I 400 colpi

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16 Maggio Mag 2017 0907 16 maggio 2017

Salvini e la Lega, storia di un leader per caso

La sua ascesa nel partito frutto di un errore di valutazione dei congiurati di Bossi. Doveva essere segretario di transizione, oggi è sempre più saldo al potere.

 

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Uomo solo al comando, dominatore alle primarie e leader incontrastato della Lega, Matteo Salvini è un fenomeno relativamente nuovo della scena politica italiana. Nel 2011 era ancora un militante di seconda fila, buono per pontificare da radio Padania, di cui fu trascurato direttore , ma inviso a Umberto Bossi (diceva di lui: «Porta l’orecchino, frequenta il Leoncavallo e si presenta come comunista padano») che alla prima occasione promosse il figlio Renzo, sì proprio il Trota, come responsabile dei media padani. Nemesi della storia, oggi i due giocano in commedia a parti rovesciate, con il fondatore del Carroccio completamente tagliato fuori dal nuovo corso, e tenuto lì a mo’ di icona impagliata in rappresentanza dello sparuto drappello degli oppositori.

SEGRETARIO PER CASO. Il bello è che Salvini si ritrovò alla guida del partito per caso. O meglio, per un errore di valutazione dei tre notabili che nel 2012 guidarono la congiura contro il Senatur travolto dagli scandali. Il push, che passò alla storia come la notte delle scope, si consumò a Bergamo la notte del 10 aprile 2012. Al grido di «pulizia, pulizia», sinistramente riecheggiato anni dopo dallo slogan «onestà, onestà» dei grillini, i militanti della Lega levarono al cielo una moltitudine di scope chiedendo a Roberto Maroni di assumere lui il comando. Solo che Bobo, con Luca Zaia e Roberto Cota registi del golpe, non aveva nessuna voglia di prendersi l’ingrato compito.

Umberto Bossi e Matteo Salvini.

ANSA

Con la Lega ai minimi storici, preferiva percorrere quella che in termini di consenso era la più remunerativa e quieta via istituzionale (era ministro, e di lì a poco sarebbe diventato presidente della Regione Lombardia), scevro com’era dall’idea di sporcarsi le mani per rimettere insieme i cocci di un partito allo sbando. Fu così che i tre decisero che quel ragazzotto cui non difettava intraprendenza e spirito di militanza, poteva essere la miglior soluzione per cimentarsi nell’impresa. Se andava bene, fatto il lavoro sporco, Salvini se ne sarebbe tornato a insultare i meridionali «colerosi e terremotati» lasciando l’onore della scena ai tre governatori. Insomma, niente più che un incursore destinato a ravvivare gli infiacchiti spiriti del popolo leghista per poi tornare nelle retrovie.

DOVEVA SPARIRE, MA È SALDO AL POTERE. Cinque anni dopo la notte delle scope sappiamo come è andata a finire. Zaia, che si è adeguato al nuovo corso, fa il doge a Venezia. Di Cota, il governatore del Piemonte azzoppato dallo scandalo delle mutande verdi poi rivelatosi mezzo farlocco, si sono perse le tracce. E Maroni? Resiste nel suo fortino del Pirellone ma con Salvini che dopo il trionfo alle primarie gli ha praticamente consegnato l’avviso di sfratto. Il lepenista de noantri, che doveva sparire nel giro di un anno, è più in sella che mai. L’unico a sparire è stato l’orecchino.

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