Renzi Consip Wood
13 Giugno Giu 2017 0800 13 giugno 2017

Consip, quel decreto anti-Woodcock servì per salvare babbo Renzi?

A Palazzo Marescialli arriva la relazione sul "blitz estivo" del governo nel 2016. I vertici di polizia, carabinieri e guardia di finanza furono informati delle indagini. «A rischio l'indipendenza delle toghe dall'esecutivo».

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La matassa sull'inchiesta Consip è ancora tutta da sbrogliare. Mentre sui quotidiani si dà ampio spazio alle presunte manomissioni del capitano del Noe Giampaolo Scafarto (indagato per falso nella stessa inchiesta per l’errata attribuzione di una intercettazione telefonica all’imprenditore Alfredo Romeo), una relazione della sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) dei consiglieri Ardituro, Aprile e Forteleoni mette all'angolo il governo di Matteo Renzi per il decreto del 19 agosto del 2016. Sul quale intervenne, manifestando la sua contrarietà, il procuratore capo di Torino Armando Spataro.

OBBLIGO DI COMUNICARE AI SUPERIORI. Il tema è importante perché tocca l'indipendenza della magistratura, nello specifico l'obbligo da parte di carabinieri, poliziotti e finanzieri di comunicare ai propri superiori il contenuto delle indagini appena avviate «indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale». Tutto si esaurisce in quest'ultima frase che il Csm propone, direttamente al ministero della Giustizia, di attivarsi per sostituire, tenendo come stella polare il codice di procedura penale.

Quel blitz estivo apparve a molti come un assist per i vertici delle forze dell'ordine, ossia il comandante generale Tullio Del Sette e quello della legione Toscana Emanuele Saltalamacchia, indagati per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio proprio nell'inchiesta Consip. Inchiesta che nell'estate del 2016 era nel pieno del suo svolgimento. È questo di sicuro il filone più spinoso dell'indagine per i nostri apparati giudiziari e di polizia, ma anche più corposo, appoggiato sui verbali dell'amministratore delegato della centrale acquisti della Pubblica amministrazione Luigi Marroni. Nello stesso filone è indagato per depistaggio il vice comandante del Noe Alessandro Sessa che avrebbe mentito ai magistrati romani sul periodo in cui avrebbe comunicato "al capo" o comunque ai vertici dell'Arma dell'indagine in corso. Il punto sta tutto qui.

QUANDO FURONO RIFERITE LE NOTIZIE? In questa cornice saranno determinanti gli approfondimenti dei pm capitolini che contestano a Sessa di aver detto il falso riguardo le comunicazioni alla sua scala gerarchica: il numero due del Noe ha detto di aver riferito le notizie dell’indagine a novembre 2016, ma dal telefono del suo sottoposto Gianpaolo Scafarto è emerso un sms di agosto 2016 che recita: «Credo che parlare di tutto con il capo attuale sia stato un errore». Ed è proprio a cavallo di quel periodo che Marroni inserisce gli incontri rivelatori sull’inchiesta di Napoli.

AMICIZIA TRA FORZE DELL'ORDINE E TIZIANO. Henry John Woodcock, il pm napoletano che ha fatto partire l'inchiesta, sapeva, tra l'altro, dei rapporti amicali tra i vertici dei carabinieri e i sottoposti del Noe, in particolare con il comandante Sergio Pascali. E sapeva anche dell'amicizia di alcuni membri delle forze dell'ordine con babbo Tiziano, padre dell'ex premier, il figlio Matteo e il ministro per lo Sport Luca Lotti.

Il pm Henry John Woodcock.

ANSA

A quanto pare Woodcock si era raccomandato con Scafarto di non comunicare ai superiori delle indagini in corso perché potevano essere compromesse, come poi in fin dei conti è accaduto. Era diritto del pm napoletano farlo? Sì, sia dal punto di vista costituzionale sia da quello penale. Ma quel decreto del 19 agosto, inserito di nascosto in un provvedimento sulla forestale, ha cambiato l'angolo di gioco: ha di fatto legittimato Saltalamacchia e Del Sette a essere informati sull'inchiesta Consip. Che il decreto sia stato confezionato apposta per questo motivo? Che il governo abbia preferito varare un provvedimento a rischio incostituzionalità e che ha stravolto il lavoro nei tribunali solo per tutelarsi in un'inchiesta dove è coinvolto il padre dell'ex presidente del Consiglio che il Noe voleva arrestare?

CRITICATO IL MODUS OPERANDI DEL GOVERNO. La relazione della sesta commissione è molto dura. E deve essre affrontata dal plenum di palazzo dei Marescialli mercoledì 14 giugno 2017. In una prima parte viene criticato il modus operandi con cui il decreto è stato emanato da Palazzo Chigi. «Non sfugge la disarmonia della norma introdotta con uno dei cardini del sistema processuale penale italiano, il segreto investigativo, nonché con principi costituzionali», si legge a pagina 7. Proprio l'articolo 112 garantisce, secondo una sentenza del Consiglio di Stato, «tra l’altro, secondo l’unanime insegnamento dottrinale, l’indipendenza funzionale del pubblico ministero da ogni altro potere e in particolare dal potere esecutivo», cioè dal governo.

Matteo Renzi e, alle sue spalle, l'immagine del padre.

La relazione del Csm sottolinea come la trasmissione in via gerarchica delle informazioni senza autorizzazione da parte dei pm possa mettere di fatto in dubbio le attività di indagine dandole a disposizione di soggetti esterni al perimetro di indagine e non appartenenti alla polizia giudiziaria. E di quest'ultima non fanno parte i vertici delle forze di polizia. Il rischio, si legge nella relazione, è quello di «possibili interferenze nell’esercizio dell’azione penale».

SI STA SCATENANDO LO SCENARIO PEGGIORE. Con l'inchiesta sul caso Consip, costellata di notizie rivelate e presunte menzogne degli investigatori su cui stanno indagando i magistrati di Roma, si è dunque innescato lo scenario peggiore possibile che sarebbe potuto scaturire da quel comma inserito nel decreto agostano del governo. Intanto la spaccatura su quanto e come le scale gerarchiche delle forze di polizia debbano sapere sulle inchieste in corso è oggi evidente. Il 9 giugno 2017 il capo della polizia Franco Gabrielli si è detto «offeso» dalla presa di posizione del Csm, precisando in una intervista a la Repubblica che «servo lo Stato e non il governo».

GLI ASPETTI INVESTIGATIVI ERANO DA TUTELARE. In uno dei passaggi tira in ballo anche la prassi presente all’interno dell’Arma dei carabinieri per cui esiste un obbligo di riferire in via gerarchica al comandante generale da sette anni. Eppure proprio su questo punto torna di nuovo il Csm, il quale mette nero su bianco che in quei regolamenti si scrive espressamente che è escluso dalle comunicazioni «qualsiasi aspetto di interesse prettamente investigativo». Passaggio che il 13 marzo 2017 è stato sottolineato dal comando generale dei carabinieri. A stretto giro a Gabrielli è arrivata anche la risposta dello stesso Spataro sempre tramite le colonne de la Repubblica: «Quando si discute di tutela del segreto investigativo, non si può dire che questo significhi nutrire sospetto e sfiducia nei confronti delle forze di polizia». I cui comandi, sottolinea Spataro, sulla falsa riga della relazione del Csm, «non rivestono la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria».

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