Salvini, Bossi esce? Non metto guinzagli
19 Giugno Giu 2017 1704 19 giugno 2017

Ius soli, il senso dei leghisti per l'italianità

Il Tricolore-carta igienica di Bossi. La battaglia contro le celebrazioni del 2 giugno e del 25 aprile. Le offese ai "terroni". Così il Carroccio, che vuole limiti alla cittadinanza, considera i valori nazionali.

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«La cittadinanza è una scelta di valori, che arriva alla fine del percorso. La sinistra e il Pd invece pensano di regalare la cittadinanza e il diritto di voto... Il Pd è l'unico partito razzista presente in parlamento». Parola di Matteo Salvini che, con tutta la Lega Nord, si è naturalmente schierato contro lo ius soli. E dire che sul tema "valori e italianità" il Carroccio in passato non ha dato esattamente l'esempio. Vero, si parla di ere politiche fa, quando l'obiettivo non era certo il governo del Paese ma l'indipendenza della Padania e la ribellione a Roma ladrona. Ai "bei" tempi durante le reunion di Pontida i leghisti con orgoglio intonavano: «Noi che siamo padani abbiamo un sogno nel cuore: bruciare il tricolore, bruciare il tricolore!».

«IL 2 GIUGNO? NULLA DA FESTEGGIARE». Ma non bisogna andare indietro troppo nel tempo per cogliere l'idiosincrasia padana nei confronti dei simboli della Repubblica. Come la Festa del 2 giugno. Nel 2017 Salvini ha invitato i 300 sindaci e i 3 mila amministratori del partito a tenersi «lontani da qualsiasi celebrazione. Non c’è nulla da festeggiare con prefetti che stanno riempiendo l’Italia di immigrati. È un'ipocrisia. Noi non facciamo le comparse, in questo Paese c’è davvero poco da festeggiare». A rispondere, tra gli altri, è stato il sindaco di Saronno Alessandro Fagioli che ha bandito ogni celebrazione per timore - versione ufficiale - di contestazioni da parte di un centro sociale della cittadina.

«HANNO TINTO DI ROSSO IL 25 APRILE». Pure il 25 aprile, altro simbolo della Repubblica, è stato boicottato dal segretario leghista che ha preferito "festeggiare" la Liberazione in un palazzetto di Verona dedicando la giornata alla legittima difesa. Per «tornare ad appropriarsi di una festa che da anni si è tinta di rosso, ed è stata rubata agli italiani da una parte della politica, quella delle bandiere rosse», ha spiegato a una radio locale. Insomma, simboli e celebrazioni addio.

Matteo Salvini.

In questo Salvini dimostra di essere degno erede del pur rinnegato padre del Carroccio Umberto Bossi. Anche il Senatùr nei confronti dei simboli repubblicani non ha mai dimostrato troppo rispetto. Nel 1997 in due occasioni attaccò: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Pochi mesi dopo, si rivolse a una signora che aveva esposto in terrazzo la nostra bandiera invitandola a riporla «nel cesso».

QUEL «TERÙN» A NAPOLITANO. Accusato di vilipendio, il leader in canotta si appellò all'immunità. Imparata la lezione? Nemmeno per sogno. Nel 2011 durante un comizio alla festa invernale del Carroccio ad Albino, nella Bergamasca, Bossi diede del «terùn» all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il tutto dal gesto delle corna. "Leggerezza" che gli è costata una condanna a un anno in Appello.

VIA LE STATUE DI GARIBALDI. Poteva essere da meno l'europarlamentare Mario Borghezio? No di certo. Nel 2012 si lanciò in una promessa: «Quando ci sarà la Padania sostituiremo tutte queste statue (di Giuseppe Garibaldi, ndr) con quelle di Bossi, colui che ci ha guidato all'indipendenza, che ha fondato il movimento di liberazione». E riposi in pace un altro simbolo della storia italiana.

IL LINGUAGGIO "DEL POPOLO". Ma non è finita: quando il sindaco di Verona Flavio Tosi (poi cacciato dalla Lega) scelse di esporre la foto di Napolitano, Borghezio se ne uscì in questo modo: «Fa bene perché Napolitano è anziano, metti che muore domani, aggiunge un velo nero ed è già pronto». Ironia che non fu capita/gradita da Roberto Maroni che prese le distanze. «Maroni si deve abituare all'idea che noi indipendentisti, allevati alla scuola di Bossi, siamo usi a parlare chiaro con il linguaggio del popolo e non con il felpato politichese dei politicanti di Roma», rispose a stretto giro l'eurodeputato.

Umberto Bossi.

Oggi Salvini con le sue dirette Facebook denuncia il degrado nelle stazioni (ultimo caso quello di Verona in campagna per il ballottaggio) e la nullafacenza di quelle che lui chiama con aria di sfottò «risorse» immigrate, ma dimentica che ieri lo stesso trattamento era riservato dai leghisti ad altre risorse: quelle "terrone". Non esattamente un afflato patriottico. Risorse, pardon, «pesi morti» per Borghezio erano gli abruzzesi colpitio dal sisma. Nel 2011 su L'Aquila arrivò a dichiarare: «Questa parte del Paese non cambia mai, l'Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. C'è bisogno di uno scatto di dignità degli abruzzesi. È sano realismo padano».

«AL SUD NON FANNO UN CAZZO DA MATTINA A SERA». Un sentire abbastanza diffuso in quel del Carroccio prima dell'avventura Noi con Salvini, e cioè il tentativo di conquistare voti anche sotto il Po. A dare l'esempio i Giovani Padani. Nel 2013 (come ricordato da Daniele Sensi nella sua costante opera di monitoraggio) il romagnolo Michael Quercia durante il congresso si sfogò: «Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo».

«CI SIAMO ROTTI DEI GIOVANI DEL MEZZOGIORNO». Non fu da meno il collega Luca Salvetti della Valle Camonica: «Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno!».

Il raduno di Pontida, 2015.

Pure il "Capitano" ha commesso simili errori di gioventù, di cui si è scusato a più riprese («Se serve mi metto in ginocchio»). Ma quel «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani», intonato sul pratone di Pontida nel 2009 non sembrano averlo dimenticato all'ombra del Vesuvio.

Non proprio un esempio di unità nazionale. Eppure un sentire abbastanza condiviso. Nel 2012 durante la trasmissione 4 Ciacole dei Giovani padani di Verona e del Veneto in onda su Radio Padania il conduttore Vito Comencini, tra le altre cose segretario di sezione e vice coordinatore provinciale dei Giovani padani, ragionò sullo spread Nord-Sud in questi termini: «Questa cosa ci potrebbe anche un po' ricordare un periodo storico, durante la Seconda Guerra mondiale, quando qualcuno si sbagliò e, invece di mandare il vestiario per il fronte russo in Russia, lo mandò in Africa e quello dell'Africa lo mandò in Russia. Ora sta succedendo la stessa cosa: invece di mandare giù la carta igienica, che magari servirebbe là che, purtroppo, forse devono anche capire a cosa serve, o le saponette, che magari potrebbero essere molto utili, queste cose forse le mandano a noi, e invece giù mandano la tecnologia, che magari potrebbe essere adatta alla nostre scuole».

«FORZA ETNA, FORZA VESUVIO». Nel 2014 fu la volta di Donatella Galli, consigliere provinciale della Lega Nord di Monza e Brianza, che su Facebook ripropose un vecchio slogan: «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili» augurandosi una catastrofe naturale sul Sud Italia. La signora è stata condannata a 20 giorni di reclusione che porpbabilmente sarà sospesa e al risarcimento simbolico di un euro alle parti civili che si sono costituite. L'accusa? Propagandare idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali e di commettere atti di discriminazione razziale ed etnica. La difesa ha annunciato l'intenzione di ricorrere in Appello. «È stata una boutade», tra l'altro postata in un gruppo privato di amici.

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