Rutelli
6 Giugno Giu 2017 1023 06 giugno 2017

Rutelli e la malcelata voglia di tornare in politica

Punge Renzi: «Macron è diverso». Critica l'«immobilismo» del M5s capitolino. E l'idea di elezioni anticipate. Tra arringhe e amarcord, l'ex radicale scalda la platea di Roma InConTra. E schiva le domande sul futuro.

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«Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano»: il Francesco Rutelli che cita Antonello Venditti – una strofa perfetta per lui – sembra proprio sul punto di tornare. Dove? Ma nell’agone politico. È talmente tanta la voglia di politica che trasuda da ogni sua parola, ogni gesto, perfino da (pochi) silenzi o (alcune) omissioni, che se ne sono accorti tutti a Roma InConTra, quando intervistato da Enrico Cisnetto si è lasciato andare a un eloquente amarcord: «Proprio qui in questa sala, quando ancora si chiamava Teatro Rossini, ho avuto la mia prima affermazione elettorale, nel 1979, diventando segretario del Partito Radicale». Da allora di tempo ne è passato, ma la passione non solo non è mai svanita, ma neppure assopita.

Un giovanissimo Francesco Rutelli con Marco Pannella ed Emma Bonino.

Perché proprio ora, ci si domanderà, gli rispunta la “grande voglia”? Perché dopo aver accettato di buon grado di occuparsi della sua seconda passione, il cinema, nella veste di presidente di Anica, l’associazione dei produttori cinematografici che aderisce a Confindustria? E poi, per fare cosa esattamente? Per capirlo bisogna tornare a Parigi, a quella serata in cui Emmanuel Macron è arrivato al Louvre accolto dall’europeo inno alla gioia. Già, l’enfant prodige francese entrato all’Eliseo da presidente un po’ ricorda il giovane Rutelli che salì le scale del Campidoglio e sfidò Silvio Berlusconi, pur perdendo, per Palazzo Chigi. Ma, soprattutto, Macron è un esperimento politico “copiabile” e un interlocutore amico, direttamente e ancor più tramite quel François Bayrou, vecchia volpe della politica transalpina che ha costruito la struttura a sostegno di En Marche! che ha reso Macron successore di François Hollande. Bayrou che Rutelli con Cisnetto si affretta a definire «mio fratello», vantandosi di aver partecipato all’unica manifestazione italiana a sostegno del candidato Macron.

«GRILLO S'È FREGATO IL "NOSTRO" SPAZIO». «Quelli che Macron ha scelto di mettere al governo, Bayrou in testa, sono tutti grandi amici», dice. Poi, mette le mani avanti: «Le condizioni che ha trovato Macron sono state uniche e noi nell’inno di Mameli non abbiamo quel marchan. E infatti», prosegue, «quando ci abbiamo provato con il Terzo Polo, approfittando del fatto che il Pd che si fosse spostato molto a sinistra, non è andata allo stesso modo. Quello spazio terzo se lo è fregato Beppe Grillo, facendo il populista. E poi ora con Matteo Renzi il Pd è tornato al centro…». Ma, proprio per questo, è quando si smarca dal “suo” Matteo che si capisce che Rutelli ha voglia di "menare le mani": «Sì, Renzi l’ho scoperto quando ancora non era nessuno, e ho subito capito che aveva la stoffa giusta. L’ho accreditato in contesti internazionali importanti quando era solo presidente della Provincia di Firenze, neppure sindaco», dice senza rimpianti né recriminazioni.

Francesco Rutelli sul palco di Roma InConTra.

Rutelli, però, rifiuta la provocazione di Cisnetto sul “renzismo spin-off del rutellismo”, e nega che Renzi sia il Macron italiano: «Ha una leadership assertiva, ma troppo personale», punge. E poi rincara: «Il suo gruppo dirigente è troppo ristretto e nei prossimi anni non deve commettere gli stessi errori, deve allargare, coinvolgere, ci vuole un cambio netto». Spiega, accalorandosi: «Macron ha scelto i migliori nel suo gruppo dirigente, Bayrou in testa, ma ha anche dato l’impressione di essere totalmente nuovo». Non solo. Per Rutelli il giovane enarca francese ha il merito di non avere mai scimmiottato i populismi: «L’inseguimento dell’antieuropeismo non porta da nessuna parte, tanto è vero che Le Pen non ha sfondato», sottolinea, sostenendo perfino la linea Merkel. «Fuori dall’Europa non abbiamo possibilità di contare nulla nel mondo», dice. Ricordando, a proposito di egemonia tedesca e vincoli contabili, che l’unico governo italiano che ha ridotto il debito pubblico è stato il secondo di Romano Prodi, di cui lui era numero due.

«IL CAV SÌ CHE È UN LEADER VERO». Per essere convincente, l’ex vicepremier tira fuori dal taschino e consegna a Cisnetto una tabellina del Financial Times che lo dimostra. Poi però non resiste, un po’ dalemianamente, al gusto della battuta: «E infatti dopo ha perso le elezioni», chiosa sarcastico. Insomma, per Rutelli un Macron italiano non esiste, nè si può costruire in laboratorio. «Vede», dice a Cisnetto, «Berlusconi è ancora lì dopo 25 anni a ricompattare un centrodestra che non può prescindere da lui. Lui sì che è un leader vero». Poi si lascia andare a un ricordo: «A Clinton che mi chiedeva un’opinione spassionata sul Cavaliere, dissi che la mia era l’opposto della sua. E gli spiegai che poteva sembrare paradossale vista la fama da imprenditore di successo, ma Berlusca si era rivelato un fuoriclasse della politica, meglio di tutti gli altri, e scarso nella capacità di governare, di prendere decisioni».

La tabella del Financial Times sull'andamento del debito pubblico italiano.

Anche se in outfit casual – jeans, camicia bianca e giacca blu – Rutelli nel palcoscenico della politica odierna appare una volpe in ottima forma. Che fatica a celare, nonostante le prudenze che non gli mancano, l’ambizione di rientrare. In quale gioco è da vedere, ma di sicuro non per dare grattacapi al premier Paolo Gentiloni, anzi: «Lui non è solo un mio amico fraterno, ed è stato anche un mio strettissimo collaboratore, ma è una persona seria, per bene, affidabile. Sta facendo un grande lavoro». Tanto ne è convinto, Rutelli, che critica l’idea di andare alle urne in autunno: «Serve un accordo sulla legge elettorale e uno sulla manovra economica. Sarebbe ragionevole andare a scadenza naturale». E poi c’è la concreta possibilità che vinca Grillo: «Già nel 2013 il Movimento 5 Stelle era il primo partito, anche se ora bisogna vedere l’effetto Roma», dice da ex primo cittadino. «Ho letto che alla città di Parigi stanno arrivando investimenti per 108 miliardi, mentre per il Giubileo noi abbiamo speso meno di 1 miliardo».

«RAGGI DÀ UN MESSAGGIO DI IMMOBILISMO». Ma quei soldi la Raggi non li ha, obietta Cisnetto, che pure è lungi dal difendere la sindaca. «Ma anche se ce li avesse?»: Rutelli si rivolge alla platea, con quell’istinto politico irrefrenabile che quasi trasforma l’intervista in un comizio. «Qualcuno di voi sa», chiede diretto al pubblico, «come si chiama il capo di Gabinetto? L’assessore ai Lavori pubblici? Non lo sapete perché non li ha nominati. Qui ci vuole visione, ci vuole amministrazione e anche coraggio», dice alimentando l’arringa, «ma se noi gridiamo al mondo che non si possono fare le Olimpiadi, le opere pubbliche, i termovalorizzatori, diamo un messaggio di immobilismo. È la politica che non si prende le sue responsabilità». Allora Cisnetto coglie l’attimo: «Non lo trovate pronto a rifare il sindaco?». E la platea in coro risponde con un “sììì” convinto. Rutelli, animale da dibattito, schiva: «I presenti sì, il presente no». Ma forse voleva dire che, se dovesse tornare, lo farebbe per mirare più in alto.

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