Siria
DIPLOMATICAMENTE
17 Maggio Mag 2017 1727 17 maggio 2017

Le zone di de-conflittualità, tassello chiave della pace in Siria

Localizzate nelle provincie di Idlib, Homs, Ghouta, di Daraa quattro aree dove sospendere le attività militari tra regime di Damasco e oppositori. Ma pesano ancora le incognite su Trump e il voto in Iran. Il punto.

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Quando il segretario di Stato americano Rex Tillerson si recò a Mosca per incontrare l’omologo Sergej Lavrov e il presidente Vladimir Putin - era il 12 aprile 2017, poco dopo l’attacco americano alla base siriana di Khan Shaykhun - sorprese gran parte degli osservatori per la franchezza di alcune sue dichiarazioni; in particolare per il conclamato «basso livello di fiducia» cui erano scesi i rapporti tra Usa e Russia e per la «inammissibilità di un tale stato di cose tra le due principali potenze nucleari del mondo».

APERTURA TRA USA E RUSSIA. Un giudizio severo corredato da un’implicita aspettativa di miglioramento che Lavrov aveva cercato di stemperare parlando di «distanze non incolmabili». Quando è stata la volta di Lavrov, un mese dopo, di recarsi Washington per una visita speculare a quella fatta dal suo collega americano, il clima è parso marcato dalla mutua apertura a una prospettiva di potenziale convergenza, soprattutto sul tema nevralgico della Siria (al netto dell’accusa spuntata del Washington Post).

BASHAR DA CONTROLLARE. «Un colloquio molto, molto buono». Così Trump ha voluto rappresentare l’incontro con Lavrov nello studio ovale, sorridente accanto al suo ospite Lavrov nelle immagini diffuse da Mosca (non da Washington) che ha lasciato in ombra gli altri due concetti sottolineati pubblicamente dal presidente americano: da un lato, la sollecitazione a tenere sotto controllo il regime di Bashar al Assad e l’Iran, suo alleato-chiave; dall’altro l’impegno-promessa a di fermare quello che ha definito «l’orribile massacro» in corso in quel Paese (ancora non era scoppiato l’agghiacciante scandalo dei forni crematori).

Due raffigurazioni di Donald Trump e Vladimir Putin.

Che cosa è avvenuto nelle settimane che hanno diviso le due visite che ci si aspetta vengano coronate presto dall’incontro diretto Trump-Putin, si dice a luglio in occasione del G20, o prima se le circostanze lo dovessero richiedere? È avvenuto che, ricucito in qualche modo lo strappo causato dall’attacco alla Siria, che al di là del giudizio che se ne voglia dare ha rimesso gli Stati Uniti nell’intera “partita” siriana, politico-diplomatica e militare, dalla quale era stata messa al margine mentre Mosca Teheran e Turchia andavano avanti nell’azione volta a consolidare il loro ruolo di garanti del cessate il fuoco concordato all’inizio dell’anno.

SCHEMA PER IL CESSATE IL FUOCO. Occorre infatti rammentare che proprio pochi giorni prima della visita di Lavrov quei tre Paesi avevano sottoscritto il Memorandum di Astana col quale si abbozzava uno schema di rafforzamento del precitato cessate il fuoco attraverso la realizzazione delle cosiddette “quattro zone di de-conflittualità” localizzate nelle provincie di Idlib, Homs, Ghouta, di Daraa; zone dai confini ancora da precisare nelle quali realizzare la sospensione di qualsivoglia attività militare, terrestre e aerea, tra regime di Damasco e oppositori (escludendo peraltro gli estremisti-terroristi, cioè Isis e al Qaeda), le necessarie attività di carattere umanitario anche al fine di favorire il ritorno dei fuggiaschi, soprattutto nella parte più a ridosso del confine giordano, e, auspicabilmente, l’avvio delle opere di ricostruzione.

PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE. Il non detto era ed è l’evacuazione sostanzialmente forzata degli oppositori “irriducibili” (dirottati su Idlib) oltre all’eliminazione delle sacche dei terroristi ancora presenti per portare avanti quella che con un eufemismo viene chiamata la normalizzazione, cioè il totale controllo da parte del regime di Damasco, della cosiddetta “Siria utile”, quella più industrializzata e fertile del Paese, da me più volte evocata. Le quattro zone rientrano infatti in quel quadrante occidentale nel quale si colloca anche il principale interesse strategico russo e iraniano e, per la zona più a Nord, quello turco.

Il presidente siriano Bashar al Assad.

E gli Usa? Trump ha posto la fine del massacro siriano al vertice delle sue priorità accanto alla guerra contro il terrorismo; vi ha poi aggiunto la dissolvenza di Assad, con l’eccidio da arma chimica del 4 aprile e, immagino ora, col già ricordato scandalo dei forni crematori, ciò di cui la stessa Mosca non potrà non tenere conto, malgrado la sua immediata, sprezzante reazione. Ed è da ritenere che su questo punto, assolutamente nevralgico, Trump vorrà ottenere garanzie al riapertosi tavolo negoziale di Ginevra.

RISERVE AMERICANE SULL'IRAN. Non sorprende quindi che sulle zone di de-conflittualità si sia dichiarato d’accordo anche se con forti riserve sull’accettabilità del ruolo dell’Iran. Del resto risale proprio al presidente americano la proposta di qualche mese addietro delle “no-fly zone” o assimilabili. Di certo è d’accordo sul riservare alla Giordania - che ha buone relazioni sia con Washington che con Mosca - una comune attenzione a favore del suo confine con la Siria e dunque sulla realizzazione di un robusto piano per la sua protezione dall’afflusso di ulteriori ribelli e rifugiati.

L'Isis, come ci mostra Mosul non conquistata dopo otto mesi e un’impressionante scia di vittime, non sta certo attendendo inerte che si chiuda su di sé una morsa a tre punte

Per quanto riguarda la battaglia contro le forze del terrorismo, dell’Isis in particolare, Trump si trova in una posizione di vantaggio rispetto a Mosca perché è già piuttosto avanti rispetto alle forze dell’asse Damasco-russo-libanesi (Hezbollah) nella marcia militare verso il caposaldo di Raqqa con le forze curde e arabe. E se da un lato è ipotizzabile che Trump voglia capitalizzarlo, questo vantaggio, non è affatto detto che alla fine, complice il regime di Damasco voglioso di “liberare” la sua terra, si creino le condizioni perché tra le due potenze si arrivi a una condivisione/collaborazione anti-terrorismo e non si scateni invece una competizione dagli esiti imprevedibili.

INUTILE VISITA DI ERDOGAN. Tanto più che essa sarebbe destinata a incrociarsi con una Turchia che pure punta a Raqqa con forze dell’opposizione siriana ed è decisamente impegnata contro i curdi (Ypg) in tutta la fascia Nord del Paese che invece sono per Washington un irrinunciabile alleato proprio contro il terrorismo. E tali restano anche dopo la poco fruttuosa visita a Washington del funambolico Erdogan.

PERCORSO ANCORA LUNGO. Tutto ciò senza considerare la capacità di resistenza-reazione dell’Isis che, come ci mostra Mosul - non conquistata dopo otto mesi e un’impressionante scia di vittime - non sta certo attendendo inerte che si chiuda su di sé questa morsa a tre punte. Insomma, le zone di de-conflittualità possono costituire un pezzo del percorso verso la pacificazione della Siria; un pezzo importante, certo, ma tutt’altro che decisivo anche perché in quel percorso entrano pesantemente in gioco, nell’immediato, le elezioni presidenziali in Iran mentre Trump atterra in Arabia saudita per poi recarsi in Israele.

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