Donna Fascismo
14 Maggio Mag 2017 1000 14 maggio 2017

Tuta futurista e tessuti autarchici: la moda femminile nel fascismo

Nuova fibra artificiale ricavata dalla caseina per gli abiti da donna. Zip decorative, pantaloni, formosità. Così Mussolini impose uno stile. Dando slancio al made in Italy. Il racconto nel libro Eleganza fascista.

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Pochi ne sono a conoscenza, ma i pantaloni per le signore in Italia furono il portato della moda comoda successiva alla Grande Guerra quando le donne operaie, impiegate, infermiere, spazzine sentirono la necessità di trasformare il modo di vestire. All’epoca erano i francesi a dettare legge in tema di eleganza, non senza essere contrastati dalla creatività di alcune sarte d’eccezione, come Rosa Genoni, i cui modelli trovarono una testimone entusiasta nella socialista Anna Kuliscioff, compagna di Filippo Turati.

IL VESTITO PIÙ PROLETARIO CHE C'È. A ingaggiare battaglia contro Parigi per una moda italiana e vincente fu anche Lydia De Liguoro, fondatrice della rivista Lidel e accanita antagonista dell’esterofilia delle dame italiane. Fervente nazionalista, protagonista della campagna contro il lusso straniero agli albori degli Anni 20 del Novecento, la De Liguoro finì con l’aderire al fascismo e vi trovò l’ambiente ideale per l’affermazione dell’italianità nel campo dei figurini di moda. Un clima talmente contagioso che a Firenze la contessa Rucellai organizzò un ballo dove era di rigore indossare la tuta disegnata dal futurista Thayaht, “inventore” del capo d’abbigliamento più proletario che ci sia.

BOOM DEL DECANTATO MADE IN ITALY. E parte proprio da queste vicende la storia della moda firmata da Sofia Gnoli, Eleganza fascista (Carocci editore, 210 pagine, 25 euro), un libro ricco di aneddoti e testimonianze nonché di illustrazioni, che è al tempo stesso uno spaccato storico sugli anni del regime e una ricerca sul modo in cui il tanto decantato made in Italy ha potuto emergere e affermarsi.

Il tipo androgino non si confaceva agli ideali di bellezza latina coltivati dal fascismo, più amante del modello “a clessidra”

Un libro che dimostra, tra l’altro, come il mondo della cultura fosse interessatissimo alla creazione delle “vesti belle” e non relegasse affatto quest’attività in una sfera dominata dall’estetica femminile. Altrimenti un D’Annunzio non avrebbe inviato alla sarta Elvira Leonardi Bouyeure in arte Biki (dalla quale tra l’altro inviava le sue amanti per la biancheria intima) un campionario di pietre dure dai bei riflessi perché gli confezionasse camicie degli stessi colori.

APRIRONO I PRIMI GRANDI MAGAZZINI. Gli anni da cui prende le mosse il lavoro di Sofia Gnoli sono anche quelli in cui aprono i primi grandi magazzini – anche se il primo in assoluto il primo fu Aux Villes d’Italie a Milano nel 1865. Centrali di un consumismo non ancora perfezionato, vi si trovava – scrisse Irene Brin – «tutto il necessario per vivere (e anche per morire: i maggiori fornivano bare, corone e ogni altro accessorio funebre) accontentarono il gusto fragoroso, improvvisatore e infantile di una generazione che credeva alle confezioni in serie, alla nevrastenia e al prezzo fisso».

INNOVAZIONI NEI RUGGENTI ANNI 20. Così nel 1928 arrivò la Upim (Unico prezzo italiano Milano) e tre anni dopo i magazzini Standard destinati a mutare il nome in Standa. Innovazioni che si sovrappongono ai “ruggenti Anni 20” e allo stile garçonne promosso da Gabrielle Coco Chanel. Il tipo androgino non si confaceva agli ideali di bellezza latina coltivati dal fascismo, più amante del modello “a clessidra”.

Due modelli di abiti femminili degli Anni 40.

Ma non era solo un fattore estetico a giocare in favore di una massiccia propaganda per una moda autarchica: pesava anche un elemento socio-economico di rilievo, e cioè l’idea che il ciclo produttivo della moda dovesse avvenire interamente su suolo italiano. A questo scopo veniva creato nel 1932 L’Ente autonomo per la mostra permanente nazionale della moda.

DUE MATRIMONI SIMBOLICI E SONTUOSI. Il decennio degli Anni 30 si aprì con due sontuosi matrimoni in cui la sposa vestiva creazioni interamente italiane. Il primo fu quello di Maria José del Belgio, il cui abito venne realizzato da Ventura (su bozzetto del principe Umberto di Savoia) impiegando 600 operaie, che si occuparono anche del corredo nuziale. Il secondo quello di Edda Mussolini – che indossava un abito della sartoria Montorsi - e Galeazzo Ciano.

FORME ESALTATE CONTRO LA MAGREZZA. Le riviste femminili del periodo – oltre alla già citata Lidel, Cordelia, la Donna, Rakam, Lei (poi divenuta Annabella per colpa della campagna per il “voi”), Grazia, Moda, Vita Femminile e Dea (queste ultime più legate all’ideologia fascista) – esaltavano le forme armoniose contro la magrezza della “donna crisi”, condannavano i sogni di eleganza esotica, ma nulla potevano contro i potenti miti del cinema hollywoodiano la cui diffusione non fu contrastata dal regime, vista la profonda ammirazione di Benito Mussolini per il cinematografo che avrebbe portato il 28 aprile del 1937 all’inaugurazione di Cinecittà.

Il filone dei tessuti autarchici fu voluto inseguendo il mito dell’autosufficienza economica: la moda doveva piegarsi alla decisa volontà di bastare a sé stessi

Risultato? Come ironizzava Longanesi, la donna non sa decidersi, non sa se imitare la Dietrich “sfinge floreale” o la Harlow “dattilografa pagana”. Di sicuro tutte, ma proprio tutte, vollero provare l’acconciatura alla paggio lanciata da Greta Garbo e soprattutto desideravano la bocca volitiva di Joan Crawford. «Le impiegate sciamavano dagli uffici, la sera, con la ferma certezza di somigliarle e di meritare come lei una villa con piscina in California», annotava Irene Brin.

ELEGANTE STILE ATLETICO SÌ OPPURE NO? Negli Anni 30 richiamo alla tradizione della “madre e sposa esemplare” e modernizzazione si intrecciano in modo indissolubile anche nella proposta culturale del fascismo alle donne: così mentre La Donna pubblicava a ogni numero lezioni di ginnastica e Gino Boccasile disegnava per la copertina di Grandi Firme una prosperosa signorina in un’elegante divisa da sci a tuonare contro il nuovo stile di vita atletico rimaneva solo la stampa cattolica, con Famiglia cristiana allarmata per la moda che attirava «la donna fuori di casa con gli spassi e lo sport».

LA ZIP COME ELEMENTO DECORATIVO. Il filone dei tessuti autarchici – come il rayon e i suoi derivati, il lanital, la cisalfa, il lastex, la ginestra, il ramì, lo sparto, il gelso, l’orbace – fu voluto e incoraggiato dal fascismo inseguendo il mito dell’autosufficienza economica: la moda doveva piegarsi alla «decisa fascistica volontà di bastare a sé stessi». Alla diffusione di laminati e tessuti riflettenti contribuì non poco Elsa Schiaparelli, che nel 1935 presentò una collezione in cui la zip diveniva elemento decorativo dell’abito da sera e che ebbe uno straordinario successo così come si affermò sul mercato la lana d’angora prodotta dall’imprenditrice umbra Luisa Spagnoli.

L'imposizione da parte del regime di tessuti autarchici per la moda.

Sono gli anni in cui Marinetti redige il Poema del vestito di latte per celebrare il lanital, la nuova fibra artificiale ricavata dalla caseina. Chimica e fisica, tra le fanfare del regime, davano dunque ai tessuti “ricchezze nuove” e mai prima conosciute: così Achille Starace organizzerà a Roma nel 1937 in pompa magna la grandiosa Mostra del tessile nazionale, che sancì il trionfo della Snia Viscosa.

OTTUSO PROVINCIALISMO NEI TERMINI. Se alcune di queste circostanze incoraggiarono la genialità italiana, altre imposizioni, come l’italianizzazione dei vocaboli della moda – il tailleur diventò “completo a giacca” e lo smoking “giacchetta da sera” – si coniugarono invece con un ottuso provincialismo giungendo a delineare il profilo della “donna autarchica” che aveva il dovere di bandire le danze esotiche, le commedie americane e di sostituire il tè “con infusi di deliziose piante aromatiche italiane”.

UNO STILE AFFERMATO NEL MONDO. Resta però, come incancellabile annotazione storica, l’intuizione dell’Ente nazionale della moda che – tra propaganda a volte becera e battaglie culturali per far emergere lo stile italiano – riuscì alla fine a promuovere creatività, competenza, alto artigianato e spirito di iniziativa. Così fu proprio sul finire di una guerra tragica e dolorosa che «gli italiani dopo secoli di sudditanza iniziarono», scrive Sofia Gnoli, «a prendere coscienza del proprio enorme potenziale creativo che preluse all’affermazione del nostro stile nel mondo».

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