I 400 colpi

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12 Giugno Giu 2017 0912 12 giugno 2017

Senza lepenismi il centrodestra può governare il Paese

Se Lega e Forza Italia si uniscono possono tornare a contare. Ma ora serve che Salvini faccia un passo indietro per lasciare spazio a Zaia.

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Per sapere chi ha vinto queste Comunali bisognerà aspettare il ballottaggio, che per il Pd (dipende soprattutto da Genova) potrebbe tramutare una sostanziale tenuta in una sconfitta. Sul chi ha perso invece non ci sono dubbi: Grillo e i suoi incassano un risultato catastrofico, esclusi dal secondo turno nelle città che contano. In attesa dei verdetti definitivi (si torna alle urne il 25 giugno) qualche indicazione però già emerge con una certa nettezza. E può dare ai protagonisti utili indicazioni su come procedere.

LA LEGA LEPENISTA IN CRISI. Il dato più evidente è il ritorno del Centrodestra, ma in una governativa e rassicurante versione che piace poco nulla a uno dei suoi protagonisti, la Lega. Ed è il motivo per cui l’alleanza tra Forza Italia e il partito di Salvini è da molti mesi al palo. Difficile del resto trovare una sintesi che metta d’accordo la componente popolare (nel senso del Ppe) e quella sovranista-lepenista incarnata dal segretario leghista.

A GENOVA LA SINISTRA RISCHIA. In questo senso Genova, bissando negli esiti il precedente risultato alle regionali, offre la possibile soluzione. Se con le Regionali Giovanni Toti, il candidato di Forza Italia, ha vinto grazie al fatto che sul suo nome è confluito compatto l’elettorato leghista, a parti invertite Marco Bucci rischia seriamente di rompere la storica egemonia della sinistra sulla città grazie alla convergenza dei berlusconiani.

Difficile del resto trovare una sintesi che metta d’accordo la componente popolare (nel senso del Ppe) e quella sovranista-lepenista incarnata dal segretario leghista.

Qui bisogna dare atto e riconoscimento alla sapienza strategica del governatore, frettolosamente derubricato all’inizio della sua avventura politica come una delle tante comparse usa e getta inventate lì per lì dal Cavaliere. A Toti non aveva certo giovato quell’immagine di fantozziana sudditanza di lui in tuta bianca al centro benessere dove il caro leader, in nome della sua idiosincrasia per i paffuti, lo aveva messo a dieta. Con tempo invece l’ex direttore di Rete 4 ha mostrato rimarcabili margini di autonomia dal suo mentore, brandendo senza indugi il vessillo dell’alleanza con Salvini, con tanto di malpancismo dei colonnelli di Silvio che lo accusavano di aver profanato la casa del padre.

IL LAVORO DI TOTI SU SALVINI. Ora, perché la sua strategia sia compiuta, a Toti manca solo un passaggio, forse il più arduo: deve convincere Salvini ad abbandonare il populismo barricadero, rinunciando a candidarsi alla guida della ineludibile alleanza di centrodestra a favore di un moderato. Il candidato già c’è, ed è qual Luca Zaia che governa plebiscitariamente il Veneto con piglio istituzionale e toni felpati. Non è un caso che Berlusconi, sfogliando la margherita del candidato premier, ruolo che gli è precluso dalla sua inagibilità politica, abbia fatto anche il suo nome. I rovesci dei partiti sovranisti, anti euro ed Europa, cui si è assistito nelle ultime tornate elettorali del vecchio continente (ultimo, il clamoroso risultato delle legislative francesi) fornisce a Toti una ghiotta occasione per ridurre Salvini a più miti consigli.

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