Grillo, noi i più presenti, si va avanti
12 Giugno Giu 2017 1959 12 giugno 2017

Il M5s ha sacrificato le piccole rivoluzioni nel territorio sull'altare di Palazzo Chigi

L'unico obiettivo di Grillo ormai sembra essere solo il controllo del Movimento e la conquista del governo nazionale. Così ha rinnegato le idee fondanti dei pentastellati e trasformato il Vaffa in un partito.

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C'è chi scherzando, ma nemmeno troppo, ha ipotizzato che tra gli elettori in questa tornata di giugno si sia diffusa una sorta di sindrome Ninby: i pentastellati possono anche andare bene, ma non nel mio Comune-giardino. Difficile dire se la performance non esaltante del primo turno delle Comunali avrà qualche ricaduta sui sondaggi nazionali. La storia insegna - o dovrebbe insegnare. Era già accaduto alle Europee del 2014. Anche in quel caso si parlò di flop, di débâcle del Movimento. Eppure il M5s non solo si è rialzato ma si è attestato come forza decisiva del Paese conquistando Roma e Torino.

I PROBLEMI A ROMA, TORINO, GENOVA E PALERMO. Città in cui però i sindaci Virginia Raggi e Chiara Appendino non stanno brillando per buona amministrazione. La prima è passata rapidamente dalle stelle alle contestazioni stritolata tra polizze a sua insaputa, avvisi di garanzia, faide interne e l'annosa questione dei rifiuti. La seconda, accreditata come il volto della rivoluzione gentile (forse pure un po' troppo), è stata costretta a riportare i piedi sulla terra dopo la tragedia sfiorata in Piazza San Carlo. Oltre a questo, il Movimento ha pagato lo scotto dell'inchiesta firme false a Palermo costata la sospensione ai deputati nazionali cosiddetti monaci, Riccardo Nuti in testa. E a Genova lo strappo prima del capogruppo in Consiglio comunale Paolo Putti e la scomunica di Marika Cassimatis, vincitrice delle comunarie poi ripudiata dal capo al grido di "fidatevi di me".

I meetup, cuore e motore dell'attivismo pentastellato da cui nacquero le prime liste civiche, sono stati esautorati da tempo

Va però detto che a Sant'Ilario e alla Casaleggio Associati nessuno credeva di bissare il successo delle Comunali 2016. Eccezion fatta per la vittoria a Parzanica, piccolo paese del Bergamasco di 400 anime, rivendicata con tenerezza dal senatore Vito Crimi, e la riconferma di Roberto Castiglion a Sarego, nel Vicentino, i pentastellati (che il prossimo 25 giugno saranno impegnati in nove ballottaggi, diventati 10 dopo il riconteggio ad Asti) han ben poco da brindare. Grillo del resto lo aveva previsto chiudendo la campagna elettorale nella "sua" Genova. Davanti a una piazza Matteotti non certo piena, il leader aveva provato a esorcizzare una possibile sconfitta: «Molta gente ci voterà di nascosto», aveva detto mettendosi al pianoforte. «Spero vivamente che non vinca lui», aveva scherzato indicando Luca Pirondini, «perché se dovesse vincere lui io so cosa succederà: sarete tutti davanti al mio cancello di Sant’Ilario a rompere i coglioni a me». Pericolo scampato.

L'UNICO OBIETTIVO, PALAZZO CHIGI. Nelle parole di un comico, però, c'è sempre nascosta una piccola verità. E la verità questa volta è che a Grillo e ai vertici pentastellati i territori, la gestione dal basso, le piccole rivoluzioni concrete sembrano non interessare più. O, meglio, non sono più uno slogan funzionale al Movimento. Il vero obiettivo è arrivare a governare il Paese, passando per la Sicilia dove si voterà in autunno. Non è una novità. I meetup, cuore e motore dell'attivismo pentastellato da cui nacquero le prime liste civiche, sono stati esautorati da tempo. Basta rileggere la lettera del luglio 2015 a firma Roberto Fico e Alessandro Di Battista riassumibile in una riga: «I meetup da soli non sono il Movimento 5 Stelle».

I territori, le città, la 'gggente' sono diventati la scenografia per tour in scooter contro il Referendum e comizi- spettacoli

I territori, le città, la 'gggente' sono diventati la scenografia per tour in scooter contro il Referendum e comizi- spettacoli. Richiamo irrinunciabile per media e televisione. Basta ricordare la campagna elettorale del 2013, quella dello tsunami tour. «Rifiutando di andare in tivù, Grillo obbligò la tivù ad andare da lui, a seguirlo nelle piazze evitando contradittori e domande», ricordava a L43 Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica all'università di Roma Tre. E non è che la strategia sia cambiata di molto.

IL VAFFA VERSO LA SOFFITTA. Il Movimento 5 stelle non esiste più. Il garantismo a targhe alterne, gli interventi di Di Maio negli Usa funzionali alla costruzione della leadership in patria, le frenate fumose sui diritti civili sono lì a dimostrarlo. L'ultimo dogma che sta per essere infranto è il divieto del doppio mandato, una delle regole costitutive del Movimento delle origini. In realtà se ne discute da tempo, Danilo Toninelli lo aveva già messo in dubbio. Adesso però a parlare è Massimo Bugani, prefetto grillino a Bologna e socio di Rousseau. «Visto che si avvicinano le elezioni politiche», ha detto a Radio Città del Capo commentando i risultati elettorali, «dobbiamo riflettere sulla regola del doppio mandato. Un vincolo che ha fatto da freno a molti. C'è chi non si è ricandidato, per esempio è successo a Mira con il sindaco uscente Alvise Maniero. È rimasto fuori da queste amministrative per giocarsi una chance in parlamento». Il Vaffa, la politica intesa come impegno civile, a questo punto possono andare in pensione. La politica è diventata una professione. Anche per un grillino.

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