Renzi
14 Maggio Mag 2017 0900 14 maggio 2017

Renzi e le «mamme»: analisi di un'insidiosa svolta semantica

Il segretario del Pd evoca misure per le madri e dimentica le donne. Facendo rumore a destra. E creando un altro fronte di inimicizia a sinistra. Breve storia del rapporto tra politica e semantica femminile.

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Dammi tre parole: casa, lavoro, mamme. Sì, le mamme. Le ha evocate Matteo Renzi (è stata la sua terza parola-guida) nel discorso da segretario redivivo del Pd. E non è stata scelta a caso. Libero dall’ingombrante eredità ideologica della sinistra che ha preferito fare le valigie, l’ex premier ha premuto l’acceleratore su quella cultura pop che è stato sempre il suo tratto caratteristico nel mescolare simbolico e politico. E le mamme in Italia, si sa, sono oggetto di culto. Un fatto antropologico, più che ideologico. C’entra forse il cattolicesimo? Meno di quanto si pensi. Maria nella teologia cristiana non è infatti solo la Madre ma soprattutto colei attraverso la quale la donna viene riscattata. Maria schiaccia il serpente come Eva non ha saputo fare. E quest’ultima, la prima madre, la madre di tutti gli esseri umani, porta nella sua primigenia maternità il segno di una condanna: partorirai con dolore.

RICADUTE IDEOLOGICHE. Ora, queste preoccupazioni non hanno sicuramente sfiorato Renzi, il quale deve aver pensato agli sconfortanti dati Istat sulla denatalità, al bonus mamme e anche alla loro popolarità certificata dalla musica leggera: da Beniamino Gigli all’aedo delle mamme Giorgio Consolini («Mamme mamme mamme, questo è il dono che Dio vi fa») passando per Edoardo Bennato per arrivare fino a Jovanotti. Una celebrazione canora ininterrotta, dal dopoguerra a oggi. E non dev’essersi curato, Renzi, delle ricadute ideologiche della sua inusuale svolta semantica, in grado di scontentare sia la destra che la sinistra.

Oggi il mammismo dilaga. Nella liquidazione, cui assistiamo, di tutti gli ideali e di tutti gli entusiasmi virili, esso permea di sé la vita sociale del Paese

Giovanni Ansaldo, 1954

La destra preferisce infatti il più sacrale termine “madre” (il filosofo della destra radicale Julius Evola sosteneva non a caso che la donna morta di parto è simile all’eroe che muore combattendo) a quello, più sdolcinato, di “mamma”. E a dimostrazione di tale avversione basta leggere quando scriveva il giornalista Giovanni Ansaldo sul Borghese longanesiano nel 1954 a proposito del “mammismo”: «Madre è parola alta e solenne, non per niente il secondo comandamento suona ‘Onora tuo padre e tua madre’. Oggi il mammismo dilaga. Nella liquidazione, cui assistiamo, di tutti gli ideali e di tutti gli entusiasmi virili, esso permea di sé la vita sociale del Paese. E ciò ha una importanza enorme. Perché il mammismo, come in famiglia porta alla carezza, alla indulgenza, al perdono, così in politica porta alla transazione, al cedimento, al calamento di brache adottati come sistema».

LA TRADIZIONE DEL MAMMISMO. Ansaldo avrebbe insomma commentato il Renzi attuale come perfettamente in linea con la tradizione del mammismo italiano, caratteristico di tutti i ceti, di quello proletario come di quello borghese, che trasforma gli adulti maschi in perenni poppanti. E, fatto curioso, Ansaldo incolpava all’epoca anche il fascismo di avere contribuito al diffondersi di questo malcostume da “mollaccioni”, introducendo una specie di culto della mamma di Benito Mussolini, Rosa Maltoni. Ma torniamo a Renzi.

IL FURORE DI ENGELS. Le femministe sono insorte contro l’uso propagandistico del termine “mamma”, così disinvoltamente esibito dal capo di un partito che dovrebbe essere di sinistra. Una sinistra erede del furore di Engels contro il ruolo domestico della donna. Una sinistra che ha spesso guardato all’emancipazione femminile come via alternativa a quella della maternità, sia pure assunta come libera scelta soggettiva. La maternità non come valore ma come dipendenza, la maternità come sigillo della passività della femmina, materia viva ma inerte che riceve il seme maschile che le conferisce uno scopo, secondo quanto andava raccontando quel misogino di Aristotele. Il dispetto delle femministe è più che comprensibile se andiamo a rileggere uno dei testi sacri del movimento di liberazione delle donne, Il secondo sesso di Simone De Beauvoir.

Simone De Beauvoir.

Qui la filosofa francese si preoccupa di svalutare come meglio può la funzione della donna come madre. Un ruolo che secondo De Beauvoir è stato mitizzato e poetizzato dagli uomini al fine di imprigionare la donna, di inchiodarla alla sua funzione biologica per impedirne l’evoluzione come persona. Per lei «generare, allattare non sono attività, sono funzioni naturali in cui non è impegnato alcun fine esistenziale». Inoltre si preoccupa di sottrarre il momento del parto alla mistica della maternità, guardandola come un bieco impadronirsi della donna da parte della specie, come un elemento che la spinge alla rassegnazione. Non a caso De Beauvoir cita l’esperienza di Isadora Duncan come figura che oppone al parto una resistenza psichica: «Senza requie, senza tregua, senza pietà questo invisibile e crudele genio mi teneva nei suoi artigli, mi straziava le ossa e i nervi». Assecondare la natura, in definitiva, da parte della donna significa rassegnarsi a quella condizione di passività che per secoli ne ha contraddistinto storia e destino.

ALTRO CHE GENITORI 1 E 2. Ebbene Renzi è andato a stuzzicare tutto questo background rivendicativo con la sua evocazione delle mamme. Non ha tenuto conto che, grazie anche alla predicazione femminista, oggi si ritiene che una donna possa realizzarsi pure senza fare figli o forse soprattutto senza "averne tra i piedi". E ciò è stato possibile anche attraverso il linguaggio che aveva fatto ritenere vocaboli come “mamma” o “madre” appartenenti al vetusto e polveroso mondo del patriarcato. Non sarà un discorso di Renzi a rovesciare tutto ciò, ma di certo se ne può sottolineare una certa irriverente sfrontatezza, una giubilante superficialità nel rilanciare la parola “mamma” in epoca in cui va di moda il “genitore 1” accanto a un altrettanto indistinto “genitore 2”.

RENZI INCAUTO O PROVOCATORIO? Sul Fatto la femminista Monica Lanfranco annotava: «La nostra è una cultura nella quale non esiste una parola che indichi la scelta di non riprodursi: l’unico termine per indicare l’assenza di figli e figlie è un vocabolo il cui senso è carico di dolore e assenza, cioè sterile, locuzione che diventa etica quando indica, contrapposta a fecondo, l’assenza di vita, gioia, creatività, ricchezza». Renzi ha voluto relegare a donne di serie B le non-madri. Ecco il succo negativo del suo appello a favore di una politica per le mamme. È stato o involontariamente incauto o volutamente provocatorio. In ogni caso ha creato un altro vasto fronte (soprattutto femminile) di inimicizia a sinistra. Quanto alle mamme italiane, sono abituate a essere trascurate dalla politica e sono troppo affaccendate per accorgersi delle coccole verbali dei politici. È probabile che del discorso di Renzi non se ne siano neanche accorte.

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