Racanelli Magistratura Indipendente
19 Giugno Giu 2017 1547 19 giugno 2017

Processo penale, perché la riforma ha più ombre che luci

Scelte timide sulla prescrizione. Mole dei procedimenti intatta. Intercettazioni coi trojan troppo invasive. Racanelli di Magistratura indipendente critica il governo: «Tanti rischi per un sistema già precario».

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«Una riforma luci e ombre, ma dove alla fine prevalgono le seconde, per l’impatto che rischiano di avere sul sistema già precario della giustizia penale». Antonello Racanelli, segretario di Magistratura indipendente (Mi), pubblico ministero a Roma, è critico nei confronti della riforma del codice penale varata dal governo e approvata dalla Camera il 14 giugno 2017. Protestano i magistrati, protestano gli avvocati. Soddisfatto è solo il ministro Andrea Orlando, messo sotto pressione in questi anni dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) in particolare sulla prescrizione.

«LA FIDUCIA? PIÙ CHE OPINABILE». Racanelli è reduce da un importante convegno organizzato proprio da Mi a Roma sull'infinita riforma dell'ordinamento giudiziario. All'iniziativa, curata dai togati Stefano Guizzi e Gianluca Grasso, hanno preso parte ospiti del calibro di Giovanni Canzio (primo presidente di Cassazione), Vincenzo Geraci (procuratore generale aggiunto presso la Cassazione), Giovanni Salvi (procuratore generale della Corte d'appello di Roma) ed Edoardo Cilenti (segretario generale dell'A​nm). Secondo il segretario di Mi «ricorrere alla fiducia è stata una scelta più che opinabile, serviva una riflessione parlamentare su una materia delicata come la giustizia».

FRECCIATA ALL'EX ANM DAVIGO. Il pm non risparmia critiche al modo in cui in questi anni si è mossa l'Associazione nazionale magistrati (Anm) nel confronto con il governo per cercare di trovare dei punti di contatto sulla riforma: «Si è tollerato troppo, penso al decreto legge sulle ferie dei magistrati, e si è perso molto tempo a dire che tutti i politici sono corrotti...». Racanelli non dice il nome, ma il riferimento è all'ex leader dell'Anm Piercamillo Davigo.

Antonello Racanelli, segretario di Magistratura indipendente.

DOMANDA. La riforma non risolve i problemi che da decenni interessano i tribunali italiani?
RISPOSTA. Non posso non dire che ci sia stato qualche passo avanti, ma sulla prescrizione andavano fatte scelte più drastiche.

D. Per esempio? Si è deciso per la sospensione di 18 mesi dopo la sentenza di primo grado.
R. Si poteva prevedere l'interruzione dopo la condanna di primo grado. Bisogna incidere di più, per questo parlo di ombre.

D. Aspetti positivi della riforma?
R. La parte che riguarda la cosiddetta riforma penitenziaria che è sicuramente importante come alcune norme in materia di impugnazioni, ma il problema della mole dei processi non è di sicuro risolto.

D. In che senso?
R. Nel tribunale di Roma sono più di 40 mila i procedimenti di competenza del giudice monocratico in attesa di fissazione della data di udienza e non si riesce a far fronte a tutti.

D. Un problema che lei solleva da anni.
R. Introdurre l'avocazione obbligatoria da parte della procura generale dopo tre mesi dall'indagine crea solo confusione. Con quale criterio il pg darà priorità ai fascicoli?

D. Poi c'è il tema intercettazioni, in particolare la pubblicazione sui giornali.
R. Ma lì ci sono già delle circolari interne alle procure, il problema più delicato a mio parere è un altro.

D. Cioè?
R. Bisognerà capire cosa ci sarà nella legge delega del governo, in particolare sulla parte che riguarda l'introduzione di un trojan in un apparecchio come un cellulare o un computer.

D. Qual è il problema secondo lei?
R. C'è ancora particolare impreparazione in materia, ma ricordo che un trojan in un cellulare comporta di fatto una perquisizione in piena regola, perché si può accedere anche all'archivio. Questo può essere usato solo in inchieste di terrorismo o di criminalità organizzata? Sono punti che il governo dovrà chiarire con molta attenzione perché riguardano sia la sicurezza nazionale sia la privacy dei cittadini.

D. Sempre a proposito di scelte dell'esecutivo, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha approvato una relazione della sesta commissione che critica pesantemente il decreto del governo sul segreto investigativo dell'agosto 2016.
R. La scelta all'unanimità del Csm è stata giusta e molto importante, a tutela e a protezione dell'attività investigativa come previsto dalla nostra Costituzione e dal codice di procedura penale.

D. Quindi se agenti di polizia giudiziaria non comunicano ai loro vertici attività investigative lo fanno nel pieno del rispetto della legge?
R. Certamente: il nostro codice di procedura penale, in ossequio alla Costituzione, prevede precisi limiti per la trasmissione in via gerarchica di informazioni sulle attività investigative. Peraltro i vertici delle forze di polizia non rivestono la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria e sono giustamente a stretto contatto con il governo, dal quale sono nominati e dal quale dipendono organicamente.

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