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Resa dei conti nel Pd

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MAMBO 16 Maggio Mag 2017 1111 16 maggio 2017

Nella crisi socialista le beghe renziane sono irrilevanti

Servono grandi idee, suggestioni potenti, proposte di riorganizzazione sociale. Il sistema è rotto da tempo. E la sinistra non si può occupare soltanto dei cocci.

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Sembra inarrestabile la caduta del socialismo europeo. La vittoria di Angela Merkel nel Nord Reno-Westfalia segnala come anche gli ultimi fortini, peraltro bene amministrati dai socialisti, cedono come se fossero ammalati dentro. In una intervista all’Unità, il professor Gian Enrico Rusconi, fra i maggiori germanisti italiani, sottolinea come questa sconfitta regionale sia il sintomo che persino la solida struttura dell’Spd stia cedendo poco alla volta.

INTELLETTUALI RASSEGNATI. Sul Corriere della Sera Alastair Campbell, storico spin doctor di Tony Blair e uomo di punta del New Labour negli anni delle tre vittorie elettorali, pensa che l’ascesa di Theresa May non trovi argine nel Labour diretto, a suo parere, da un inconsapevole ed estremista Jeremy Corbyn. Ho avuto l’impressione che i due intellettuali, quasi rassegnati dalla fine del socialismo nazionale e da quello europeo, indichino una qualche ricetta “moderata” per salvare il salvabile. Per Campbell tutto ciò è aggravato dalle critiche che fa a Corbyn sulla sua reticenza nel contrapporsi alla Brexit contrariamente alla linea anti-populista ed europeista di Emmanuel Macron in Francia. Nel caso di Rusconi nell’indicare il mancato collegamento delle tematiche dell’accoglienza con quelle della sicurezza.

Sono spiegazioni che ciascuno di noi può prendere o no in considerazione, e sono sicuramente spiegazioni di breve periodo. Ma come entrambi gli eccellenti interlocutori non tacciono, il tema è quello drammatico della morte del socialismo. Gli studiosi e i politici socialisti più avvertiti avevano già segnalato le prime crepe nell’impalcatura socialista europea a mano a mano che la crisi, anche prima del 2008, faceva venir meno il patto socialdemocratico con il capitalismo, cioè quello che potremmo definire il rinnovamento congiunto e parallelo. La socialdemocrazia democratizzava il capitalismo, il capitalismo costringeva la socialdemocrazia a togliersi dalla testa ipotesi palingenetiche. Hic Rhodus, hic salta.

IL PARADOSSO ITALO-FRANCESE. Questa spiegazione vale per i Paesi del Nord, Gran Bretagna compresa. Vale meno per il socialismo mediterraneo che ha attraversato diverse vicende non assimilabili l’una alle altre e tanto meno a quelle del socialismo nord-europeo. In un potpourri di date, ci accorgiamo che François Mitterrand e Bettino Craxi non sono stati la stessa cosa, che dopo Felipe Gonzalez la Spagna ha avuto leader sopravvalutati come José Zapatero, che in Italia chiamarsi socialisti era disonorevole anche per quelli che avevano chiesto a Craxi di intercedere per entrare nel socialismo europeo. Tuttora assistiamo, nel caso italiano, al paradosso che mentre Macron si tiene distante dal socialismo, Matteo Renzi, che assomiglia culturalmente al leader francese, ne fa parte e i suoi critici fuoriusciti da sinistra lamentano l’esserne esclusi ma si guardano bene dal definirsi socialisti.

IL PATTEGGIAMENTO COL CAPITALISMO. Il problema sta, probabilmente, in uno dei fili che bisogna acchiappare per svolgere questa matassa ingarbugliata e un po’ decrepita. Il filo è nella storia del socialismo che sia nella versione riformista sia in quella rivoluzionaria, poi sfociata nel comunismo e di lì nella tragedia dello stalinismo, aveva in testa un mutamento radicale della struttura del potere e dell’assetto sociale. Lasciamo perdere il comunismo, il cui fallimento è definitivo. Occupiamoci del socialismo. Il tema di oggi è che in ogni variante di socialismo è sparito il tema del patteggiamento oneroso con il capitalismo perché, malgrado gli sforzi di tanti intellettuali, i leder socialisti non sanno più in che mondo vivono, non sanno cosa chiedere al capitalismo, non sanno come e dove cambiare. Hanno smesso di riconoscere sia gli amici sia i nemici.

Nel frattempo il cosiddetto popolo si è disperso, vive le paure del suo tempo, convive con i mostri creati dalla destra xenofoba ma ben impiantati nella realtà, ignora quale possa essere la soluzione. E l’unica soluzione rivoluzionaria che viene offerta a questo popolo è l’abbattimento della politica, dei politici, delle istituzioni rappresentativi. Di economia e potere nessuno parla più fuori dal pensiero unico dominante. La crisi del secolo non ha più tre o quattro opzioni: rivoluzione o riforma a sinistra, controrivoluzione o moderatismo a destra, ma ne vede in campo una sola, controrivoluzione a destra.

IL SISTEMA È ROTTO. È per questo che le scissioni, le battaglie fra Renzi e i suoi oppositori, sono tutti dettagli irrilevanti di una quotidianità irrilevante. Se siamo dentro un‘epoca che possiamo definire rivoluzionaria, servono grandi idee, suggestioni potenti, proposte di riorganizzazione sociale, indicare ai ceti più colpiti che c’è una possibilità e spingerli a cercarla anche a costo di rischiare rotture di sistema. Tanto il sistema è rotto, e verrà sempre più rotto da Donald Trump e dai suoi emuli. La sinistra non si può solo occupare dei cocci.

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