Trump Vittoria

L'America di Trump

Donald Trump
LA TRUMPIANA 13 Giugno Giu 2017 1846 13 giugno 2017

La bolla del Russiagate si sta già sgonfiando e farà comodo a Trump

Altro che rischio di impeachment: a Donald conviene che le indagini sul'ex capo dell'Fbi vadano a ritroso. Fino alle presunte magagne di Hillary Clinton, tra mail e favoritismi. E lui magari ne uscirà rafforzato.

  • ...

Nato con l’intento di far fuori il presidente, il "Russiagate" si rivelerà uno strumento cruciale nelle mani di Donald Trump. A cui fa soltanto comodo che le indagini siano quanto più approfondite possibile. Al contrario di ciò che è stato raccontato dai giornali di tutto il mondo, il vero intento nei colloqui privati con il suo ultimo accusatore era quello di capire se fosse indagato in prima persona. E, una volta appreso di non avere procedimenti in corso, andare avanti con l'agenda di governo, sgomberando il campo da qualsiasi “nube”.

IL PRESIDENTE VUOLE RISPONDERE COI FATTI. Il suo scopo era portare a casa i primi risultati concreti e concentrare l’attenzione del mondo sulle cose fatte piuttosto che sulle beghe della politica. Cosa che è puntualmente avvenuta, con il più grande piano di infrastrutture del Dopoguerra, 100 miliardi di dollari per ricostruire gli Stati Uniti, lanciato proprio nel giorno in cui impazzava la corsa alle accuse dell'ex direttore dell'Fbi, James Comey, e la ricerca di un motivo per far partire le procedure per l’impeachment del presidente. Trump risponde con i fatti.

Nei corridoi dell’Agenzia federale si comincia a dire che Trump ci ha visto lungo su Comey: non aveva la stoffa per dirigere l'Fbi

Quello dell'impeachment è l'ultimo dei pensieri alla Casa Bianca. Un tema carsico, che riaffiora ciclicamente, con cui nello Studio ovale si è imparato a convivere. Quanto alle indagini, l’auspicio è questo: si vada a ritroso fino a far emergere che tutto è cominciato perché la consigliera per la Sicurezza nazionale di Barack Obama, Susan Rice, insieme con l'allora ministro della Giustizia Loretta Lynch e con l'ex rappresentante americana alle Nazioni unite, Samantha Power, hanno utilizzato intercettazioni "incidentali", che secondo la legge dovevano andare distrutte o quanto meno rimanere anonime, per ostacolare la corsa all’elezione di Trump.

ANCHE I DEMOCRATICI HANNO I LORO GUAI. E, ancora, si chieda a Comey perché non racconta di quando a luglio 2016 da ambienti democratici gli è stato chiesto di chiudere le indagini sulle email di Hillary Clinton e sui finanziamenti alla sua Fondazione, cosa che ha fatto, salvo riaprire il fascicolo tre mesi dopo, a ottobre, per timore di essere accusato di negligenza. Quando è venuto fuori che il governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di lunga data dei Clinton, ha finanziato con 675 mila dollari la campagna per il Senato della moglie del vice di Comey, Andrew McCabe, e che quando Hillary era Segretario di Stato uno dei suoi principali collaboratori, Patrick Kennedy, aveva contattato gli investigatori offrendo più personale per alcune indagini a cui l’Fbi teneva, in cambio della “declassificazione” di una mail compromettente per la candidata democratica.

CHE DONALD NE CAPISCA PIÙ DI CIÒ CHE SEMBRA? La bolla mediatica intorno al “Russiagate” e ai racconti dell’ex direttore dell’Fbi si sta già sgonfiando, e a ogni modo dimostra, come commentano nei corridoi dell’Agenzia federale, che su Comey «Trump ci ha visto lungo: non aveva la stoffa per dirigere l'Fbi». Che veda lungo anche su economia, sicurezza, immigrazione, lotta al terrorismo?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso