Mazzarra
6 Giugno Giu 2017 1500 06 giugno 2017

Messina, quella discarica illegale autorizzata dallo Stato

Il sindaco di Furnari riaccende i riflettori sul caso della discarica di Mazzarrà Sant'Andrea. Depositando la relazione del Noe. Che parla di dirigenti di Tirrenoambiente e funzionari pubblici parte di un «articolato progetto criminale».

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Una delle più grandi discariche di rifiuti in Sicilia nata e cresciuta nella totale mancanza di rispetto delle regole, con la complicità delle istituzioni a cominciare dalla prefettura di Messina, allora guidata da Stefano Scammacca. L'informativa dei carabinieri del Noe datata 30 settembre 2016 aggiunge nuovi inquietanti dettagli alla storia di Tirrenoambiente, la società pubblico-privata gestita tra gli altri da A2a, e della discarica di Mazzarrà Sant'Andrea. La vicenda dura ormai da anni ma nel settembre del 2015 una serie di arresti nell'operazione Riciclo della procura di Barcellona Pozzo di Gotto aveva aperto uno squarcio sulla cattiva gestione della zona nel Messinese, con indagati eccellenti, tra cui l'ex senatore di Forza Italia Lorenzo Piccioni (poi prosciolto) e persino il parroco locale, Don Andrea Catalano.

LA BATTAGLIA DEL SINDACO DI FURNARI. Nella vicenda fu coinvolto pure l'arcivescovo Calogero La Piana, che si dimise dalla diocesi travolto dalle inchieste. Oggi a giudizio, dopo l'udienza preliminare di marzo, si ritrovano tre ex amministratori di Tirrenoambiente: Giuseppino Innocenti, Giuseppe Antonioli e Antonio Crisafulli. Le contestazioni sono di abuso d'ufficio e smaltimento dei liquami di percolato prodotti dalla putrefazione dei rifiuti accatastati nella discarica. L'abuso d'ufficio riguardava invece l'affidamento senza bando alla ditta Osmon Spa di Borgo Vercelli in cui Antonioli e Innocenti erano di nuovo soci. Ora a riportare a galla la storia è Mario Foti, il sindaco di Furnari che da più di 10 anni si batte contro quella che definisce una bomba ecologica che mette a rischio la salute dei cittadini. Del resto, la storia della discarica ha rilievi inquietanti, con il sospetto che anche la mafia abbia riciclato rifiuti nella zona.

SILENZI ASSORDANTI NELLE ISTITUZIONI. Foti ha parlato la scorsa settimana in commissione regionale e ha depositato la relazione del Noe dove si legge nero su bianco che «Tirrenoambiente, attraverso gli amministratori e i legali rappresentanti pro tempore, si è avvalsa di una fitta rete di compiacenze di soggetti appartenenti ad organi statali, regionali e provinciali, gestendo enormi quantità di rifiuti in totale difformità agli atti autorizzatori posseduti o addirittura in assenza di essi ottenendo in tal maniera cospicui illeciti profitti». Tacevano, secondo il Noe, la prefettura, ma anche la politica, i sindaci, la regione Sicilia. Non solo. La vicenda getta un'ombra sulla procura di Messina che in questi anni è stata guidata anche da Guido Lo Forte, tra i più importanti magistrati antimafia.

Atti e documenti confermano la generalizzata indifferenza al rispetto delle norme vigenti e il ricorso a meccanismi torbidi e poco trasparenti

Investigatori del Noe

Davvero nessuno si è accorto di nulla? Il Noe scrive «che tutto quanto fatto sino a quel momento dal comune di Mazzarrà Sant’Andrea, di fatto, aveva nel prefetto di Messina Stefano Scammacca un regista, il quale aveva “commissionato” la realizzazione della discarica nonostante sino a quella data nessun provvedimento formale fu assunto dalla prefettura». Foti lo ha sottolineato durante la seduta in commissione: «Ogni singolo atto portato a compimento dai vari dirigenti della Tirrenoambiente è il frutto di un complesso ed articolato progetto criminale che ha permesso di realizzare una delle discariche più grandi della Sicilia in un territorio estremamente vulnerabile gestendo illecitamente ingenti quantitativi di rifiuti».

GLI ALLESTIMENTI NON AUTORIZZATI. Del resto, gli investigatori del Noe dei carabinieri sono stati chiari in più di una occasione nelle 259 pagine dell'informativa. «Nelle vicende della discarica di Mazzarrà», si legge nell'ultima parte del documento, «ogni atto o documento acquisito presenta delle anomalie o dei retroscena che non fanno altro che confermare la generalizzata indifferenza al rispetto delle norme vigenti e il ricorso a meccanismi torbidi e poco trasparenti». Concorda anche il perito incaricato dal tribunale che rileva come nella discarica ci siano stati allestimenti non autorizzati dal 2006 in poi, gravi mancanze sia dalla parte della direzione lavori che dei collaudatori e non rilevate dagli enti di controllo. Lo stesso perito nelle sue conclusioni annota l'errata stima delle cubature e il mancato rispetto dei limiti del conferimento dei rifiuti in discarica, oltre alla possibilità che un mancato intervento sulla stabilità della discarica stessa causi «gravi danni per l'ambiente».

581 TONNELLATE DI RIFIUTI AL GIORNO. Rilievi che portano gli stessi investigatori a concludere che non ci siano dubbi sul fatto che «Tirrenoambiente e il comune di Mazzarrà Sant'Andrea non si siano fatti scrupolo di realizzare una discarica notevolmente più grande di quanto autorizzato, nella certezza che nessuno degli enti preposti al controllo, in prima linea la prefettura di Messina ma men che meno gli altri enti Arpa, provincia e Regione o professionisti incaricati dei collaudi, avrebbe frapposto ostacoli alla realizzazione del progetto di 630 mila metri cubi che era stato originariamente presentato e poi ridotto a 110 mila metri cubi». Dunque, approfittando dello stato di «emergenza rifiuti» le carte in tavola sono cambiate e, nel corso delle varie conferenze dei servizi alla presenza degli enti, i dati sarebbero stati costantemente taroccati. Addirittura c'è un lasso di tempo nel corso del 2005 dove la capacità della discarica di accogliere rifiuti sarebbe stata sempre la stessa, nonostante le 581 tonnellate di rifiuti che quotidianamente varcavano i cancelli del sito.

Nel 2008, l'Arpa attraverso i suoi funzionari chiese alla ditta di spiegare alcune incongruenze, senza tuttavia avere risposta

Gli investigatori, spulciando tra le carte delle diverse autorizzazioni, hanno scoperto che «non risultano essere presenti copie degli atti autorizzativi precedentemente rilasciati», così come le copie dei progetti. In questo modo, scrive il Noe, «la Regione Siciliana – allora saldamente in mano a Totò Cuffaro – si trovo a rilasciare una autorizzazione integrata ambientale (Aia) per un impianto», ma «nessuno dei funzionari regionali si è preso la briga di chiedere cosa stessero autorizzando». Tanto che nel 2008, nel corso della conferenza dei servizi, l'Arpa attraverso i suoi funzionari chiese alla ditta di spiegare alcune incongruenze, senza tuttavia avere risposta.

L'INCHIESTA TERRA MIA. «Dopo ampia discussione», si legge nel verbale della conferenza datato 12 settembre 2008, «al fine di superare l'argomento sul quale si sta arenando la conferenza (la richiesta dell'Arpa, ndr) il presidente prende la parola e dichiara che preparerà una memoria». Il presidente era Gianfranco Cannova, funzionario dell'assessorato regionale Territorio e ambiente della Regione Sicilia indagato per concorso in traffico illecito di rifiuti. Per gli investigatori quest'ultimo ha di fatto “sanato” l'illecito abbancamento di rifiuti operato da Tirrenoambiente che aveva conferito in discarica il doppio del volume autorizzato. Lo stesso funzionario è stato arrestato con l'amministratore delegato di Tirrenoambiente Giuseppe Antonioli nel 2014 nell'ambito dell'inchiesta Terra Mia della procura di Palermo su un giro di corruzione sempre nell'ambito dello smaltimento dei rifiuti.

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