Romano Prodi 140915190937
MAMBO 19 Giugno Giu 2017 1032 19 giugno 2017

Sulla sinistra cala lo spettro di una guerra tra vinti

Prodi esclude chiunque rifiuti l’accordo con Renzi. Falcone-Montanari chiunque lo ipotizzi. E allora esulta l'ex premier, che con questa divisione tiene in mano entrambi i pezzi della opposizione contro di sé.

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Se si esce da un partito o si smette di votarlo, è ovvio che si pensa “peste e corna” di quella formazione politica e soprattutto dei suoi leader. Non può stupire quindi la severità dei giudizi di Tommaso Montanari e di Anna Falcone che, con l’assemblea del Brancaccio del 18 giugno a Roma, hanno avviato il cammino perché nasca una “cosa” veramente di sinistra. Leggendo il testo di Montanari si scoprono due correzioni rispetto ai suoi articoli e appelli, sempre firmati con Falcone, in cui chiudeva la porta a chi avesse votato per il “Sì” al referendum e si affermava che il Pd era ormai “parte della destra”. Il nuovo Montanari pensa che non ci debbano essere veti contro chi ha votato “Sì” ma chiede più ragionevolmente che non ci si impegni più in progetti di riforma come quello battuto e toglie dalla definizione di essere «parte della destra» il popolo del Pd, lasciando il solo Matteo Renzi, con la sua compagnia di giro, nella parte di chi è entrato nel novero egli avversari.

TANTA PASSIONE IN PIAZZA. Non voglio analizzare minutamente il ragionamento dello storico dell’arte, prendo solo “fior da fiore” e in questo raccolto vedo due intenzioni importanti: una sinistra anti-diseguaglianze e un progetto molto forte sui temi della democrazia ma balbettante sulle prospettive sociali di cambiamento. Devo anche dire che Montanari (ma Massimo D’Alema che cosa avrà pensato mentre ascoltava?) non ha salvato niente del centrosinistra e delle sue antiche leadership. Una “rottamazione” spietata. L’affluenza al Brancaccio, la passione, testimoniata paradossalmente anche da sgradevoli contestazioni a Miguel Gotor, dicono però che questa “cosa” c’è nel “sentiment” della sinistra anche se non in quello di Paolo Mieli, a giudicare il suo editoriale del 19 giugno.

L’altro campo, quello di Pisapia, appare più legato al tema della sinistra di governo, formulazione che a me appare antica. Scrivo questo perché il discrimine non è voler andare al governo o stare da buon testimone d’accusa all’opposizione (semmai è saper stare all’opposizione se si perde), quanto il contenuto dell’attività di governo dell’alleanza che si prefigura. Qui c’è il nodo del rapporto con Renzi, non il suo girovagare penosamente sul palcoscenico della politica alla ricerca di Berlusconi, Pisapia, Lorenzin e chiunque gli porti voti. Su questo sentiremo quel che avrà da dirci Pisapia il primo luglio anche se appare forte l’impressione che prima di litigare le due nuove sinistre, la coppia del Brancaccio e l’ex sindaco di Milano, hanno deciso di starsi sulle scatole reciprocamente e a prescindere.

BERSANI TRA RADICAL E NEO-PRODIANI. C’è poi lo scenario illustrato da Romano Prodi da Lucia Annunziata. Lui, il Professore, come Vinavil per rimettere assieme Renzi ed Enrico Letta e tutti e due con Pisapia. Penso che Prodi intenda aggiungere all’elenco anche Pier Luigi Bersani e i fischi a Gotor sono anche dovuti al sospetto che Bersani fra una sinistra radical e una sinistra neo-prodiana sceglierebbe il secondo forno. Tuttavia, siamo di fronte a due meccanismi ad excludendum. Prodi esclude chiunque rifiuti l’accordo con Renzi. Falcone–Montanari chiunque lo ipotizzi. E allora vince Renzi che con questa divisione tiene in mano entrambi i pezzi della opposizione di sinistra contro di sé.

BUONA VOLONTÀ E CATTIVO CARATTERE. Inutile cercare altre vie d’uscita, non ce ne sono. Questo fermento di sinistra non nasce da un popolo in campo, ma dal progetto, direi aspirazione, che il popolo scenda in campo. Solo questo evento dirà chi sta vincendo la guerra civile a sinistra in cui si combattono non due eserciti, ma quattro o cinque. Credo sarà difficile che questo amato popolo si entusiasmerà di fronte alla pacificazione fra Letta e Renzi o sentirà un sussulto democratico quando gli diranno che il Pd è la nuova destra. I partiti nascono e vivono, avrebbe detto Alfredo Reichlin, se hanno una ragione storica per esistere legata a una funzione nazionale. Finora questo non è emerso, malgrado tutti coloro che si danno da fare abbiano mostrato buona volontà. Ma anche tanto cattivo carattere.

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