera perché receda dall’investire nel mega giacimento di gas Zohr, il più grande del Mediterraneo. Dietro l’indignazione, i convegni, le marce per non dimenticare e la querelle sull’ambasciatore, gli affari prosperano come se Giulio e il suo ingombrante cadavere non fossero mai esistiti.

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