Pell Calcagno
29 Giugno Giu 2017 1100 29 giugno 2017

Pell e Calcagno: i guai giudiziari dei porporati fanno tremare le Finanze vaticane

Il segretario per l’Economia incriminato per abusi su minori mentre il cardinale presidente dell'Apsa verso il rinvio a giudizio per malversazione ai danni dello Stato. Così la riforma di Bergoglio rischia di arenarsi.

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Piovono pietre sulle finanze vaticane. Il cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, è stato incriminato in Australia, suo Paese d’origine, con l’accusa di aver commesso, quando era sacerdote, abusi sessuali su minori nella diocesi di Ballarat, nello Stato di Victoria. Il porporato ha lasciato così il delicato incarico che ricopre in Vaticano (il papa gli ha dato un periodo di congedo per potersi difendere) per tornare in patria e sottoporsi al processo. Da tempo Pell si difende con forza da queste accuse giudicandole infamanti e prive di fondamento e parlando di una aggressiva campagna stampa orchestrata contro di lui. Dal canto loro le autorità australiane hanno precisato di aver trattato il cardinale come tutti gli altri imputati, insomma di non essersi accanite facendo scoppiare un caso mediatico.

L'INSABBIAMENTO DEGLI ABUSI. A febbraio 2016, Pell si era sottoposto all’interrogatorio della Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse a Roma. In quell'occasione aveva testimoniato circa le coperture di casi di violenze su minori accaduti nella Chiesa australiana in cui poteva essere coinvolto, direttamente o indirettamente. Allora il cardinale ammise le proprie mancanze, riferì nel merito su vari episodi, incontrò le vittime, spiegò quali pratiche la Chiesa aveva successivamente messo in atto per contrastare il fenomeno. Ma certo un conto è insabbiare, e già è una colpa grave, un altro è commettere abusi.

STOP ALLE PROTEZIONI. Di sicuro la novità più significativa è che il cardinale, uno dei più stretti collaboratori del Papa, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia), si presenterà sul banco degli accusati. È una svolta a 360 gradi nel modo in cui la Chiesa affronta lo scandalo degli abusi sessuali sui minori che da più di un ventennio sta mettendo alle corde l’istituzione e i suoi uomini in varie parti del mondo. Una conferma viene proprio dal comunicato ufficiale con il quale il Vaticano ha dato la notizia dell'incriminazione: «La Santa Sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate». Si tratta di un cambiamento radicale di approccio che sconfessa le protezioni di cui in passato godevano porporati e vescovi in virtù della cittadinanza vaticana: dall’extraterritorialità alla generica omertà ecclesiastica di fronte a indagini giudiziarie.

Il cardinale George Pell.

Resta il fatto che la segreteria per l’Economia, il nuovo dicastero creato per riorganizzare le finanze vaticane, resta senza il suo uomo chiave. Il «rugbyer» australiano, come lo definì Bergoglio, ora dovrà pensare alla sua difesa. È un duro colpo per Papa Francesco e per un processo di riforma che sembra incontrare sempre maggiori ostacoli, sia per conflitti interni alla Curia, sia per i guai giudiziari in cui incappano diversi uomini chiamati a portare a termine un percorso che, fra tanti accidenti, aveva comunque preso il via. Il rischio ora è che si fermi tutto.

GUAI PER CALCAGNO, PRESIDENTE APSA. Pell infatti non è l’unico ad avere guai con la giustizia. La procura della Repubblica di Savona ha infatti inoltrato una rogatoria internazionale al Vaticano per consegnare l’avviso di conclusione delle indagini al cardinale Domenico Calcagno. Il porporato è coinvolto in un’inchiesta relativa ad alcuni investimenti immobiliari per i quali è stato accusato di malversazione ai danni dello Stato. I pm gli contestano di aver avallato almeno quattro operazioni immobiliari che avrebbero portato le casse dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero a un grave buco di bilancio tra finanziamenti chiesti alle banche e partecipazioni in società (un passivo di circa 18 milioni di euro). Accuse di fronte alle quali Calcagno si è sempre dichiarato estraneo. Vero, i fatti risalgono al periodo in cui Calcagno era arcivescovo di Savona (fino al 2007), ma attualmente il cardinale ricopre un incarico nevralgico all’interno della Curia romana, quello di presidente dell’Apsa, l'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, dicastero che gestisce il patrimonio immobiliare e finanziario della Santa Sede.

LA DIFESA DELLA SANTA SEDE. L’indagine va avanti ormai da alcuni anni e già nel maggio del 2016 - quando venne alla luce coinvolgimento del cardinale nell’inchiesta giudiziaria - la Santa Sede diffuse un comunicato nel quale affermava: «Le operazioni oggetto di indagine non sono in alcun modo collegate al patrimonio vaticano né all’incarico attualmente ricoperto dal cardinale. Calcagno conferma la propria serenità per il lavoro svolto, considerando che si tratta di questioni insorte principalmente in un periodo di tempo successivo al 7 luglio 2007, data in cui lasciò l’ufficio di vescovo di Savona-Noli».

LUNGA SCIA DI AMMANCHI E DEBITI. La documentazione che il porporato e il Vaticano attendevano è ora in arrivo via rogatoria. I fatti contestati sono emersi dopo il 2007 anche perché è sui bilanci degli anni successivi che gli ammanchi e i debiti hanno cominciato a pesare. D’altro canto nel maggio del 2016 don Pietro Tartarotti, a capo dell’istituto per il sostentamento del clero all’epoca dei fatti (anche lui sotto indagine insieme al suo vice Gianmichele Baldi e al cardinale), in un’intervista a la Repubblica affermò: «Col cardinale non mi sento dall'epoca in cui era vescovo. Non so cosa dirà, ma è evidente che una persona attenta come era lui è sempre stata al corrente delle scelte dell'Istituto».

SPECULAZIONI EDILIZIE FALLITE. Nel merito le operazioni nel mirino hanno un filo conduttore comune, ossia la trasformazione di edifici come colonie e asili in residence di lusso, villette, ludoteche, parcheggi. Siamo nell’ambito di operazioni edilizie speculative non andate a buon fine; fra queste spicca quella di Celle Ligure in cui le ex "colonie bergamasche" dovevano diventare un mega resort di lusso.

Il cardinale Domenico Calcagno.

Di mezzo c’è pure un fido concesso con troppa facilità da banca Carige, sul quale indagarono anche gli ispettori di Bankitalia, senza contare il coinvolgimento dei re del mattone della zona e la partecipazione azionaria da parte dell’istituto di sostentamento per il clero in una società costituita ad hoc e conclusasi e solo in tempi recenti. Un bell’intrico insomma, e se è vero che un’indagine non vuol dire colpevolezza, e che bisogna attendere il processo, bisognerà vedere come reagirà la Santa Sede. Certo è che nel febbraio del 2018 Calcagno raggiungerà i 75 anni, l’età della pensione e a quel punto il Papa, se vorrà, potrà sostituirlo in modo indolore.

L'UOMO VICINO A TARCISIO BERTONE. D’altro canto la "specializzazione" finanziaria del cardinale ligure (vicino all’ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone) ha radici lontane. Già nel 1985 nella diocesi di Genova - dove aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale dal cardinale Giuseppe Siri nel 1967 - fu nominato a capo dell’istituto diocesano di sostentamento del clero; successivamente venne chiamato a Roma per guidare l’Istituto centrale di sostentamento del clero, quindi nel 1999 diventò economo generale della Conferenza episcopale italiana. Nel 2002 Giovanni Paolo II lo rispedì in Liguria come vescovo di Savona, carica che ha ricoperto fino al 2007. Ed è proprio a questo periodo che risalgono i problemi finanziari nei quali il porporato viene chiamato in causa.

RESISTITO AL CAMBIO DI PONTIFICATO. Con il cardinale Bertone insediato ai vertici del Vaticano, la carriera di Calcagno, come quella di altri prelati legati al Segretario di Stato, è proseguita rapidamente: nel 2007 è stato prima nominato da Benedetto XVI segretario dell’Apsa, per poi assumerne la presidenza nel 2011. Da bertoniano doc Calcagno è passato poi indenne al cambio di pontificato avvenuto nel 2013. Con il nuovo papa è iniziata la fase convulsa della riforma finanziaria d’Oltretevere. In questo frangente l’Apsa ha cercato di mantenere intatte le proprie competenze e soprattutto il potere di gestione delle finanze e degli immobili.

Il cardinal Tarcisio Bertone.

Sul fronte opposto c’è il cardinale Pell che ha provato ad assumere il controllo assoluto delle finanze d’Oltretevere, il che ha dato vita a una serie di colpi e contraccolpi legislativi in ragione dei quali la programmazione del budget di ogni singolo dicastero ed ente, il controllo sulla trasparenza, l’efficienza amministrativa e la definizione di standard finanziari condivisi sono passati al dicastero di Pell, mentre la gestione dei beni all’Apsa.

LA LENTE DI PWC SULLA CONTABILITÀ. Nella primavera del 2017, però, una nuova contesa è scoppiata fra Segreteria per l’Economia e Apsa. Quest’ultima aveva mandato due lettere agli organismi della Curia ai quali si chiedeva di raccogliere tutta la documentazione finanziaria necessaria per permettere alla società di consulenza Pwc (PricewaterhouseCoopers) di mettere in atto una revisione contabile. L’iniziativa era stata contestata pesantemente sia dal cardinale Pell sia dal revisore generale della Santa sede, Libero Milone. Entrambi avevano così firmato una missiva diretta agli stessi organismi nella quale si precisava che «l'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa) non ha nessuna autorità né prerogativa per richiedere agli enti della Santa sede e del Vaticano di sottoporsi ad attività di revisione contabile né di inviare informazioni afferenti al proprio ente alla società esterna Pwc o ad altri soggetti». Tale compito spettava infatti al revisore generale, vale a dire allo stesso Libero Milone.

LE DIMISSIONI IMPROVVISE DI MILONE. La storia non è però finta qui: Milone tempo dopo si è dimesso improvvisamente. Un addio sul quale il Vaticano non ha voluto dare alcuna spiegazione e lo stesso segretario di Stato Pietro Parolin si è più volte trincerato dietro un «No comment». Milone ha lasciato perché ha visto l‘impossibilità di portare a termine il suo lavoro? Aveva oltrepassato le proprie prerogative? O, infine, è stata l’incriminazione di Pell a indurlo a lasciare il suo posto?

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