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MAMBO 12 Giugno Giu 2017 1029 12 giugno 2017

Il voto dice che Renzi ha bisogno di alleanze: la sinistra dialogherà?

Pisapia è possibilista, Anna Falcone ha un progetto ad excludendum. Ci risiamo: un nuovo dualismo, secondo la vecchia e disgraziata tradizione.

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«Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente»: il motto di Mao Tse-tung sembra adatto al caso italiano. Che ci sia confusione non bisogna dimostrarlo. Anche il voto dell'11 giugno 2017 lo dimostra. Grillini in discesa, Partito democratico dentro tutti i ballottaggi, tranne Verona, centrodestra prevedibilmente in ripresa. La situazione è eccellente perché non comanda alcuno. Sono risultati di tendenza che dicono a Grillo di stare “in campana”, a Renzi che il suo elettorato è coriaceo ma non si allarga, al centrodestra che vince se unito attorno agli uomini o donne della Lega Nord. Oggi nessuno può fare previsioni serie su un eventuale voto politico, né mi affiderei agli insuccessi dei candidati sindaci grillini per decretare la fine dei cinque stelle. Troppo presto.

UN PD NON COSÌ DISASTROSO. Se guardiamo il lato sinistro della politica italiana vediamo che il Pd, seppure perde Genova, in generale non ha quel risultato disastroso che molti temevano o speravano. L’unica cosa che Renzi dovrebbe cogliere anche da questo voto è che da solo non va da alcuna parte, qualunque sia la legge elettorale. Ha, cioè, bisogno di alleati. Con straordinaria disinvoltura l’ex premier che ha cercato disperatamente l’asse con Silvio Berlusconi, che forse riproporrà, e poi ha messo in campo una proposta politica per Giuliano Pisapia con l’accettazione a denti stretti degli alleati di Pisapia, cioè coloro che sono usciti dal Pd.

DA NOI NON CI SONO CORBYN. Per chi è a sinistra dei dem questa situazione potrebbe rivelarsi utile e produttiva. Tuttavia emergono molti “caveat”. C’è chi a sinistra neppure vuole parlare con Renzi. Perché, dicono, è ormai consegnato alla destra e la sinistra, durissima e purissima, deve fare da sé. Alcuni citano il britannico Corbyn, l'americano Sanders e il francese Mélenchon, ma non stiamo qui a spiegare perché in questa sinistra non emerge alcun personaggio con quella storia e con quella caratura.

Giuliano Pisapia.

Pisapia, da quel che si sa di lui, l’incontro lo vorrebbe solo se fosse contendibile la leadership. Il Pd gli risponde che il loro statuto prevede che il segretario sia candidato premier ignorando che se si fa un’alleanza il loro statuto possono metterselo in un luogo indicibile. Tuttavia la linea di Pisapia che dice "no" a Renzi ma senza dare il taglio del "no" defintivo, gli crea molte indisponibilità nella sinistra.

PISAPIA SAREBBE IL MODERATO? Stiamo, infatti, assistendo alla nascita di un nuovo dualismo, secondo la vecchia e disgraziata tradizione. A Pisapia, che molti considerano un leader debole e soprattutto ”moderato” (detto da parlamentari dei Ds a lui che è stato deputato di Rifondazione, fantastico!) a cui viene contrapposta una giovane e bella signora di tradizione socialista, Anna Falcone, che ha trascinato in tivù il "No" al referendum e che ha firmato un documento molto radical con un guru della nuova sinistra, Tomaso Montanari.

UN CANTIERE, MA SENZA IL CAV. Non sto qui a dire chi preferisco dei due. È irrilevante. Voglio stare ai fatti politici che emergono dalle loro parole. Di Pisapia sappiamo quel che vuole fare e persino che, a certe condizioni, aprirebbe un cantiere con il Pd purché sia esclusa l’alleanza con Berlusconi. Nei suoi articoli e nelle interviste la Falcone mostra una padronanza di sé assai prepotente, che non è male, vuole chiudere al Pd ma soprattutto si propone come anti-Pisapia. C’è chi potrebbe obiettare che è troppo presto per contrastare Pisapia, visto che la partita non è ancora iniziata. Ma nessuno può decidere quando un candidato deve scendere in campo.

Anna Falcone.

Quel che mi convince poco nella candidatura Falcone è la sua propensione “ad excludendum”. Così va interpretata la contrapposizione a Pisapia, così va recepita la volontà di rivolgersi solo a quelli del “No” referendario diventando l’interprete politico di quella battaglia di successo. Non ho commenti da fare di fronte a questa scelta settaria. Ho solo l’impressione che una leader che si affaccia sulla scena dovrebbe tenere conto sia del tratto identitario (in questi caso sembra che il “No” lo sia) sia della capacità di inclusione.

CHI HA VOTATO SÌ MERITA IL CILICIO? Personalmente credo che il tratto identitario sia dato da una scelta neo-socialista, di cui il “No” può rappresentare un passaggio, ma non il dato genetico e soprattutto sono convinto che chi non include “si esclude”. Con tutta la simpatia per la Falcone, non la seguirei mai in una battagli anti-Pisapia e non metterei mai il cilicio perché ho votato “Sì”, come Letta, Bassolino, Rossi, Pisapia e tanti altri senza i quali il progetto Falcone-Montanari non va da alcuna parte.

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