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L'America di Trump

Trump Staff Studio Ovale
18 Maggio Mag 2017 1043 18 maggio 2017

Russiagate, tutti gli uomini inguaiati del presidente Trump

Flynn, Manafort, Sessions, Page, Stone, Kushner, Prince, Pence, McGahn e McMaster: guida alle 10 figure chiave legate a Mosca e coinvolte nello scandalo che può costare l’impeachment a The Donald.

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Il termine “gate” è ormai il suffisso con cui vengono tradizionalmente etichettati tutti gli scandali americani che hanno come scenario la Casa Bianca. È un retaggio del famigerato Watergate che nel 1974 costrinse il presidente Richard Nixon alle dimissioni. Il Russiagate, giorno dopo giorno, si sta dipanando come un intrigo internazionale che coinvolge sempre di più Donald Trump e sta assumendo profili di illegalità nella sostanza e nelle azioni che il presidente avrebbe intrapreso per nascondere lo scandalo.

NOMINATO UN PROCURATORE SPECIALE. La via verso l’impeachment potrebbe essere iniziata il 17 maggio 2017 con la nomina da parte del Department of Justice (il ministero della Giustizia) di un procuratore speciale, l’ex- capo dell’Fbi Robert Mueller. Le domande che stanno alla base dell’intera vicenda sono queste:

  1. L’elezione di Trump è stata appoggiata dalla Russia con azioni di sabotaggio informatico di cui erano al corrente uno o più esponenti della campagna elettorale del candidato repubblicano?
  2. Da parte di esponenti della campagna ci fu una richiesta di aiuto per vincere le elezioni?
  3. Da presidente, Donald Trump ha cercato di intralciare le indagini?

QUANTI LEGAMI TRA PUTIN E TRUMP. Questo nodo principale non è stato ancora risolto, ma intanto sono emersi importanti legami tra gli uomini di Trump e quelli di Putin. E il leader della maggioranza repubblicana alla Camera, Kevin McCarthy, in una registrazione di giugno 2016 ascoltata e verificata dal Washington Post avrebbe detto: «Credo che Trump sia pagato da Putin». È il momento di fare il punto della situazione. Quali sono le figure chiave di questa vicenda? Qual era e qual è il loro ruolo? Ecco una guida, in ordine di importanza, di tutti gli uomini (inguaiati) del presidente.

1. Michael Flynn: l'uomo al centro dello scandalo

Michael Flynn.

L’ex generale ed ex Consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump è al centro dello scandalo. Dal 2012 al 2014 è stato il direttore della Defense Intelligence Agency, l’agenzia che si occupa di intelligence militare. Venne cacciato a quanto pare per questioni comportamentali. Lasciata la divisa, ha fondato con il figlio una società di consulenza privata chiamata Flynn Intel Group.

PAGATO DA ERDOGAN E RUSSIA TODAY. Sostiene in alcuni interventi pubblici (a pagamento) il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e collabora (sempre lautamente retribuito) con il canale televisivo russo pro-Putin Russia Today. È diventato nel frattempo consulente in materia di difesa di diversi candidati alla presidenza repubblicani durante la Primarie, fino ad approdare nel febbraio 2016 nello staff di Trump come consigliere.

UN LOBBISTA DA 530 MILA DOLLARI. È stato preso in considerazione per il ticket presidenziale e appena prima delle elezioni ha registrato, come prevede la legge americana, la sua trascorsa attività di lobbista per organizzazioni non americane riferendo compensi per 530 mila dollari. Dopo il voto di novembre, in predicato di diventare National Security Advisor, ha incontrato Heinz-Christian Strache, leader del partito austriaco di estrema destra Fpö, con noti legami con il partito Russia Unita di Vladimir Putin.

INDAGATO PER I LEGAMI CON ANKARA. Il 29 dicembre 2016, il giorno in cui l’amministrazione uscente annunciava ritorsioni contro la Russia per le sue interferenze nella campagna elettorale, ha avuto un incontro con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak. Il 4 gennaio 2017 (secondo uno scoop del New York Times) avrebbe avvertito la nuova amministrazione di essere sotto indagine per il suo ruolo di lobbista a favore della Turchia.

CONSIGLIERE PER MENO DI UN MESE. È stato comunque nominato consigliere per la Sicurezza nazionale, ma il suo incarico è durato meno di un mese. Si è dimesso il 22 febbraio dopo che è stata resa nota l’indagine Fbi sulle sue relazioni internazionali. In quegli stessi giorni Trump avrebbe chiesto al direttore del Bureau di soprassedere sull’indagine. «Spero che tu lasci andare», avrebbe testualmente detto il presidente, macchiandosi potenzialmente del reato di “Obstruction of justice”, il reato di intralcio alle indagini. Lo stesso che costrinse Nixon alle dimissioni.

2. Paul Manafort: consulente per il governo ucraino filo-russo di Yanukovych

Paul Manafort.

È un altro anello della catena che lega direttamente la campagna di Donald Trump alla Russia. Consulente politico e lobbista dalla lunga carriera nell’alveo repubblicano, è diventato capo della campagna elettorale di Trump e poi rimosso dall’incarico nell’agosto del 2016, dopo che sono emersi i particolari di una sua attività di consulenza per il governo ucraino filo-russo di Viktor Yanukovych.

PARCELLA PARZIALE DA 2,2 MILIONI. Il suo lavoro sarebbe stato retribuito con 2,2 milioni di dollari versati a due società di Washington. Secondo alcune fonti questa sarebbe stata solo una tranche di una parcella più ingente, con pagamenti finiti (a quanto ha riferito il Washington Post) in conti offshore in Belize e Kyrgyzstan. È stato anche legato con l’oligarca Oleg Deripaska, vicino a Putin e proprietario di uno dei maggiori gruppi industriali russi, e per cui ha svolto attività di lobby e di accreditamento sui mercati internazionali.

3. Jeff Sessions: accusato di aver mentito sotto giuramento

Jeff Sessions.

Ex senatore repubblicano dell’Alabama e ministro della Giustizia (Attorney general), è stato uno dei più stretti alleati politici di Trump nel corso della campagna elettorale. Ha mentito alla commissione senatoriale che doveva ratificare la sua nomina nel gabinetto di Trump dicendo di non aver avuto «alcuna comunicazione con i russi». È poi emerso che aveva incontrato l’ambasciatore Kislyak in due occasioni: privatamente nel settembre 2016 e con altri ambasciatori nel luglio 2016.

I DEMOCRATICI CHIEDONO LA SUA TESTA. Il ministro ha negato successivamente che si sia mai discusso di elezioni. Per i parlamentari democratici ha mentito sotto giuramento e dovrebbe dimettersi. Sessions si è ricusato dall’inchiesta Fbi sulle interferenze russe nella campagna, indagine che in qualità di Attorney general aveva facoltà di sovrintendere.

4. Carter Page: ex banchiere Merrill Lynch al soldo di Mosca

Carter Page.

Ex banchiere della Merrill Lynch, ha lavorato per tre anni a Mosca tra il 2000 e il 2010. Nel 2016 Trump lo ha citato in un’intervista come suo consulente per la politica estera, ma poi è tornato velocemente nell’ombra. Noto per le sue posizioni filo-russe, ha incontrato durante la convention repubblicana nell’agosto 2016 l’ambasciatore russo Kislyak.

UNO DEI TRAMITI DIRETTI CON PUTIN? Il suo ruolo per la campagna elettorale repubblicana è stato minimizzato. Tuttavia, secondo alcune fonti giornalistiche, Page sarebbe sotto indagine dell’Fbi poiché sarebbe stato uno dei tramiti diretti tra gli uomini della campagna elettorale e il governo russo.

5. Roger Stone: tassello in contatto con gli hacker e con Assange

Roger Stone.

Potrebbe essere lui l’uomo del “lavoro sporco”. Appariscente ed egocentrico consulente conservatore, è un noto polemista e un assiduo frequentatore di salotti e dibattiti televisivi. È stato anche socio di Paul Manafort in una società di lobbing e consulenza politica. Ammiratore sperticato di Nixon (di cui si è fatto tatuare la faccia sulla schiena) è un amico intimo di Donald Trump e lo appoggia sin dalla prima ora nella sua avventura politica.

PREANNUNCIÒ I LEAKS SU HILLARY. Nell’agosto del 2016 ha affermato pubblicamente di essere in contatto con il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, preannunciando i leaks delle mail sottratte allo staff di Hillary Clinton. Ha ammesso di essere stato in contatto via Twitter con uno degli hacker responsabili delle operazioni di sabotaggio. «Quello che per alcuni è gioco sporco per altri è partecipazione politica», ha detto in un’intervista.

6. Jared Kushner: genero imprenditore in affari coi miliardari russi

Jared Kushner con la moglie Ivanka, figlia di Trump.

Marito della figlia di Donald Trump, Ivanka, è diventato uno dei principali consulenti del suocero durante la campagna e, dopo l’insediamento, una delle figure cardine nello staff dei consiglieri della Casa Bianca.

INVITO ALLA MOGLIE DI ABRAMOVICH. I suoi legami con la Russia derivano dalla sua carriera imprenditoriale. Una sua società immobiliare, la Cadre, ha ricevuto i finanziamenti del miliardario russo Yuri Milner. Nel dicembre 2016 è stato presente all’incontro tra Michael Flynn e l’ambasciatore russo. Il 20 gennaio 2017 lui e Ivanka hanno invitato all’inaugurazione presidenziale Dasha Zhukova, moglie del miliardario russo Roman Abramovich.

7. Erik Prince: faccendiere nell'ombra con agganci internazionali

Erik Prince.

Un altro uomo nell’ombra di questa vicenda il cui ruolo potrebbe essere più rilevante di quanto appare. È il fondatore della famigerata Blackwater, agenzia militare privata che in Iraq ottenne contratti milionari dall’amministrazione Bush e si macchiò di omicidi e torture. Dopo una serie di inchieste internazionali e denunce, l’agenzia di mercenari ha cambiato nome e assetto societario.

INVIATO INFORMALE DEL PRESIDENTE. Prince è diventato un faccendiere con legami internazionali e diversi interessi negli Emirati arabi. La sorella, Betsy Devos, è stata nominata ministro dell’Istruzione nel gabinetto Trump. Prince si è accreditato (a quanto ha riferito il Washington Post) come inviato informale di Trump in un incontro tenutosi a gennaio 2017 alle Seychelles con rappresentanti di Putin, per discutere sui rapporti Usa-Russia e sulla politica mediorientale russa.

8. Mike Pence: se Trump cade per l'impeachment, tocca a lui

Mike Pence.

Il vice presidente ha più volte affermato di essere estraneo alla vicenda. Ma la sua versione non regge. È stato infatti a capo del cosiddetto “transition team”, lo staff che ha curato il passaggio di potere da Obama a Trump.

È STATO INFORMATO DELL'INCHIESTA. A gennaio 2017 il team è stato informato dall’allora vice ministro della giustizia Sally Yates dei contatti di Flynn con i russi e, a quanto ha rivelato il New York Times, da Flynn stesso dell’indagine ei suoi confronti per i rapporti con la Turchia. Se l’impeachment dovesse travolgere Trump, l’ex governatore dell’Indiana potrebbe diventare il nuovo presidente.

9. Donald McGahn: ha dato il via libera legale per la cacciata del n.1 Fbi

Donald McGahn.

Un altro pezzo dell’ingranaggio di questa complessa vicenda. In passato è stato l’avvocato di diversi politici repubblicani coinvolti in scandali. È stato l’avvocato e il consulente legale della campagna presidenziale e del “transition team”. Oggi è il “White House Counsel”, consulente legale del presidente.

LA PERSONA CHE SA CHI SA COSA. È stato lui a ricevere le informative del ministero della Giustizia sull’attività di Flynn e ha avuto anche il compito di vagliare la candidatura dell’ex generale. Ha offerto il via libera legale a Trump per la rimozione del capo dell’Fbi James Comey. Non ha compiti decisionali, ma di consulenza, ed è la persona che può sapere chi sa cosa all’interno della Casa Bianca.

10. H.R. McMaster: militare in servizio sbugiardato da The Donald

H.R. McMaster

Il sostituto di Flynn nel ruolo di consigliere per la Sicurezza nazionale è un elemento estraneo nell’attuale assetto della Casa Bianca. È un generale dal curriculum impeccabile e noto per le sue posizioni critiche nei confronti della condotta della guerra in Iraq, occupa la poltrona lasciata da Flynn, rimanendo in “active duty” cioè da militare in servizio (pertanto è soggetto agli ordini del “Commander in Chief”).

PRESENTE ALL'INCONTRO CON LAVROV. Appena insediato ha preteso che il discusso consulente di Trump, Steve Bannon, lasciasse il Consiglio per la Sicurezza nazionale. Ha partecipato il 10 maggio 2017 all’incontro nello Studio ovale tra il presidente, il ministro russo Sergey Lavrov e l’ambasciatore Sergey Kislyak. Nel corso del vertice Trump ha rivelato alcune notizie di intelligence, in teoria top secret, provenienti a quanto pare dal governo israeliano, riguardanti alcune strategie terroristiche dell’Isis. I contenuti del colloquio sono stati riferiti dal Washington Post.

DEFINITO ORMAI «UNA SPINA NEL FIANCO». McMaster è stato mandato davanti ai giornalisti a offrire una versione ufficiale: «Non sono mai stati discussi metodi o fonti di intelligence. Il presidente non ha svelato operazioni militari». Il giorno dopo Trump in un tweet lo ha smentito ammettendo invece il contenuto della conversazione. «Il presidente lo ha gettato sotto il treno», ha sentenziato la stampa americana. Pare che tra lui e il suo Commander in Chief non sia mai corso buon sangue e la situazione stia peggiorando. Trump lo avrebbe definito «una spina nel fianco».

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