Camera
BASSA MAREA 18 Giugno Giu 2017 1400 18 giugno 2017

Il tempo per il trasformismo parlamentare italiano è finito

Record di 493 cambi di casacca nella 17esima legislatura. Il doppio della precedente. I politici e il Paese non sanno quale sarà la guida futura: prima Renzi, poi Grillo, e ora? Il debito pubblico intanto galoppa.

  • ...

Il parlamento italiano è mobile, qual piuma al vento. I cambi di casacca nella 17esima legislatura in 70 anni di storia repubblicana sono arrivati a oggi al record di 493 secondo l'osservatorio Openpolis che tiene il nobile conteggio. Coinvolgono 188 deputati e 133 senatori, fra questi poi una sostanziosa minoranza irrequieta che ha cambiato gruppo più volte, eletta con un simbolo e passata a un secondo e poi ancora a un terzo, o tornata all’ovile. Insomma, alla fine i cambi di casacca sommati arrivano alla data del 14 giugno 2017 a quasi 500, equivalgono cioè a più di mezzo parlamento impegnato in questo gioco del salta-scranno, nella speranza di trovarsi con le terga ben accomodate al momento della prossima elezione.

NERVOSISMO E INCERTEZZA. Quota 493 spostamenti è un record assoluto, circa il doppio rispetto al giro di scranni della 16esima legislatura, e dà tutto il senso del nervosismo e dell’incertezza che ha colto la classe politica, sbandata come il sottotenente Alberto Innocenzi/Alberto Sordi del Tutti a casa convinto, l’8 settembre 1943, che «i tedeschi si sono alleati con gli americani» e sparano sugli italiani. Inutile allora la ricerca di un comando che comandasse.

LE VELE A SECONDA DEL VENTO. Non siamo a un marasma e a una fuga dalle responsabilità come allora, ma siamo ai toni bassi di una stessa squinternata scala che allora raggiunse l’acuto massimo. Una volta questa sarabanda veniva considerata l’elemento più vistoso del trasformismo. Parola intrinseca del vocabolario politico-parlamentare italiano, sulla quale sono stati scritti volumi a centinaia, e che in soldoni vuol dire alzare le vele al vento secondo come tira, dichiarare una cosa e farne un’altra, o meglio fare ciò che non si è a suo tempo dichiarato, perché i tempi cambiano.

Trasformisti in crisi: le carte che si stavano distribuendo sul tavolo potrebbere essere presto sparigliate. Mamma mia, e come si fa a capire come finirà e a puntare su quella vincente?

A innervosire ulteriormente i nostri legislatori, l’intera classe politica e quella che con tutto il rispetto meritato (non moltissimo) si chiama la classe dirigente, c’è poi la particolare congiuntura della politica italiana. Non si sa quale forza comanderà nel prossimo futuro, e questo è preoccupante assai per una cultura trasformista. Le carte che si stavano distribuendo sul tavolo, secondo una certa logica sono, o potrebbero essere, presto sparigliate. Mamma mia, e come si fa a capire come finirà e a puntare su quella vincente?

RENZI NON COMANDAVA GLI ITALIANI. Sembrava comandasse Matteo Renzi da quando si insediò al governo nel febbraio 2014 e anche da qualche mese prima. Poi il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, brutalmente perso, dimostrò che, come già si era capito da qualche mese, Renzi non comandava più molto, soprattutto non comandava la lealtà e fiducia degli italiani. Non in numero sufficiente.

GRILLO ERA IL NUOVO CHE AVANZA. Grillo, Beppe Grillo da piazza Martinez (Genova), diventò il nuovo che avanza. Si notarono subito sfumature di apertura ai cinque stelle, presenze compassate di personaggi di rango della Repubblica sul sito del Beppe, e soprattutto attese, attese che i cinque stelle subito cavalcavano, come sempre fanno i gruppi ideologici a sfondo mistico palingenetico sia esso la patria, la fede o il web, trasformandole in un reiterato «vinceremo». Dio lo vuole, o qualcosa di simile.

Parlamentari grillini.

Quindi dal 5 dicembre 2016, l’indomani del referendum vinto da Grillo e perso da Renzi, fino al 16 giugno del 2017, all’indomani cioè del primo turno delle Comunali perso dal M5s, l’uomo da scegliere come pesce pilota è stato Beppe Grillo. Inutile chiedersi se col referendum abbiano vinto o perso anche gli italiani; chi scrive ritiene che il "No" alla riforma costituzionale nonostante tutta la voglia comprensibile di dare un calcio a Renzi sia stato un autogol, ma ormai non vale la pena spenderci troppo sopra, in un Paese tutto proiettato al futuro e angosciato perché non sa quale futuro lo aspetta. O almeno non lo sa quella cospicua fetta di classe politico/dirigente che non è fatta di traditori, parola con qualche nobiltà, ma come diceva mesi fa Paolo Mieli, di «frequenti cambiatori non disinteressati».

SICILIA PROVA CRUCIALE PER IL M5S. La fine, cioè il ridimensionamento di Grillo e dei grillini, non è per ora affatto sicura nonostante le Comunali. Una prova cruciale sono le Regionali siciliane del novembre 2017 perché i grillini ripetono da tempo che in Sicilia «vinceremo». Ultima prova, le politiche 2018. Se i cinque stelle non fossero primi in Sicilia e tantomeno alcuni mesi dopo in Italia, il loro futuro sarebbe accidentato. Un partito strutturato e organizzato può rimontare. Un movimento così personalizzato su Grillo e Casaleggio ha altri, e più brevi, tempi politici.

STA CALANDO IL VENTO SOVRANISTA. Quindi, come evolverà la marcia grillina? Nessuno lo sa e questa, rispetto a un mese fa, è una certezza in meno. Così come non si sa bene fino a che punto il centrodestra, povero di leadership ma con tanti voti potenziali, rientrerà in partita. È diverso poi il quadro internazionale, non più così favorevole, per ora almeno, alle forze “sovraniste” delle quali i cinque stelle fanno parte, con il loro atteggiamento anti-Ue e anti-euro. La crisi attuale dei “sovranisti” crea problemi a Matteo Salvini, anche lui bisognoso di un fronte “rivoluzionario” che balza di vittoria in vittoria, e questo da qualche tempo non succede più.

Finora il conto di tanti trasformismi è stato pagato dalla spesa pubblica. Siamo arrivati al limite. E presto ce lo diranno. Anzi, ce l’hanno già detto. Fra poco arrivano i fatti

La strada aperta dal referendum britannico del 2016 e dalla vittoria del Leave non è più la stessa, dopo la sonora sconfitta l’11 giugno 2017 dei conservatori che, dopo David Cameron, della Brexit si erano fatti paladini, con Theresa May, e Boris Johnson ancora prima. Uno spettacolo di smarrimento politico notevole, per l’Inghilterra impegnata con la Brexit in un grande atto di orgoglio. Le Presidenziali e Legislative francesi hanno incoronato Emmanuel Macron, che ha detto a una sgomenta May: sulla Brexit, se Londra cambia idea, verrà accolta a braccia aperte. Altri politici Ue hanno ripetuto il messaggio.

COSA CHIEDERANNO I PARTNER UE? Così peninsulare come è, la classe politica italiana a grande maggioranza stenta a mettersi in sintonia con l’Europa, che sono poi in primis Germania e Francia, più vari altri. Ma se deputati e non si interrogano su chi comanderà, così, tanto per poter aggiustare il tiro, farebbero bene a introdurre una variabile in genere sottovalutata. Che cosa ci chiederanno i partner, in una stagione che certamente dopo il voto tedesco vedrà una intensa attività nell’Unione? Discuteremo, tratteremo, diremo dei no e dei sì, ma a qualcosa (il debito pubblico per esempio) dovremo mettere mano, con tutte le conseguenze per spesa e fisco.

ALTERNANZE COL MAGGIORITARIO. Ecco che il trasformismo italiano, in un Paese dove si è andati avanti poco per alternanze salvo quando furono imposte dall’attualmente vituperato maggioritario, e assai più per aggiustamenti svuotamenti, ricostituzioni, cambi di alleanze e di casacche, forse non potrà essere più quello di una volta. Finora il conto di tanti trasformismi è stato pagato dalla spesa pubblica. Siamo arrivati al limite. E presto ce lo diranno. Anzi, ce l’hanno già detto. Fra poco arrivano i fatti. E non potrà essere un Tutti a casa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati