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Caso Consip

Legnini
15 Giugno Giu 2017 1802 15 giugno 2017

Caso Consip, il Csm compatto contro il governo Renzi e Legnini

Il plenum delle toghe vota all'unanimità: il decreto sull'obbligo della polizia giudiziaria di comunicare ai superiori le indagini è da cambiare. In imbarazzo l'ex premier, che lo varò in segreto. E Orlando dov'era?

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Se c'è uno sconfitto a Palazzo dei Marescialli, dopo l'approvazione del plenum alla relazione della sesta commissione sul segreto investigativo, questo è il vice presidente Giovanni Legnini. Il politico del Partito democratico esce con le ossa rotte per non aver arginato un voto che mette a dura prova i già difficili rapporti tra magistratura, politica e forze dell'ordine. Per di più durante la già tesa approvazione della riforma del codice penale.

LEGNINI APPARSO MOLTO NERVOSO. Le toghe invece tornano più unite che mai e la valenza del ricompattamento è anche simbolica, dal momento che il presidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) è lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella. Non a caso Legnini è apparso più nervoso che mai dopo che Palazzo dei Marescialli ha approvato all'unanimità un documento che di fatto punisce e accusa il governo di Matteo Renzi.

LESA L'INDIPENDENZA DELLE TOGHE. «Gli è esplosa la questione tra le mani», suggerisce qualcuno. Perché di fondo la relazione oltre a far imbestialire il capo della polizia Franco Gabrielli, mette in imbarazzo l'ex governo Renzi che varò il provvedimento in gran silenzio inserendolo nel decreto del 19 agosto del 2016. Ci sono rilievi di incostituzionalità e soprattutto aspetti di evidente lesione dell'indipendenza della magistratura.

Matteo Renzi, in penombra, e alle sue spalle la foto del padre Tiziano.

Della partita fa parte anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, perché è proprio ai suoi uffici che la sesta commissione del Csm si rivolge per avviare l'iter di cambiamento della norma. «Ma Orlando non si ricorda di quando la norma fu inserita nel decreto sulla forestale?», si chiedono nell'ambiente. Domande che avranno presto risposta.

CODICE PENALE COME STELLA POLARE. La proposta approvata il 15 giugno 2017 è chiara: cambiare il comma che prevede di informare la catena di comando delle forze di polizia «indipendentemente dagli obblighi prescritti dal codice penale» nella dicitura «salvi (o compatibilmente con) gli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale». Insomma, che la stella polare resti il codice penale, o almeno, si legge nella proposta, arrivare a una formulazione che renda la norma «con l'assetto ordinamentale e costituzionale del pubblico ministero, il rapporto di dipendenza funzionale con esso della polizia giudiziaria ed il regime di autonomia e segretezza delle indagini preliminari».

I COMANDI NON SONO UFFICIALI. Anche perché, come notato a margine dell'approvazione del decreto agostano del governo dal procuratore capo di Torino Armando Spataro, i comandi «non rivestono la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria».

Giovanni Legnini, vice presidente del Csm.

ANSA

Per Legnini non bisogna fare dietrologie sull'inchiesta Consip: «Contesto categoricamente qualsiasi connessione tra l'iniziativa presa dal Consiglio con le vicende giudiziarie come quella Consip», ha spiegato il vice presidente del Csm. Ma il consigliere laico Pierantonio Zanettin ha invece puntato il dito proprio sull'indagine che ha messo in difficoltà oltre che il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette anche il ministro Luca Lotti.

LA NORMA INCIDE SUL CASO NOE. Zanettin ha detto: «La norma in questione eccede in modo vistoso la delega del parlamento. A prima vista potrebbe essere interpretata come una norma di favor rei rispetto a eventuali violazioni di Scafarto e Sessa, in ordine a un obbligo di segreto investigativo». Probabilmente è solo una coincidenza cronologica, tuttavia - ha aggiunto - «è evidente che tale norma potrebbe anche incidere nella valutazione, in sede penale, dei comportamenti dei due ufficiali del Noe indagati dalla procura di Roma nell'ambito dell'inchiesta Consip».

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando.

ANSA

Dunque dal Csm il dito è puntato all'operato del governo e tra i due fuochi si trova il ministro della Giustizia, che alle Primarie del Partito democratico di Renzi è stato avversario. Orlando dopo il voto all'unanimità della sesta commissione deve dunque sedersi al tavolo e iniziare a dialogare con i suoi tecnici e la commissione giustizia da una parte e necessariamente con i magistrati. Anche perché lo stesso Spataro nella circolare che aveva emanato proprio sulla necessità di mantenere il segreto investigativo, tutelando le indagini da quel comma “velenoso” del decreto, non aveva usato mezze misure.

VERSO UNA REVISIONE IMMINENTE? Se gli organi di polizia giudiziaria, si legge nella circolare del 25 gennaio 2017, «dovessero ritenere di non poter aderire alla richiesta di preservare il segreto investigativo, dovranno comunicarlo formalmente allo scrivente (Spataro, ndr)», dopodiché si valuterà «ogni possibile iniziativa non escluso il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato», cioè il ricorso alla Corte costituzionale. Analoghe circolari, forse non così nette, erano state emanate in altre procure, ma il rischio di trovarsi davanti agli ermellini per quell'articolo 18 della legge 124 del 19 agosto 2016, che di Orlando porta il visto, potrebbe far scattare il meccanismo di revisione in tempi brevi.

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