I 400 colpi

Macron 4
18 Maggio Mag 2017 0934 18 maggio 2017

Perché da noi non ci potrà mai essere un Macron

Mentre in Francia la legge elettorale permette la governabilità, in Italia si è alla ricerca di un norma che garantisca a boschi e cespugli il diritto di rappresentanza.

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Però, che spregiudicatezza, che sontuosa prova di cinismo politico. Già avevamo capito che la novecentesca tradizione dei partiti Emmanuel Macron se l’era incartata da un pezzo, ma se si cercava una definitiva conferma ora basta guardare alla arlecchinesca composizione del suo esecutivo.

GOVERNO CHE RAPPRESNETA LA FRANTUMAZIONE POLITICA. D’accordo, il presidente francese è atteso tra poco meno di un mese al varco di elezioni dove, onde evitare il rischio coabitazione, deve trovarsi una possibilmente solida maggioranza. Ma in quell’ accrocchio di figure che rappresentano la frantumazione della scena politica c’è veramente di tutto: amici, nemici, simpatizzanti, repubblicani e socialisti, cani sciolti ed ecologisti, sportivi e manager. Un mischione messo assieme rispettando il minuzioso equilibrio della parità di genere e di status: metà uomini e metà donne, metà politici di professione, il resto membri della società civile, concetto oltralpe in auge tanto quanto qui da noi (soprattutto dopo il governo Monti) è passato di moda.

IN ITALIA INTANTO SI TORNA INDIETRO. Il paragone con la situazione italiana è istruttivo. Mentre in Francia una comprovata legge elettorale unitamente alla determinazione del nuovo inquilino dell’Eliseo hanno fatto strame di un sistema politico improntato all’alternanza tra destra e sinistra, da noi si è desolatamente alla ricerca di un impianto che garantisca a boschi (con la minuscola) e cespugli il diritto di rappresentanza. Il paradosso del ritorno al proporzionale, sistema che si credeva definitivamente archiviato a favore del maggioritario, ne è la prova più eloquente.

Ognuno tenta di ritagliarsi una riforma a sua immagine e somiglianza, il dibattito è affollato da una pletora di improbabili soluzioni cui basta menzionare i nomi per capirne l’ampio tasso di improbabilità

Il risultato porta a un effetto grottesco. Perché da un lato tutti, da Renzi a Berlusconi, si sentono dei potenziali Macron e vorrebbero avere le sue mani libere nel ridisegnare schieramenti e istituzioni. Dall’altro, faticano oltremodo a trovare una quadra che garantisca a tutti la sopravvivenza politica, per cui da mesi è tutto un fare e disfare con conseguenze in taluni casi surreali, come è successo l’altro ieri quando il Pd senza colpo ferire ha smentito se stesso sostituendo con uno nuovo il suo vecchio relatore sulla legge elettorale. Cosa che, spiegano gli esegeti della materia, sancisce la conversione dei renziani dal Mattarellum al Rosatellum, mica noccioline.

OGNUNO VUOLE LA SUA LEGGE ELETTORALE. Ma siccome ognuno tenta di ritagliarsi una riforma a sua immagine e somiglianza, il dibattito è affollato da una pletora di improbabili soluzioni cui basta menzionare i nomi (dal Verdinellum passando per il Consultellum, dall’ audace Provincellum al pentastellato Legalicum) per capirne l’ampio tasso di improbabilità. Così ai Macron de noantri non resta che rosicare sognando l’avvento di un sistema come quello che ha consentito al leader di En Marche! di fare e disfare come più gli è piaciuto, arrivando persino a scegliere un ministro dell’Economia che durante la campagna elettorale gli aveva dato apertamente contro.

DAL CAV A RENZI, TUTTI HANNO FALLITO LA RIFORMA. In questo senso il premio di lista contenuto nell’Italicum era l’unica via per imitarlo, neutralizzando la frammentazione dei piccoli. Nel 1994, come Macron, il Cavaliere si inventò dall’oggi al domani un partito e vinse le elezioni. Ma non con una legge che lo liberasse dal potere di interdizione dei suoi alleati. Renzi poteva provarci all’ indomani delle Europee, forte di quel 41% risultato di un quasi plebiscitario consenso. Invece si è impantanato pure lui, preferendo alla conquista del Paese spendersi improvvidamente per quella del partito. Si dirà che ci aveva provato col Referendum, e ha perso. Ma chi ha perso, pur con tutti gli alibi del caso, in politica ha sempre torto.

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