I 400 colpi

15 Maggio Mag 2017 0917 15 maggio 2017

Davanti alle banche, la sinistra si muove come l’elefante nel negozio dei cristalli

Dal caso Fassino-Bnl fino a Mps ed Etruria. Storia di un rapporto travagliato che ha generato disastri.

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A dispetto del promettente titolo sulla prima di Repubblica - Banche, parla Ghizzoni -, l’ex ad di Unicredit non parla. Lo farà, dice, solo di fronte alla Commissione di inchiesta sulle banche, ovvero qualcosa che non solo è di là da venire ma che forse non verrà mai poiché nessuna delle forze politiche ha interesse a ravanare su un terreno dove il più pulito ha la rogna. Però l’ennesimo rigurgito del caso Etruria, col Pd che fa muro intorno alla ministra Boschi che con colui che dopo Igor è l’uomo più braccato d’Italia ne avrebbe caldeggiato la soluzione, induce a qualche riflessione sul perché, ogni qualvolta si trova in odore di banca, la sinistra si muova come l’elefante nel negozio dei cristalli.

SINISTRA E BANCHE, UNA STORIA DI DISASTRI. Tre dei casi più recenti ne sono un probante esempio. Si comincia dall’ormai famoso «abbiamo una banca» (gli storici si dividono sull’esistenza o meno di un punto di domanda finale che però è accidente e non sostanza) con cui Piero Fassino, segretario degli allora Ds, salutava al telefono con Gianni Consorte l’opa poi fallita di Unipol sulla Bnl. Si passa per la vicenda Mps, dove Renzi e il suo governo ne hanno fatta una più di Bertoldo per poi, dopo aver evocato l’intervento di blasonate banche d’affari e sultani, scaricare come nulla fosse la patata bollente nelle mani dei contribuenti. Fino ad arrivare a Etruria, la cui esigua taglia è inversamente proporzionale all’ambaradan mediatico che ha provocato.

Se si prende il mondo delle casse di risparmio, il tacito compromesso tra clientelismo e gestione del credito non è mai degenerato ai livelli di oggi

Una volta, quando il credito era di stretta competenza democristiana, queste cose succedevano di meno, forse per la cencelliana minuzia con cui le correnti di partito si spartivano le poltrone. Non che non ci siano stati vistosi incidenti di percorso, come fu per il Banco di Napoli dove, per altro, i soldi del salvataggio pubblico furono restituiti allo Stato. Però, se si prende il rutilante mondo delle casse di risparmio, ovvero quella che fu per decenni la spina dorsale del sistema, il tacito compromesso tra clientelismo e gestione del credito non è mai degenerato ai livelli di oggi. I democristiani, insomma, ci sapevano fare, mentre i banchieri di sinistra, oltre che un ossimoro, erano così pochi che si potevano contare sulle dita di una mano monca. Pochi e tutti socialisti, dal più famoso, l’oggi 92enne Nerio Nesi, a Giampiero Cantoni, che si sono alternati alla guida della Bnl quando l’istituto romano era feudo di stretta spettanza craxiana.

LE RAGIONI DI UN RAPPORTO TRAVAGLIATO. Sul perché la sinistra vada in confusione quando la sua strada incrocia quella del credito ci sono diverse scuole di pensiero. C’è chi parla della persistenza di un substrato culturale antagonista, riassunto nella famosa definizione di Brecht per il quale è più immorale fondare una banca che rapinarla. Chi dell’aver privilegiato storicamente la dimensione politica su quella economica, tanto da rendere per quest’ultima di difficile comprensione regole e meccanismi di funzionamento. Chi, invece, addita come colpevole di ultima istanza la bulimia di potere, specie se a esserne vittima è un neofita che messo di fronte alla possibilità di muovere soldi e poltrone non guarda in faccia niente e nessuno. La scena del nostro tempo è confusa e i fatti si susseguono veloci almeno quanto l’oblio che li fa dimenticare, ma c’è stato un leader di sinistra (almeno lui si definisce così) che ha caldeggiato come il migliore degli investimenti l’acquisto di azioni Montepaschi (e sia lode al silente Ghizzoni che almeno da Etruria si è tenuto alla larga).

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