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Crisi delle banche

Padoan Renzi
VISTI DA VICINISSIMO 5 Giugno Giu 2017 1030 05 giugno 2017

Dietro le banche venete la grande guerra tra Renzi e Padoan

L'ex premier e il ministro ai ferri corti. La partita per il dopo Visco. Le assurde posizioni dei super banchieri sul fondo Atlante. Passera e il partito del «meglio che falliscano». Il futuro di Bper. Tutti i retroscena.

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Le elezioni anticipate, la manovra di bilancio d’autunno, il triangolo Gentiloni-Padoan-Renzi con Mattarella quarto incomodo, la scelta del governatore della Banca d’Italia, banchieri da nominare e che si vorrebbe cambiare: mai come adesso politica e banche incrociano le loro strade. Tutto parte dalla guerra - sì, la parola è forte cari e affezionati miei lettori, ma l’ho soppesata, credetemi - tra Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, con Paolo Gentiloni in mezzo che un po’ cerca di fare da paciere (inutilmente) e un po’ si becca gli strali di entrambi i contendenti, che a turno lo ritengono troppo vicino all’avversario.

PIER CARLO PUNTA ALL'OCSE. I due non si sono mai potuti sopportare: Renzi considera il ministro dell’Economia un “senza palle”, piegato a tappetino al cospetto dei poteri forti europei (Bruxelles, Berlino, Francoforte) e oggi nemico delle elezioni anticipate e fautore della permanenza di Gentiloni alla guida del governo; viceversa, Padoan ha sempre pensato tutto il male possibile di Matteino - ignorante, presuntuoso, spregiudicato - salvo che quando era primo ministro celava i suoi sentimenti, mentre dal 5 dicembre 2016 (il giorno dopo il referendum), e crescentemente negli ultimi tempi, gli capita di non contenersi più. Tanto che ha già fatto sapere che se il leader del Partito democratico dovesse tornare a Palazzo Chigi, lui il ministro non lo farà. Anche perché, detto tra noi, punta o a sostituire il messicano José Ángel Gurría Treviño, che da 11 anni è segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), o a fare il commissario dell'Unione europea.

Veneto banca e BpVi sono i due istituti di credito a rischio fallimento.

Ma proprio in queste sue ambizioni internazionali si nasconde l’arma con cui Renzi intende pugnalarlo politicamente: per conquistare quelle poltrone ci vuole il consenso e la benevolenza dei potenti europei, ed è di acquiescenza verso di loro nella gestione della crisi delle banche venete che Renzi lo accusa, seppure indirettamente. «Se accettiamo i metodi con cui l’Ue sta rivolgendosi alle banche venete, dovremo chiedere che la Direzione generale competente usi lo stesso identico metodo per le banche tedesche. E a quel punto voglio vedere che cosa salta fuori», dice Renzi a Il Sole 24 Ore.

MATTEO IL PALADINO DELLE VENETE. Apparentemente si rivolge alla Merkel, in sostanza a Padoan. A cui ha dato del mollaccione, per non dire peggio, nelle sue chiacchiere nei giardini del Quirinale al ricevimento per il 2 giugno, quando sembrava il padrone di casa (ma perché qualche volta non prende esempio dalla sobrietà di Mattarella, dico io). Il suo gioco è chiaro: ergersi a paladino di Popolare Vicenza e Veneto Banca contro il “partito del bail-in” europeo. Con due obiettivi: il primo è evitare che il loro fallimento si scarichi come una bomba in Veneto (e non solo) nel corso della campagna elettorale che Renzi vuole più prossima possibile; il secondo è infilarsi nella partita per il dopo Visco, che scade a ottobre 2017, ma di cui si parla già ora. Renzi aveva in testa un candidato bislacco, l’economista a lui vicino Marco Fortis, manovra che modestamente il vostro Occhio di Lince ha denunciato e, a quanto pare, sventato.

Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan.

Ma applicando il principio che a Palazzo Koch ci può andare anche babbo Tiziano, Renzi un altro nome bislacco lo trova. Peccato, però, che l’inusuale ma non casuale presenza di Mario Draghi alla “messa cantata” di Bankitalia del 31 maggio, e la forte irritazione di Mattarella per le parole usate dallo stesso Renzi (sempre nell’intervista al Sole) che ha ricordato che la scelta del governatore spetta al governo, dimenticandosi del ruolo preminente della presidenza della Repubblica, sono tutte cose che fanno credere che Ignazio Visco succederà a se stesso, e magari con una subitanea nomina “ora per allora” (come ha suggerito quella vecchia volpe di Angelo De Mattia su Milano Finanza).

QUEI GIOCHETTI DELLA CLASSE DIRIGENTE. Ma se su questo obiettivo Renzi ha le polveri bagnate, riuscirà invece a evitare il bail-in alle banche venete? Per carità, nobile intento, ma che arriva fuori tempo massimo: a sentire quella lingua biforcuta di Gianni Mion (intervista ai giornali veneti di Finegil), rischia di fare più danno che vantaggio. Il presidente della banca vicentina è incazzato come un bufalo e non manca di dirlo in giro: l’ex uomo dei Benetton ce l’ha con l’intera classe dirigente, quella che fa i propri giochetti sulla pelle delle due banche da salvare, con tutto quello che significa in termini di valore per il Nord-Est e per l’intero sistema bancario.

Fabrizio Viola.

A proposito del quale va rimarcata l’assurdità delle posizioni assunte dai cosidetti “grandi banchieri”, Carletto Messina in testa: hanno dato ad Atlante 3,5 miliardi da buttare nel calderone brucia risorse delle due banche gestite da Fabrizio Viola, e ora che con un ulteriore miliardo potrebbero non solo salvarle ma anche e soprattutto evitare di tirare una riga su quei 3,5 miliardi già spesi, eccoli fare gli schizzinosi.

QUANTE FREGNACCE DA PENATI. Certo, non hanno torto ad avercela con quel professorino di Alessandro Penati, che ora non è più difeso nemmeno dal suo dante causa Giuseppe Guzzetti, pentitissimo della scelta fatta a suo tempo. Penati aveva raccontato un sacco di fregnacce (per curiosità, con questo link andatevi a rivedere cosa diceva nel 2016 dell’investimento di Atlante) a tutti. Persino a Viola, se capisco il senso della sua dichiarazione al Corriere della sera di qualche giorno fa: «Mi dispiace molto che Atlante finisca qui la sua avventura come azionista delle due banche, considerando che se sono qui è perché ho ritenuto accogliere la sua chiamata, purtroppo sulla base di presupposti che si sono rivelati non realistici». Capito? Non realistici. Che poi fossero balle raccontate consapevolmente o, più probabilmente, incapacità di leggere correttamente i numeri, poco importa.

Corrado Passera.

A proposito di Penati, non vi sfugga la sua amicizia da “culo e camicia” con Corradino Passera. E non vi sfugga che l’ex banchiere ed ex politico - ma che fa tutto il giorno, l’ex? - dopo aver fatto inutilmente il grillo parlante nella vicenda Montepaschi, è tornato a vestire i passi del saccente con un’intervista ai giornali veneti di De Benedetti (ragazzi, ma non lo sapete che il marito di Giovanna Salza sta sulle pelotas al vostro editore?) nella quale dice che le due banche venete «è meglio che falliscano».

CORRADINO SI PRENDE DEL "BOIA". Perché poi qualche fondo passi a prendersele a 1 euro come Ubi con tre delle quattro banchette già fallite? Beh, non è un caso che sempre Viola - dimostra di avere palle, il barbuto banchiere epurato da Siena da Renzi per il tramite di una telefonata di Padoan su ordine di Jp Morgan! - nella medesima intervista al Corsera dice che «chi predica il verbo “meglio che falliscano” veste i panni del boia». Che dite, gli saranno fischiate le orecchie a Corradino?

Roberto Nicastro.

A chi invece non sono fischiate, mentre dovrebbero, è a quel bamboccione di Alessandro Vandelli, che non ha ancora capito che il nuovo azionista di riferimento di Bper, cioè Unipol, ha intenzione di far suonare un’altra musica in quel di Modena, altro che quella del maestro Baharami ingaggiato per festeggiare i 150 anni della banca. Carletto Cimbri vuole andare oltre la quota raggiunta (poco meno del 10%) e nel suo orizzonte non ci sono né l’attuale presidente Luigi Odorici né l’amministratore delegato Vandelli. E che la cosa sia risaputa lo dimostra il fatto che qualcuno si sta già muovendo. Scommetto che volete sapere chi. Vabbè, ve lo dico: Francesco Iorio. Sì, proprio l’ex amministratore delegato della Vicenza, che rimasto disoccupato dopo la non esaltante esperienza vicentina si è rivolto a un vecchio arnese democristiano come Franco Bonferroni per trovarsi un posto.

AVANZA IL NOME DI NICASTRO. Peccato che l’ormai ottantenne “Bonfo” non se lo fili più nessuno, tantomeno Cimbri, e che a Iorio la strada per Modena sia preclusa. Come pure quella per Genova, cui pure ha fatto sapere in giro di poter andare ora che Vittorio Malacalza ha deciso di disfarsi, dopo solo 14 mesi dall’averlo ingaggiato, di Guido Bastianini. Pare infatti che l’incazzatissimo Malacalza non abbia in testa né Iorio né il pluri segnalato dai giornali Federico Ghizzoni, quanto piuttosto Roberto Nicastro, che ha ormai finito di occuparsi delle quattro banche sfigate.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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