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17 Giugno Giu 2017 1800 17 giugno 2017

Le Amministrative dimostrano che un M5s senza Grillo è possibile

Il primo turno ha dato indizi importanti. La rielezione di Pizzarotti, dopo il caso Comacchio, sarebbe una ulteriore conferma. La regola del doppio mandato nel Movimento? Avrà vita breve.

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In Emilia-Romagna, un tempo roccaforte pentastellata prima con Bologna (2009) poi con Parma (2012), il Movimento 5 stelle ha perso 1.000 voti a Piacenza e Riccione rispetto alle precedenti Amministrative e si è piazzato quarto nel piccolo Comune di Vignola (dove ha perso quasi la metà dei voti). Dove aveva dei sindaci eletti, come a Parma, ha preso percentuali da prefisso telefonico e a Comacchio non ha nemmeno presentato la lista, come anche nel caso di Budrio, dove cinque anni fa aveva sfiorato la vittoria al ballottaggio. In quest'ultima città, la lista civica di Maurizio Mazzanti (che ha ricevuto l'endorsement dall'ex Consigliere comunale grillino Antonio Giacon che non si è ricandidato) è arrivata al 36% e andata al ballottaggio contro il candidato del Pd al 44%. Ma è a Parma che si gioca una partita che non ha solo valenza regionale, ma bensì nazionale.

I PRIMI "GOL DELL'EX". La rielezione di Federico Pizzarotti sarebbe la conferma, dopo Comacchio, che un M5s senza Beppe Grillo è possibile e che non era solo il simbolo con le cinque stelline a far guadagnare voti ai candidati sui territori. Il Movimento a Parma ha passato di poco lo sbarramento (3,4%) ma nella ripartizione dei seggi è rimasto addirittura fuori dal Consiglio comunale. Dopo la vittoria di Comacchio, che segna il “primo gol” degli ex, Parma ha l'occasione per rilanciare un movimento nazionale (Effetto Italia?) che coinvolga diversi ex pentastellati (ma non solo) riportando molte persone ormai allontanatesi dalla politica, dopo la delusione del M5s, a riavvicinarsi all'attivismo. Ma è un progetto che, se mai dovesse prendere forma, non sarà di certo per le prossime elezioni del 2018.

I CASI LEGNANO E REGGELLO. Nel resto d'Italia si erano presentati altri ex M5s. La lista civica del “Movimento X” capitanata dall'ex Consigliere pentastellato Daniele Berti si è tolta la soddisfazione di doppiare il M5s a Legnano, Milano, segnando un 14% ma rimanendo fuori dal ballottaggio. Stessa impresa non è riuscita ad Ardea, vicino Roma, dove invece è stato il M5s ad andare al ballottaggio. Anche a Reggello, in provincia di Firenze, la lista “Reggello viva” (fondata da alcuni ex M5s) ha superato il Movimento locale (12,8% vs 8.3%) conquistando un seggio in più dei “vecchi amici” ma non riuscendo a scalfire lo strapotere del Pd che ha vinto al primo turno. In altri Comuni minori si erano candidati ex consiglieri grillini che non sono riusciti nell'impresa della rielezione come a La Spezia, Mirano e Marcon.

Luigi Di Maio.

A Genova invece, dove lo scandalo primarie del M5s che aveva visto esclusa Marika Cassimatis aveva fatto parlare tutta Italia del sistema autoritario di selezione della classe dirigente pentastellata, si era presentato anche un altro “ex” che è riuscito a tornare in Consiglio comunale: Paolo Putti (ex candidato sindaco del M5s che nel 2012 aveva preso il 13%), che con la sua “Chiamami Genova” sponsorizzata anche dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha raccolto il 4,6%. Pur essendo sotto le aspettative, questo dato gli permetterà comunque di proseguire la sua esperienza in Consiglio dopo i cinque anni passati in Comune sotto la bandiera pentastellata.

IL FLOP DI PIRONDINI. Cassimatis invece, nonostante l'enorme esposizione mediatica che l'aveva vista occupare le prime pagine dei giornali nazionali per quasi tutto il mese di aprile in seguito alla sua inspiegabile esclusione a candidata a sindaco per il M5s, si era presentata con una propria lista civica che si è fermata all'1,08%, anche lei al di sotto delle aspettative. Esempio di come non basti conquistare per un periodo di tempo le prime pagine se non si è conosciuti sul territorio o non si ha una passata esperienza amministrativa. Una volta entrati effettivamente in campagna elettorale, sia Cassimatis che Putti sono stati relegati a candidati di “serie b” dai quotidiani locali che hanno dato maggior spazio ai candidati di centrodestra, centrosinistra e M5s. Nonostante questo, Luca Pirondini del Movimento è rimasto molto lontano dal ballottaggio fermandosi al 18% e sancendo così la débâcle grillina alle Amministrative del 2017.

POLEMICA SUI DUE MANDATI. Débâcle che ha stimolato un interessante dibattito interno al Movimento dopo le dichiarazioni del “segretario regionale” in Emilia-Romagna, Massimo Bugani, che dopo la perdita del Comune di Mira, amministrato fino a ieri dal M5s col sindaco Alvise Maniero (che non si è ricandidato per giocarsi una chance in parlamento), ha dichiarato che «il limite dei due mandati è un freno. I nomi forti non si ricandidano per puntare al parlamento». Forse in questo (e solo in questo) il M5s è l'esatto contrario dei partiti e ha ragione Bugani a far presente il problema. Se nei partiti c'è la corsa alla candidatura locale come trampolino di lancio per incarichi nazionali, nel Movimento i candidati devono pesare le uniche due “cartucce” che possono sparare. Questo sistema voleva eliminare il carrierismo in coloro che si avvicinavano al Movimento sperando di diventare professionisti della politica. Bugani invece ha fatto sapere che l'animo umano è identico anche sotto al simbolo del M5s: esiste il carrierismo.

Massimo Bugani.

ANSA

È un carrierismo al contrario, che premia chi non si ricandida, che permette a quelli come Mattia Calise a Milano o lo stesso Maniero a Mira di tirarsi fuori dai giochi locali per aspirare a un secondo mandato in parlamento nel 2018. Questa “operazione” era già riuscita a David Borrelli, eurodeputato trevigiano (socio assieme a Bugani dell'Associazione Rousseau proprietaria della piattaforma di e-democracy del M5s) che non si era ricandidato per il secondo mandato a Treviso nel 2014 per andare in Europa. E ci riuscì. Nel mondo del carrierismo al contrario la politica locale è comparata a quella nazionale, dove un mandato di un consigliere di quartiere da 30 euro a settimana (come gettone di presenza) equivale a quello di un deputato da 10 mila euro al mese. Dove la politica dal basso fondata sui territori a cui il Movimento delle origini si ispirava è sacrificata per la politica di Palazzo a cui gli ultimi arrivati aspirano. Dei Comuni non interessa più a nessuno, nemmeno a Grillo.

UNA REGOLA DESTINATA A CAMBIARE. Non si può dire che Bugani non abbia dato l'esempio: avrebbe potuto rinunciare a candidarsi a sindaco di Bologna nel 2016 per andare a Roma nel 2018. Ora però si inizia a dubitare sulla sincerità di questa esternazione che, per quanto abbia un senso, pone più di un interrogativo per il fatto che proprio Bugani sia ormai al secondo mandato. Lo stesso Bugani che, quando a fare ragionamenti del genere (in privato) erano altri eletti o attivisti (come Giovanni Favia), non perdeva l'occasione per accusarli di voler fare più di due mandati. Purtroppo per lui é subito arrivato lo stop dal Blog con un post dai toni tipicamente pacati: chi non è d'accordo con i due mandati può andare in un altro partito. Come finirà? Probabilmente, tra qualche tempo, inizieranno a considerare come “mandato” solo quello regionale, nazionale ed europeo, escludendo quello comunale e municipale (o almeno per i comuni non capoluogo).

IL PRECEDENTE DEL 2010. Il Movimento 5 stelle non ha una classe dirigente capace e conosciuta sui territori, inoltre non ci sono mai stati personaggi di spicco della società civile che sono scesi in campo col loro simbolo e i nuovi adepti che si stanno avvicinando sono ancora più impreparati dei Bugani e dei Di Maio. Se non riutilizzeranno le risorse umane che hanno un'esperienza alle spalle nei Consigli comunali, le future Amministrative andranno sempre peggio. La regola dei due mandati andava rimodulata molti anni fa, ora può sembrare l'ennesima mossa per salvare qualcuno. Curiosità: la regola inizialmente parlava di 10 anni in politica (quindi anche più di due mandati). Ma quando nel 2010 cadde il sindaco Flavio Delbono a Bologna (dopo appena nove mesi), interropendo il mandato da Consigliere comunale di Favia, Gianroberto Casaleggio cambiò la norma in modo da sbarazzarsi dello stesso Favia alla fine del mandato regionale. La regola quindi è già stata modificata una volta.

*Ex attivista e collaboratore parlamentare alla Camera per il Movimento 5 stelle

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